Remake

Interpretazioni contemporanee de La ragazza con l’orecchino di perla

Albano Morandi, La ragazza col turbante, 2014

Albano Morandi, La ragazza col turbante, 2014

La città di Bologna è in fermento perché il capolavoro di Vermeer conosciuto dal grande pubblico come La ragazza con l’orecchino di perla sarà ospitato fino a maggio nell’omonima mostra a Palazzo Fava assieme ad altri dipinti del Seicento olandese provenienti dalla pinacoteca Reale Mauritshuis. La Galleria Spazio Testoni coglie l’occasione per presentare una collettiva di 24 artisti invitati ad interpretare liberamente la celebre immagine secondo i propri linguaggi espressivi. Un intelligente divertissement rende omaggio all’opera del pittore olandese attraverso inedite chiavi di lettura creative che indagano il mistero della sua quintessenziale atemporalità e inevitabilmente riflettono sui meccanismi della sua fama nell’era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Se da un lato infatti la capacità di Vermeer di cogliere valori universali nella rappresentazione del reale giustifica pienamente lo statuto di capolavoro di questo ritratto, la sua popolarità mediatica deriva in notevole misura da un romanzo scritto in tempi recenti e dal film che ne è stato tratto. Entrati a far parte entrambi dell’immaginario collettivo in virtù dell’aura generata dal dipinto, ne hanno a loro volta ridefinito la percezione trasformandola in un’icona quasi leggendaria.
L’identità moltiplicata della ragazza nella contemporaneità è il tema dell’installazione di Albano Morandi, che dispone su un cavalletto piccoli ritratti incorniciati; l’immagine originale è così circondata da alcune delle sue possibili incarnazioni, interpretate da altrettanti volti di donna su fondo nero che ne ripetono la posa. La protagonista del film e donne di diversa etnia sono accomunate dal turbante blu e dall’imprescindibile orecchino; mentre tutte sono intente a riprodurre la medesima espressione intensa, una di loro strizza complice l’occhio allo spettatore con uno sfacciato gesto di invito che demistifica l’ingannevole grazia delle altre modelle. Di fronte il dipinto di Luca Guenci ritrae gli oggetti di scena del pittore in una composizione che cita la maestria fiamminga nel rendere la qualità dei tessuti e le superfici riflettenti. Le perle ed i vestiti suppliscono in questo caso la presenza della ragazza, che deve anche a questi accessori la sua universale riconoscibilità.
Le gemme pregiate sono lo status symbol della regina che compare nel semiserio ritratto di rappresentanza di Mataro Da Vergato, mentre la perla all’orecchio dell’anziana Catharina fotografata da Ulrich Egger mentre si occupa del suo giardino rimanda ad una regalità tutta interiore e ad un’eleganza che nemmeno il tempo cancella.
Altrettanto maestosa è l’interpretazione di Caroline Le Méhauté, che traduce l’ineffabile essenza della ragazza di Vermeer in una forma scultorea ovoidale bruna rivestita di vernice termosensibile che al tocco diventa rosa: l’allusione alla purezza di volumi del ritratto seicentesco diventa ulteriormente mimetica assumendo per un attimo un colore che ne ricorda l’incarnato, restituendone il medesimo, timido palpito vitale. Anche L’orMa approda all’imprescindibile con la sua traduzione icastica: una perla purissima incastonata su uno sfondo color crema attrae l’occhio nel medesimo punto di luce del dipinto olandese, con un risultato prezioso e delicatamente evocativo.
L’opera di Andrea Francolino immortala la ragazza come un’assenza, ritagliandone la silhouette all’interno di una tavola di cemento crettata come un reperto archeologico: la labile identità di colei che visse in un secolo ormai lontano è forse destinata a perdersi irrimediabilmente nella continua citazione della sua effigie. Ogni dipinto è una trappola per lo sguardo e forse il quadro di Vermeer è rimasto imprigionato nella sua celebrità postuma, come suggerisce il ready made di Dellaclà, una trappola per topi verniciata di un nero intenso come gli sfondi fiamminghi in cui una perla di caolino funziona come esca.

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