La forza delle immagini. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro.

5. Rudolf Holtappel

In cinque anni di attività la Fondazione MAST di Bologna ha costituito una vastissima collezione di immagini fotografiche dei più rilevanti maestri internazionali che dal 1860 a oggi hanno documentato e interpretato la storia dell’industria e del lavoro. La raccolta, unica nel suo genere, conta attualmente migliaia di opere che nel loro insieme compongono un variegato affresco della produzione industriale indagata nelle sue principali implicazioni e tematiche, fra cui architettura, paesaggio urbano, macchinari, operai,  quadri dirigenti, sicurezza, salute e scioperi. Il principale obiettivo di questa impresa è formare un archivio di memorie e visioni che metta a fuoco da differenti punti di vista la complessa realtà del lavoro e della corsa all’innovazione nella convinzione che una corretta lettura del presente si fondi sulla consapevolezza del passato e sulla conoscenza delle interrelazioni geografiche e politiche che collegano ogni area del nostro mondo globalizzato. La fotografia, in cui convergono le istanze documentarie della presa diretta e le suggestioni estetiche di un’immagine che dichiara ogni volta la propria autosufficienza, è il medium ideale per far emergere intuizioni e domande altrimenti destinate a rimanere inespresse.

7. Edgar Martins

La mostra La forza delle immagini presenta una selezione di oltre sessanta fotografi che indagano il regno della produzione e del consumo nell’intento di suggerire nuove connessioni e modalità di visione che emergono dall’accostamento/contrapposizione di impressioni sempre impeccabili. Il percorso espositivo abbozza una narrazione multiforme che scaturisce da una successione di spazi e ambienti la cui apparente eterogeneità diventa struttura centrifuga mentre l’alternanza delle caratteristiche dominanti di ogni immagine (come pieno/vuoto, individuale/corale, bianco e nero/colore) funge da filo conduttore.

10. Thomas Struth

A questo modo la chirurgica catalogazione di archeologia industriale di Bernd e Hilla Becher, in cui fabbriche disabitate ritratte in morbida scala di grigi assumono una valenza archetipica e quasi astratta, accendono un dialogo inatteso con gli scatti di Rudolf Holtappel, dove l’anonima giungla industriale fa da sfondo all’imprevedibile movimento di un gruppo di bambini intenti a lavare un’auto, mentre Pepi Merisio accentua il contrasto tra uomo e macchina in uno scatto surreale in cui un uomo guida un carro trainato da un cavallo lasciandosi alle spalle i tralicci di un tetro stabilimento. Rémi Markowitsch fotografa i macchinari della fabbrica Volkswagen di Wolfsburg come se fossero gli organi interni di una misteriosa e gigantesca creatura animata e instilla negli ingranaggi e nelle condutture metalliche una potente carica erotica che assimila il pulsante meccanismo di quei congegni ai sussulti biologici di un’intimità crudamente svelata. Un voyeurismo sottile e raffinato permea anche gli scorci colti da Nino Migliori, che sembra spiare di nascosto le attività logistiche di una fabbrica restituendole come alterità e  bellezza compositiva, mentre Thomas Struth interpreta i capannoni della Thyssenkrupp Steel in senso teatrale insinuando nell’immagine l’attesa di un’azione scenica che sembra sul punto di svolgersi.

15. Bernd and Hilla Becher

Il tempo sospeso di Struth diventa immobilità nel carro senza motrice di Gabriele Basilico, vertiginosa fuga in avanti negli scatti di Edgar Martins che ritraggono la sala macchine della centrale elettrica di Alto Rabagão o futuristica condensazione di attimi nella serie che Jules Spinatsch dedica a un turno di otto ore negli impianti di produzione dei trattori John Deere. La velocità come attributo umano potenziato da protesi meccaniche è al centro anche dell’ironico scatto di Winston Link che raffigura un drive-in cinema (luogo cult della cultura americana degli anni ’50) in cui una coppia seduta in auto guarda nello schermo cinematografico il decollo di un aereo mentre un treno sfreccia sullo sfondo. L’interno di un treno che trasporta i pendolari al lavoro è invece il soggetto dell’immagine quasi coeva di Yutaka Takanashi, in cui i lavoratori si accalcano in uno spazio angusto cercando di ridurre l’ingombro del proprio corpo per adattarsi alle geometrie artificiali della carrozza.

11. Yutaka Takanashi

Se l’essere umano sembra scomparire nei futuristici impianti fotografati da Walter Niedermayr, dove gli operai sono fugaci e sfocate presenze al servizio di una selva di sofisticati congegni che crescono rigogliosi dal pavimento come piante in una serra, Sebastião Salgado ritrae la fatica di una moltitudine di minatori che scalano una parete verticale con pesanti fardelli sulle spalle evidenziando un’altra forma di disumanizzazione, derivante proprio dall’assenza di tecnologia e dall’intensivo sfruttamento di una forza lavoro privata di ogni dignità. La sperequazione della ricchezza mondiale ha cause storiche e politiche e nell’era della globalizzazione è governata sempre più dagli astratti meccanismi con cui la finanza decide le sorti di milioni di ignare individualità: le fotografie della camera di commercio di Chicago scattate da Beate Geissler e Oliver Sann raccontano lo sfinimento di un’insaziabile guerra di posizione e l’inarrestabile corsa alla prevaricazione falsamente intesa come progresso. Il futuro di un sistema basato sulla necessità di un’insostenibile crescita esponenziale non può che essere apocalittico, come ammonisce Jim Goldberg in Mezzogiorno di Fuoco, scatto che conclude idealmente la mostra: al centro di un’ampia pianura utilizzata come discarica di rifiuti a Dhaka nel Bangladesh un guardiano separa a mani nude i cadaveri di animali dai materiali di scarto che lo circondano a perdita d’occhio.

4. Jim Goldberg

L’epopea del progresso con le sue violente contraddizioni delineata da questa mostra, che rifiuta intenzionalmente una stretta consequenzialità tematica e cronologica, libera il potenziale evocativo di ciascuna immagine per creare un campo di forze contrastanti che nel fronteggiarsi sovvertono i dati reali facendo emergere in forma monumentale le sotterranee conseguenze di un sistema troppo spesso percepito come estraneo all’uomo. Rinunciando alla pretesa di offrire impossibili risposte, il progetto espositivo vuole stimolare l’osservatore a porsi domande e a sperimentare differenti punti di vista sul presente, invitandolo al tempo stesso a prendere consapevolezza di quanto la stessa immagine possa veicolare concetti diversi e paralleli in grado di coesistere senza indebolirsi a vicenda.

Info:

La forza delle immagini. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro.
3 maggio – 24 settembre 2017
MAST
Via Speranza 42, Bologna

Dayanita Singh. Museum of Machines.

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La Fondazione MAST presenta la prima personale italiana di Dayanita Singh, fotografa indiana protagonista della scena artistica internazionale che dagli anni Novanta esplora le potenzialità relazionali e allusive dell’immagine e le nuove modalità di fruizione visiva che scaturiscono dalla composizione di sequenze espositive o editoriali. Dopo gli esordi improntati ai canoni del fotogiornalismo e della saggistica, l’artista si è progressivamente allontanata dall’intento di documentare e descrivere tradizionalmente attribuito alla fotografia di impronta realistica per dissolverne le convenzionali certezze in un intreccio di poetiche suggestioni che rivelano come il suo campo d’azione possa essere aperto e sconfinato. Disdegnando il significante e la preminenza del momento decisivo per esaltare gli indizi latenti e l’intrinseca polisemia della realtà, Singh costruisce i suoi scatti come enigmi introversi che eludono ogni precisa coordinata di tempo e luogo per sollecitare l’intima adesione dello spettatore e le sue sovrapposizioni logiche ed emozionali.

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L’intero corpus fotografico originale dell’artista, inesauribile matrice a cui attinge per la creazione di libri tematici realizzati in collaborazione con l’editore Steidl,  è custodito ed esposto in strutture lignee modulari composte da tavoli, panche, paraventi e contenitori segreti liberamente combinabili che nel loro insieme costituiscono il Museum Bhavan, una collezione di immagini-oggetto che si accresce con il progredire del lavoro. L’impaginazione cartacea e scultorea diventa quindi un’interfaccia strutturale e concettuale che materializza il valore del montaggio come operazione artistica  in cui la giustapposizione/collisione di rappresentazioni apparentemente oggettive crea un infinito flusso narrativo ed emozionale. Proprio i livelli impliciti in ciascuno scatto, enfatizzati e svelati dalle sequenze di volta in volta proposte, fanno emergere insospettabili legami tra fotografie realizzate in tempi e luoghi differenti dando origine ad un’ulteriore proliferazione di “musei” che individuano particolari tematiche e assonanze formali all’interno del macroinsieme che le accoglie. Nascono a questo modo anche le serie Museum of Machines (recente acquisizione della Collezione MAST), Museum of Industrial Kitchen, Office Museum, Museum of Printing Machines, Museum of Men e File Museum presenti in mostra che raccontano i luoghi della vita e della produzione cogliendone l’essenza evocativa e onirica come organica costellazione di ossessioni silenziose.Il percorso espositivo inizia con gli scatti di Blue Book, una raccolta di fotografie virate al blu a causa di un iniziale errore di sviluppo della pellicola diventato poi cifra distintiva della serie che ritrae i grandi complessi industriali dell’India moderna in un’atmosfera soffusa e irreale. L’assenza di riferimenti precisi nonostante il rigore dei dettagli e l’evocazione della presenza umana solo attraverso le tracce dell’utilizzo dei vari oggetti stempera l’ostilità del paesaggio in una lussureggiante elegia dell’abbandono e della solitudine.

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Gli impianti tecnici e funzionali all’interno degli stessi capannoni sono analizzati singolarmente in Museum of Machines e Museum of Industrial Kitchen, serie composte da scatti di piccolo formato che l’artista presenta in griglie modulari eredi della fotografia tipologica di Bernd e Hilla Becher. Se i coniugi tedeschi scansionavano e classificavano il reale epurandolo dalle contingenze per restituirlo in una forma esatta e definitiva, Singh sembra voler fingere un analogo approccio impersonale per poi esplicitare nella ripetizione differente dei suoi modelli le intriganti variazioni di tono, luce e texture che rivelano la coinvolgente fisicità dei macchinari. Attraverso il suo sguardo anonime apparecchiature diventano sculture ed entità dotate di personalità autonome, possono essere i presupposti di misteriose storie sepolte nella memoria o ancora racchiuse in potenza nell’ingombrante laboriosità dei loro ingranaggi, sono in grado di instaurare rapporti simbiotici ed empatici con gli operai che ne presiedono il funzionamento.
Le sequenze verticali e orizzontali di lettura suggerite dalle strutture espositive predisposte dall’artista accorpano le immagini per temperamento e carattere in un’esponenziale proliferazione di analogie e contrasti che giocano con l’inarrestabile dispiegarsi di possibilità che increspano la superficie delle cose rendendo uniche anche le sue emergenze più banali.

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Il presupposto concettuale e poetico su cui si fonda il lavoro di Dayanita Singh è ancora più evidente nella serie File Museum dedicata alla documentazione degli archivi indiani dove armadi, sacchi e scaffali pieni di libri e cartelle saturano lo spazio con il peso e la permanenza di segreti che il tempo renderà sempre più indecifrabili. Cresciuti su se stessi come creature organiche non troppo dissimili dalla muffa che talvolta si scorge sulle pareti come silenziosa minaccia all’integrità dei documenti, questi labirinti organizzati secondo le logiche soggettive di ciascun custode materializzano la lotta tra ordine e caos che il fotografo deve affrontare per individuare un’immagine in una porzione di realtà e la casualità che in fondo presiede la sua attribuzione di senso. Celebrazione della carta nell’età dell’informazione digitale, File Museum è forse la serie più rappresentativa della fascinazione dell’artista per la vita intesa come inestricabile agglomerato di esperienze e per le inspiegabili ricorrenze che assimilano storie e destini originariamente a se stanti.

Info:

Dayanita Singh. Museum of Machines.
a cura di Urs Stahel
12 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017
MAST
Via Speranza 42, Bologna

Ceramica, latte, macchine e logistica. Fotografie dell’Emilia Romagna al lavoro.

3. Gabriele Basilico_British American Tobacco

In sinergia con il Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, incentrato quest’anno su una rappresentazione del paesaggio che trova nella strada il proprio filo conduttore, la Fondazione MAST rende omaggio alla via Emilia con una collettiva di fotografi internazionali che con i loro scatti analizzano e interpretano la principale arteria viaria della regione e il territorio che si snoda lungo il suo percorso. Fulcro di un’area metropolitana densamente popolata che si estende da Bologna a Parma, si è sviluppata  sulla scia delle radicali modifiche nel modo di lavorare e di vivere che il dinamismo economico del dopoguerra ha apportato. Le unità abitative e gli stabilimenti industriali sorti in quel periodo si sono amalgamati con un panorama che ha il suo tratto distintivo principale nella continuità della linea che separa la pianura dal cielo, a volte offuscata dalla nebbia esalata dalla fitta rete di fiumi e canali che attraversano la campagna. La rivoluzione industriale del XXI secolo, che ha sostituito le vecchie  strutture produttive con impianti altamente tecnologici funzionali  alle nuove esigenze del terziario avanzato, dei commerci, della tecnica e dell’accelerazione, ha recentemente messo in crisi un sistema socio economico che aveva trovato il proprio equilibrio nella collaborazione, nella piccola impresa e nella proprietà cooperativa. Teatro e testimonianza di questi cambiamenti epocali è proprio il paesaggio in cui oggi convivono i retaggi della tradizione, i reperti dell’abbandono e le infrastrutture di un progresso che sembra sempre più refrattario alla presenza umana.  I fotografi coinvolti in questa mostra esplorano i nuovi valori visivi generati da questa trasformazione componendo una sorta di inventario di immagini contrapposte che analizzano la situazione attuale nella sua doppia valenza di intermezzo d’attesa delle ulteriori trasmutazioni annunciate dall’era digitale e di bilancio dell’esistente.

17. Fondo Minganti_Smeragliatrice

La rassegna si apre con il Ritratto d’operaio del neorealista Enrico Pasquali: il suo sguardo fiero rivolto verso l’alto esprime la fiducia nella dignità nobilitante del lavoro e nelle promesse di prosperità che animavano il boom economico degli anni ’50. Quest’immagine emblematica è accompagnata da una serie di foto anonime tratte dal catalogo delle Officine Minganti che illustra alcune delle macchine utensili prodotte dall’azienda. L’impostazione classica della fotografia in bianco e nero che non concede nulla al superfluo risulta oggi nostalgica attestazione di un’affidabilità che si poteva fisicamente valutare in termini di solidità e durata e che non aveva bisogno di espedienti comunicativi improntati alla seduzione per essere convincente. Fu un periodo di breve durata, come dimostrano gli scatti di Gabriele Basilico che documentano le macchine confezionatrici dismesse di uno stabilimento in fase di smantellamento e riconversione a Bologna accentuandone l’immobilità e l’ingombrante obsolescenza.

15. Carlo Valsecchi_# 0767 Cesena, Forli 2012

Nell’immaginario contemporaneo una struttura resistente e solida è forse più associata a idee di lentezza e fatica più che di efficienza e versatilità; per questo motivo gli scatti con cui Carlo Valsecchi monumentalizza i più tecnologici stabilimenti industriali di tutto il mondo ne accentuano la componente futuristica con un’elaborazione formale e cromatica  che tende all’astrazione del dato reale. Anche Paola de Pietri fotografa i modernissimi impianti di produzione ceramica di Sassuolo come immacolati congegni in cui l’antica alchimia della trasformazione delle polveri nella preziosa pasta invetriata sembra avvenire in modo autosufficiente. Se le fabbriche e le campagne appaiono deserte perché la manodopera umana è stata sostituita da instancabili macchinari automatici oppure decentrata nei Paesi in via di sviluppo a scapito dei diritti dei lavoratori, negli scatti di Olivo Barbieri gli esseri umani che affollano i centri commerciali diventano anonimi ingranaggi indispensabili al funzionamento della grande distribuzione organizzata.

11. Walter Niedermayr_serie TAV, Viadotto Modena, 2004

Walter Niedermayr e Bas Princen documentano la costruzione delle infrastrutture della TAV come violenta cancellazione di un paesaggio che non potrà più recuperare la propria integrità: il collegamento veloce elimina ogni tappa intermedia che non sia strettamente funzionale all’ottimizzazione delle risorse e diventa irreparabile interruzione dei ritmi naturali di un territorio dove una cadenzata lentezza assicurava la qualità della produzione e il benessere degli abitanti. Questo sistema sociale non sembra oggi più praticabile, come dimostrano i reportage di William Guerrieri che indagano l’identità storica del villaggio artigiano di Modena ovest attraverso scatti personali e d’archivio da cui emerge come l’abbandono dei luoghi sia conseguenza e presupposto della loro perdita di senso.  A volte l’immagine può essere delicato tentativo di riconciliazione tra le sedimentazioni culturali del passato e la problematicità del presente: le immagini di Marco Zanta descrivono il Delta del Po con scorci di paesaggi minimali e ritratti di compaesani che sussurrano tra loro sospendendo il tempo in un limbo in cui convivono la sotterranea vitalità della tradizione e l’eco dell’inesorabile cambiamento.

14. Franco Vaccari_La via Emilia è un aeroporto, 2000 ( stil da video), #7

A ideale raccordo di tutti questi differenti punti di vista fotografici, estetici e concettuali il video di Franco Vaccari La via Emilia è un aeroporto (2000) racconta il transito di persone, mezzi e merci lungo la grande arteria stradale soffermandosi anche sul suo aspetto notturno. Il continuo scorrere di veicoli  che lambisce la monotonia di capannoni industriali, hotel a poco prezzo e abitazioni popolari trova il suo inaspettato contrappunto umano nel dialogo che l’artista instaura con alcune famiglie extracomunitarie residenti in zona o con le prostitute che lì esercitano la loro antica professione.

Info:

Ceramica, latte, macchine e logistica. Fotografie dell’Emilia Romagna al lavoro.
a cura di Urs Stahel
4 maggio – 11 settembre 2016
MAST
Via Speranza 42, Bologna
martedì – domenica 10.00 – 19.00
Ingresso gratuito

 

GD4PHOTOART Competition Finalists

02- Madhuban Mitra & Manas Bhattacharya

Fino al 10 gennaio sarà visitabile nella Photogallery del MAST la collettiva GD4PHOTOART, che riunisce i lavori di giovani fotografi selezionati tramite concorso biennale e invitati ad esplorare il volto contemporaneo dell’industria e del lavoro documentando le trasformazioni ambientali, sociali e produttive generate dai differenti modelli dello sviluppo economico globalizzato. I candidati, di età non superiore ai quarant’anni, vengono proposti da segnalatori internazionali del settore ad una giuria che sceglie quattro finalisti, ognuno dei quali riceve una borsa di studio per realizzare un progetto che concorre all’assegnazione del premio finale. Protagonisti della quarta edizione del concorso e della mostra inaugurata il 3 ottobre sono: Marc Roig Blesa, Raphaël Dallaporta, il duo Madhuban Mitra-Manas Bhattacharya e il vincitore Oscar Monzon, i cui lavori andranno ad arricchire la collezione permanente della Fondazione.
Il progetto di Marc Roig Blesa si interroga sulle possibilità di un attivismo visivo contemporaneo con la creazione di Werker Magazine, rivista a gestione collettiva che si occupa di fotografia e mondo del lavoro. Ispirandosi alle pratiche di auto-rappresentazione e critica dell’immagine del Worker Photography Movement, un gruppo di associazioni di fotografi dilettanti che comparve in Germania negli anni Venti, l’artista intende l’immagine come potente strumento educativo al pensiero indipendente. Ogni numero della rivista è integrato da un laboratorio che trasforma la sede espositiva in uno spazio di apprendimento collettivo, sollecitando l’analisi attiva di un tema specifico, che a Bologna è il “lavoro invisibile”, come potrebbero essere le faccende domestiche, un’attività di volontariato o di cura. Con l’allestimento di una biblioteca liberamente consultabile e la creazione di una community darkroom dove esporre foto dilettantesche realizzate durante il workshop, il progetto intende promuovere la produzione dal basso di immagini efficaci che rivendicano le reali condizioni di vita e di lavoro delle persone coinvolte.
Raphaël Dallaporta affronta con sguardo imperturbabile e rigoroso le conseguenze dell’agire umano nell’ambiente e nella società, analizzando il rapporto tra progresso e memoria in immagini che esaltano la potenzialità simbolica del mezzo fotografico. In mostra presenta una serie di scatti dedicati al programma Symphony, il primo sistema di comunicazione satellitare in Europa avviato negli anni Sessanta grazie ad un accordo franco-tedesco. Le gigantesche e ormai desuete antenne satellitari appaiono come frammentari reperti di archeologia industriale, fragile monumento ai limiti e alla parzialità dei provvisori accordi umani. La discontinuità delle immagini, che crea eleganti composizioni in bianco e nero, sottolinea come il tempo abbia cominciato a smantellare le rovine di questa gigantesca impresa e suggerisce che anche una tecnologia apparentemente democratica può nascondere anfratti ambigui pronti a generare pericolose perdite di controllo.
Madhuban Mitra e Manas Bhattacharya, originari di Calcutta, appartengono alla generazione per la quale la fotocopia di libri presi in prestito in biblioteca era quasi l’unico veicolo economico di accesso alla conoscenza. La conseguente diffusione di fotocopisterie con macchine Xerox d’importazione ha generato una micro economia sommersa ma indispensabile all’industria culturale. In scatti colorati e ironici gli artisti ritraggono la banalità esistenziale degli angusti negozi dove si svolge questa attività, documentando la ripetitività dei gesti degli addetti ai lavori e la loro sottomissione all’inesorabile ritmo delle macchine. Presentando inoltre riproduzioni fotografiche di fogli fotocopiati mal riusciti raccolti nel corso delle loro visite, indagano il limite ontologico e linguistico del procedimento fotografico, che condivide con la fotocopia la finalità di creare una riproduzione generata dalla luce ma ambisce allo statuto di immagine.
Il lavoro di Oscar Monzon, intitolato Maya, riflette sull’innata vocazione illusoria della fotografia che, cristallizzando in forma visibile ciò che si muove di fronte all’obiettivo, suggerisce un’implicita messa in scena della realtà. Confrontando note immagini pubblicitarie che oggi fanno parte di qualsiasi panorama urbano con riprese di strada che catturano gli atteggiamenti spontanei delle persone, l’artista fa emergere l’omologazione di mode e atteggiamenti irrimediabilmente condizionati dal potere dell’industria della persuasione. In un inquietante corto circuito percettivo che alterna colorati cartelloni promozionali alla street photography in bianco e nero, Monzon sembra insinuare che la nostra quotidianità è controllata da codici comportamentali inconsci ancora più coercitivi di quelli che regolano la comunicazione massmediatica creativa. In uno scenario globale sempre più alienato e spersonalizzato ciò che sembra resistere è l’insopprimibile desiderio di felicità che infonde calore all’artificialità delle immagini pubblicitarie e che, strumentalizzato dalla mitologia capitalista, finisce per irrigidire e frustrare la vita reale.

Info:
GD4PHOTOART COMPETITION FINALISTS
3 ottobre 2015-10 gennaio 2016
MAST
Via Speranza, 42 Bologna
martedì-domenica 10.00-19.00

Hong Hao. Le mie cose

Hong Hao, Contabilità 07 B, 2008

Per la seconda edizione di Foto/Industria, rassegna biennale dedicata alla fotografia industriale promossa dalla Fondazione MAST in collaborazione con il Comune di Bologna, il MAMbo presenta la prima personale italiana di Hong Hao, artista cinese classe 1965 originario di Beijing, dove è rappresentato da Pace Gallery. In linea con l’idea guida della rassegna, che vuol essere un osservatorio diretto sul mondo del lavoro in tutte le sue accezioni e implicazioni attraverso lo sguardo di alcuni tra i principali fotografi internazionali, l’artista analizza e documenta la recente espansione del consumismo in Cina in una serie di opere nate come sviluppo di un meticoloso progetto iniziato nel 2001.
In quel periodo infatti Hao inizia a scansionare regolarmente gli oggetti che trova o utilizza inserendoli in uno scanner, salvandoli in formato digitale e classificando i file in diverse cartelle del suo computer per comporre uno sterminato archivio virtuale che registra quasi ogni elemento materiale della sua quotidianità. Le singole immagini vengono poi organizzate per forma, colore o tipologia e, giustapponendosi l’una all’altra, diventano le tessere di complessi collages digitali che compongono colorate nature morte di grande formato. Questo procedimento, che mantiene intatte le proporzioni degli oggetti ma ne annulla le caratteristiche funzionali, trasforma l’iper-oggettività della documentazione iniziale in una lussureggiante riproduzione deliberatamente indifferenziata e bidimensionale. Alcune immagini presentano collezioni tematiche, come dorsi di libri, basi di piccoli elettrodomestici o confezioni di cibo, altre riflettono un principio ordinatore astratto, come la serie dedicata al cerchio, in altre prevale la componente autobiografica rispecchiando un momento particolare del vissuto dell’artista. Dal punto di vista stilistico l’interpretazione delle forme si evolve in senso lineare, come si può osservare confrontando i primi assemblaggi, caotici e ancora idealmente volumetrici nell’uso della sovrapposizione, con le opere più recenti, in cui ogni elemento sembra trovare la propria collocazione stabilendo una relazione di necessità reciproca con i contorni degli oggetti confinanti che trasforma la giustapposizione in un insieme simbiotico.
L’ossessione di eternare in immagine i suoi beni transitori non esprime, come si potrebbe immediatamente pensare, una compulsività possessiva: questo paziente inventario è una pratica di raffreddamento in cui il diario visivo diventa una forma di contabilità che nella reiterazione perde l’iniziale connotazione privata per registrare l’evoluzione delle abitudini dei consumatori cinesi.
Al contrario della fotografia, che presuppone una certa distanza fisica dello strumento dall’oggetto rappresentato e il coinvolgimento diretto dell’autore che esprime il suo soggettivo punto di vista, la scansione elettronica appiattisce visivamente le cose restituendole in un’immagine parziale ma incontrovertibilmente oggettiva. Attraverso questo procedimento Hao scioglie il legame emotivo che lo lega alle “sue cose” per stabilire una distanza critica e mentale che diventa il presupposto della storicizzazione visiva della condizione umana nell’odierna società consumistica. La crescente necessità di beni materiali spesso superflui, che condiziona profondamente le nostre modalità di partecipazione sociale, è infatti conseguenza di precise strategie politiche ed economiche che trascendono l’individuo per instaurare provvisori equilibri di convivenza globale. Gli attraenti tappeti di oggetti composti da Hao, che disorientano lo sguardo con una serialità differente e potenzialmente infinita come l’incremento del desiderio provocato dal sistema consumistico, ci spingono a riflettere su quanto i nostri bisogni sociali siano in realtà indotti e a chiederci cosa possa essere veramente essenziale.
La composizione-disposizione diventa quindi una forma di meditazione etica ed estetica che porta alla creazione di un vocabolario artistico personalizzato inserito a pieno titolo nello sviluppo dialettico della storia dell’arte. Ideale evoluzione dei celebri ammassamenti di Arman, che rivelavano l’intimo principio di deformazione degli oggetti industriali, le giustapposizioni di Hao investigano la reciproca compatibilità di forme appiattite dalla rielaborazione digitale che nell’insieme generano la stessa misteriosa espressività degli assemblaggi scultorei del maestro del Nouveau Réalisme. La sua ars combinatoria inoltre esplora le nuove possibilità di interrelazione morfologica e cromatica offerte dalla digitalizzazione, evidenziando come negli ultimi anni il sistema strutturale della visione si sia evoluto in una planarità artificiale e continua generata dai sistemi additivi orizzontali alla base dei codici di programmazione.

Info:
Foto/Industria Bologna Biennale 2015
3 ottobre-1 novembre 2015
Martedì-Domenica 10.00-19.00
http://www.fotoindustria.it