Franco Guerzoni Archeologie senza restauro

Guerzoni, Impossibili restauri

A quarant’anni di distanza dalla prima mostra personale tenuta da Franco Guerzoni a Bologna la Galleria Studio G7 propone una variegata retrospettiva di opere, tra le quali si innesca una catena di rimandi e raffronti che ha il suo fulcro nel grande intervento site specific eseguito per l’occasione. Archeologie senza restauro si configura come una sorta di bilancio artistico ed esistenziale che fa emergere la coerenza del suo lavoro, da sempre incentrato sul sogno di un passato irrimediabilmente perduto e sulla sopravvivenza delle sue tracce, frammentarie come i relitti di un naufragio. Nel corso degli anni questa filosofia visiva dell’abbandono e della rovina si è confrontata con la grande vicenda pittorica del XX secolo e le differenti formulazioni in cui si è declinata ricostruiscono l’evolversi del suo personale punto di vista nei confronti degli accesi dibattiti che periodicamente hanno messo in discussione i fondamenti delle pratiche artistiche.

I lavori dei primi anni ’70, fortemente influenzati dagli esiti concettuali delle ricerche sui nuovi linguaggi e dal dialogo con altri giovani modenesi suoi concittadini come Vaccari, Parmiggiani e Ghirri, utilizzano il mezzo fotografico come veicolo di immagini prelevate dalla realtà, sulle quali avvengono i successivi inserimenti artistici. L’intento di questi scatti, che ritraggono edifici in rovina e stanze abbandonate, è fissare una traccia fisica che attesti l’esistenza di luoghi altrimenti destinati all’oblio, in cui i segni del tempo si concretizzano tramite l’inserimento di altri materiali, ad esempio pezzi di intonaco e incrostazioni saline,  o interventi che scavano la superficie bidimensionale, come strappi e cancellature. La tecnica di ripresa ridotta al minimo ed il piccolo formato delle stampe dimostrano come, in linea con il clima sperimentale di quegli anni, il potere della fotografia stia in primo luogo nella possibilità di attivare un’immagine rendendola disponibile alla rielaborazione. Questa fase del percorso creativo dell’artista è rappresentata in mostra da alcuni lavori che ripercorrono le tematiche ricorrenti del periodo, selezionati nell’ambito dell’ampia collezione della galleria.

Nella serie Affreschi l’obiettivo si concentra su edifici ripresi dall’esterno, idealmente completati tramite la sovrapposizione degli elementi mancanti, come pezzi di intonaco, gesso o vernice. La fotografia in questo caso sottrae al tempo un frammento di realtà, mentre i brani materici aggiunti ne conservano quasi per metonimia la tridimensionalità e la tattilità, oltre a comporre inedite geometrie sul piano visivo.

Dentro l’immagine è il titolo che identifica alcuni ritratti fotografici di interni, in mostra un’antica sala affrescata e un laboratorio chimico dei primi del secolo, abitati da concrezioni di salnitro in forma di nuvola. Questa sostanza corrosiva, che in ambienti umidi si può trovare come efflorescenza biancastra su muri e pavimenti, evoca l’inesorabile sedimentarsi del tempo nei luoghi disabitati dalla memoria che la fotografia prova a riscattare dall’abbandono.

L’ideale vocazione alla summa che accomuna questi lavori continua ad animare le opere realizzate negli anni ’80, quando l’artista si lascia affascinare dall’archeologia, interpretata come ricerca e impossibile ricostruzione di un’antichità irrimediabilmente perduta. A questo periodo appartengono le grandi carte parietali gessose che inaugurano una nuova fase di sperimentazione sulla superficie intesa come profondità e stratificazione di materiali. La transizione tra il decennio in cui prevale la fotografia e gli anni successivi dominati dall’interesse per il colore e la materia è documentata dalle opere del ciclo Spia: superfici monocrome lievemente accidentate lasciano intravedere i livelli sottostanti attraverso brecce che rivelano  intense campiture di colore o figurazioni antiche. L’elegante essenzialità lineare del segno grafico che emerge da squarci nel bianco increspato da pieghe sottili e movimentato da delicate impronte tonali conserva intatta l’emozione di un ritrovamento ancora palpitante di vita.

Le suggestioni archeologiche riflettono inevitabilmente anche l’identità italiana dell’artista, che afferma con amore la sua appartenenza ad un presente pregnante di segni del passato, i cui frammenti galleggiano  ovunque e sono patrimonio di tutti.

L’attraversamento del suo personale passato implicito nella riproposizione delle opere giovanili conduce al  grande intervento pensato per la galleria, Impossibili restauri: un impalpabile velo spiegato sulla parete trattiene uno spesso strato materico di gesso e intonaco al quale si aggrappano cocci di vasi e schegge incrinate. Ritorna l’eloquenza della pittura, restituita come stratificazione, scavo e rivelazione della fecondità della superficie, inesauribile generatrice di forme proiettate verso la terza dimensione. Il romanzo della memoria si legge nelle tracce di colore imprigionate dalla sovrabbondanza del bianco, nelle impronte degli oggetti perduti e nei rigonfiamenti del piano pittorico che preludono forse ad altre emersioni. Lo spazio circostante accoglie il coinvolgente affiorare del tempo, che mette a nudo le proprie ferite riconciliandosi con esse in un’apparizione serena e suggestiva.

Con la maturità l’artista sembra aver scaricato di tensione il rovello formale che lo spingeva a forzare i limiti della figurazione sperimentando strumenti linguistici sempre diversi: l’esercizio della pittura riaffiora decantato come i reperti del passato che evoca, essenziale come l’ampliamento di coscienza che produce nel suo farsi, sottilmente sensuale come le favole antiche.

Il percorso proposto dalla Galleria Studio G7 con Archeologie senza restauro si inserisce in una più ampia rassegna con cui la città di Bologna vuole omaggiare l’opera di Franco Guerzoni: oltre alla retrospettiva iniziata lo scorso dicembre alla Otto Gallery, nella primavera del 2014 avrà luogo al Mambo una terza mostra a lui dedicata.

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