Ericailcane & Sardomuto. Bestie Proverbiali

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Nessuno fu più icastico dello scrittore francese Jean La Fontaine (1621-1695) nel rappresentare virtù e debolezze umane con favole amaramente umoristiche incentrate sui costumi sociali interpretate da personificazioni di animali. Continua a leggere

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Chekos’Art. Op Street

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Chekos (Lecce, 1977), artista grafico, muralista e street artist, si trasferisce giovanissimo a Milano dove si inserisce nella scena underground locale. Continua a leggere

Dissenso Cognitivo. Tetano

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Le strade di periferia, con le loro schiere di palazzi popolari, capannoni spesso dismessi e arredi urbani divelti, offrono un’immagine emblematica dell’habitat artificiale in cui l’uomo si è adattato a vivere e l’intricato sistema di segni che queste emergenze oggettuali supportano hanno ispirato a scrittori, artisti e film maker le più visionarie proiezioni sul futuro.  Continua a leggere

Roulè. Style Drop.

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“Basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo. Non può finire in nessun altro posto”, scriveva Jack Kerouac nel 1949 nel suo celebre romanzo On the Road, e questa suggestione si rivela particolarmente appropriata per introdurre l’opera di Roulè, artista multimediale impegnato in una vasta gamma di espressioni visuali che spaziano dai graffiti sui muri, alla pittura, alla fotografia e alla micro scultura.

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Etnik. Errorism

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La pratica dei graffiti urbani fin dagli esordi ha accompagnato e interpretato l’espansione incontrollata delle metropoli trasformando i muri delle periferie in squillanti palinsesti del dissenso sociale che reclamavano e sancivano la riappropriazione dal basso di certe aree delle città abbandonate a se stesse o cresciute a scapito della qualità della vita dei ceti sociali meno abbienti. Successivamente la carica eversiva di questa forma d’arte è stata in qualche modo addomesticata dal crescente interesse di gallerie e di alcune amministrazioni comunali per i suoi prodotti, dando spazio a nuove generazioni di graffitisti artisticamente più consapevoli e  in grado di elaborare poetiche variegate e complesse. La protesta violenta si è in molti casi trasformata in un’analisi sensibile dello spaesamento umano nel più generico scenario della contemporaneità, insistendo su tematiche attuali come le ingiustizie sociali, la solitudine dell’individuo impigrito dal consumismo, il sogno di un rapporto più equilibrato con la natura o l’evasione fantastica. È rimasta intatta la vocazione ambientale e pubblica della street art, che ora tende a declinarsi come riqualificazione di aree urbane degradate grazie a specifiche commissioni o a veicolare le ragioni della cultura di strada nei luoghi deputati del sistema dell’arte, convertendo la contestazione in visionarie ipotesi di critica costruttiva.
Il lavoro di Alessandro Battisti aka Etnik, attivo fin dagli anni ’90 sulla scena underground fiorentina e oggi apprezzato a livello internazionale, sintetizza  origini ed evoluzione di questo peculiare linguaggio artistico in un’inconfondibile cifra espressiva che trapassa dai bozzetti, ai dipinti, ai muri e agli oggetti scultorei. La matrice principale del suo disegno è sempre il lettering che tende a diventare tridimensionale e camaleontico assumendo la forma delle figurazioni che il suo andamento suggerisce e genera. In linea con le problematiche da cui la street art ha avuto origine, il suo soggetto e campo d’indagine privilegiato è lo sregolato sviluppo della città contemporanea vista come ipertrofica prigione ostile ad ogni forma di vita naturale. Nei muri e nei dipinti (realizzati su materiali da costruzione inutilizzati o scarti della produzione industriale) gli elementi più comuni del paesaggio urbano vengono accorpati e compressi in composizioni geometriche labirintiche in cui il punto di vista diventa poliedrico attraverso raffinate illusioni ottiche di piani ribaltati e prospettive multiple. In queste caotiche accumulazioni, che sembrano cresciute su se stesse come progressione inarrestabile di un errore iniziale, emerge una precisa volontà di saturazione che stravolge le proporzioni e gli orientamenti degli oggetti reali nell’intento superiore di ottimizzare lo spazio in un incastro morfologico che prevale su ogni altra ragione.

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Tralicci dell’alta tensione, palazzi, mattoni, blocchi di cemento armato, muri, strade e segnali stradali perdono la loro destinazione d’uso per diventare l’indiscriminata materia prima di un cantiere impazzito che cresce su se stesso come una conturbante escrescenza tumorale. La città in espansione celebrata dalle Avanguardie Storiche sembra essersi ribellata alla sovranità umana e dichiarare la propria autonoma vocazione a fondare mondi autosufficienti sospesi in un universo artificiale. Ogni agglomerato architettonico sembra essere un satellite alla deriva in un indefinito spazio post human appena contrastato dalla silenziosa resistenza di qualche elemento vegetale che riesce ad insinuarsi, nonostante tutto, nell’inespugnabilità della struttura. Il fragore della metropoli si è estinto, rimangono solo i relitti di un epocale naufragio della razionalità come suggerisce il tenue accompagnamento sonoro di pioggia e cinguettio di uccelli in cui è ambientata la mostra, che richiama l’abbandono dei ritmi produttivi e forse presagisce una possibile ripresa della vita.
Se l’intento principale dell’artista è esprimere una posizione critica nei confronti dei macroscopici e perpetrati errori progettuali che sacrificano una sana abitabilità degli ambienti periferici e industriali in nome di sovrastanti interessi capitalistici, l’innegabile fascino delle sue città impossibili sembra esprimere una persistente fiducia nelle potenzialità della pianificazione architettonica. I suoi dipinti infatti si possono anche leggere come implosioni o esplosioni di futuristici congegni abitativi, di cui verifica la realizzabilità nella produzione di oggetti scultorei che potrebbero virtualmente derivare da ogni disegno – progetto. Il rapporto conflittuale tra l’uomo e il suo habitat urbano appare quindi provvisoriamente risolto nel reame astratto di un’utopia che, per il momento, riesce a progettare un futuro artificialmente armonioso se completamente disabitato. Così i metafisici cubi in cui ogni elemento metropolitano viene compresso fino a diventare texture e puro volume intercambiabile dimostrano l’equilibrata ripartizione del tutto nelle sue parti costitutive, mentre gli esplosi analizzano le infinite possibilità combinatorie di forme e cromatismi finalmente liberi di attrarsi e comporsi.
Info:

Etnik Errorism
a cura di Claudio Musso
12 dicembre 2015 – 21 gennaio 2016
Galleria Portanova 12
Via Portanova 12, Bologna