Jorge Mayet. Sradicamenti sospesi

 Maybe, subconsciously, I live like a tree pulled from its  roots  and in that way my installations are a metaphor of my life, but on a conscious level, I believe that we have to value each part of this Earth that belongs to us, because it is from she that we are able to live.

Jorge Mayet

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In molti ricordano la capanna cubana fluttuante al largo della baia dove si incontrano le acque dell’Oceano Atlantico e Caraibico che comparve in occasione di Art Basel Miami nel 2009: costruita in legno e foglie di palma in aperto contrasto con le lussuose costruzioni dell’antistante litorale, venne distrutta dalla potenza delle onde e i frammenti che fu possibile recuperare diventarono un’installazione al Museo d’Arte Contemporanea di Palma de Mallorca. Quest’opera evocativa, che coniugava la suggestione del miraggio con l’intensità emotiva suscitata dal suo destino di distruzione, simboleggiava il pericoloso viaggio dei migranti cubani che si avventuravano con imbarcazioni precarie proprio in quel tratto di mare per raggiungere gli Stati Uniti in cerca di una vita migliore. Il suo autore, che da quel momento si è imposto sulla scena artistica internazionale entrando a far parte delle collezioni più prestigiose, è Jorge Mayet, nato a La Habana, Cuba nel 1962 e attualmente residente a Palma de Mallorca dove ha sede la sua principale galleria di riferimento.La condizione di esule e il sentimento di nostalgia per la patria lontana sono la maggiore fonte di ispirazione per le installazioni scultoree a cui deve la sua notorietà, che riproducono visionari frammenti del paesaggio cubano sospesi in aria tramite sottilissimi fili trasparenti. Utilizzando cavi elettrici, cartapesta, tessuto e pittura acrilica l’artista, coadiuvato da un ampio staff di collaboratori tutti appartenenti alla sua famiglia, realizza iperrealistici modellini miniaturizzati di alberi, piante e altri elementi naturali che catturano l’essenza del panorama della sua nazione d’origine trasfigurandola in un’apparizione mistica e simbolica. Ogni albero appare divelto, le radici sospese nel vuoto trattengono qualche zolla del terreno in cui è cresciuto ma che non sarà più in grado di nutrirlo, la chioma può essere misteriosamente rigogliosa oppure sofferente o completamente secca, talvolta intrecciata con vere piume di uccello che con il loro sovradimensionamento accentuano l’irrazionalità della percezione.
DSCN3559Il linguaggio allegorico di Mayet, in cui l’abile mescolanza di natura e artificio rende ogni lavoro ammaliante ed enigmatico, coniuga un’immediata efficacia comunicativa con un fertile sostrato emotivo e simbolico capace di esprimere il tema dello spaesamento e dell’esilio in una dimensione universale. Se l’albero sradicato è infatti metafora della sua esperienza di espatriato sospeso tra la nuova vita che ha scelto di costruirsi e il legame mai rescisso con le sue memorie e radici personali, la presenza iconica della Ceiba, maestosa pianta sacra a cui le popolazioni precolombiane rivolgevano preghiere e sacrifici, allude all’antica spiritualità della sua terra. Le piante, in quanto esseri viventi, si credeva fossero abitate da spiriti immortali, guardiani e padroni dell’intera specie che potevano assumere forma umana o di uccello. Gli alberi secolari quindi custodiscono e donano la vita a chi li onora e li rispetta e la loro forza e resilienza dovrebbe ispirare all’umanità nuovi valori di sopravvivenza e rispetto. I silenziosi paesaggi sospesi di Mayet, più che assumere una specifica valenza di critica sociale e politica, esprimono la perdita dell’antica consonanza dell’uomo con l’universo che lo ospita a causa di ciò che l’artista percepisce come la decadenza della storia nella nostra contemporaneità in rovina. La crisi generalizzata che stravolge il mondo con ondate di violenza e dolore non è una recessione da risolvere con gli artificiali mezzi del progresso, ma un inarrestabile cambiamento che forse non siamo ancora in grado di comprendere appieno. Le radici aggrappate al vuoto e i rami nudi protesi dei suoi alberi urlano la solitudine e lo spaesamento di un’umanità privata della propria interezza esistenziale, incapace di ripristinare il senso di profonda appartenenza con cui gli antenati si rapportavano alla realtà che li circondava. Trasformando lo smarrimento in bellezza sospesa a fili invisibili Mayet ci ricorda inoltre che l’armonia può avere ragioni che travalicano i limiti della razionalità e che la sua fragilità rifiuta ogni forma di costrizione. Poetica metafora di esilio e liberazione, i suoi impossibili paesaggi esplosi come nuvole di schegge galleggianti non rappresentano la violenza del distacco ma il positivo propagarsi di un’identità frammentata che diventerà semente di nuovi mondi.

 

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