Opentour 2017. Artisti emergenti a Bologna.

Irene Fenara

Cosa recepiscono gli studenti dell’Accademia dell’intricato sistema dell’arte in cui si apprestano a entrare? Quali linguaggi creativi privilegiano e quali aspetti della realtà considerano più urgente far emergere? Quali sono per i cosiddetti nativi digitali i tratti distintivi della nostra epoca e come immaginano il futuro? Qual è il ruolo dell’arte nella nostra società e cosa significa essere artisti? Da alcuni anni l’Accademia di Belle Arti di Bologna si propone come osservatorio privilegiato delle nascenti tendenze artistiche con il progetto Opentour, che prevede il coinvolgimento di studenti e neolaureati in mostre collettive dislocate in spazi espositivi pubblici e privati della città. Il progetto, che permette ai giovani di confrontarsi con un ampio pubblico di addetti ai lavori e semplici curiosi, è un’importante occasione di campionatura delle nuove correnti estetiche che provano a raccontare l’affascinante liquidità degli Anni Zero.

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Come prevedibile, molti lavori si interrogano sulla virtualizzazione dell’identità nell’era mediale, come il lavoro di Tiziana De Felice presentato a LOCALEDUE, che consiste in una serie di poster (elemento tipico di una teen-culture dal retrogusto un po’ vintage) che sostituiscono le effigi di personaggi cult con selfies modificati attraverso applicazioni di beauty make up per smartphone in cui una folla di sconosciuti si autocelebra come icona. La dialettica tra la concretezza del mondo reale e la sua emanazione virtuale e la costruzione dell’identità intesa come ibridazione di elementi trovati liberamente combinabili in un infinito cut up sono i punti di forza del video maker Sathyan Rizzo, ambiguamente affascinato dalla Rete come estrema deriva della comunicazione di massa. Se la precarietà diventa un indirizzo di pensiero tutto è possibile e i contrari si sommano invece che annullarsi, erodendo alle radici la credibilità dei miti fondanti in cui le generazioni passate riponevano le loro certezze. Christina G. Hadley (coinvolta assieme a Rizzo in un progetto dedicato all’ex chiesa di San Barbaziano a cura di Piero Deggiovanni e Leonardo Regano presso LABS Gallery) interpreta l’agiografia come un distopico ologramma pop in cui un presente squallido si mescola a un fulgido e irreale passato. L’immaginario tipico del marketing e della comunicazione commerciale si è fortemente insinuato anche nella vita privata degli individui e nelle strategie di confezionamento dell’oggetto artistico, insidiando il concetto di autorialità: Marco Casella in mostra da CAR DRDE esaspera queste contraddizioni con la realizzazione di gadget e template che fingono di equiparare l’opera a un prodotto di consumo.

Yongquiang Chen

Se il regno dell’artificialità digitale appare sempre più mimetico e competitivo, gli artisti reagiscono all’aggressività del virtuale cercando sicurezze nella natura, da sempre fonte di ispirazione e bellezza per l’essere umano. Così Yongquiang Chen a GALLLERIAPIÙ riscopre il potenziale evocativo di un tronco naufragato in mare trasformandolo nella dimora di un poetico ibrido lumaca-fiore in cera che il calore potrebbe sciogliere in qualsiasi momento, mentre Sofia Bernardini da P420 espone un camaleonte vivo in una teca sfidandolo a confrontarsi con una girandola colorata realizzata da Andrea Renzini. Anche le forme dei più comuni oggetti di fabbricazione industriale potrebbero avere un archetipo naturale, come sottolinea ironicamente Paolo Bufalini incatenando una minimoto a una mandibola di squalo, mentre Luisa Turuani restituisce anima e sentimento a un gruppo di pietre che ritornano a essere sorgente di pianto grazie ad un empirico sistema di irrigazione.

Luisa Turuani

Il desiderio di immediatezza e concretezza della nuova generazione artistica si attua in una nuova poetica dell’oggetto, di volta in volta interpretato come depositario di storie, forme e suggestioni altrimenti inaccessibili. Così Alena Tonelli in Ex Voto ricostruisce la stratificazione di destinazioni d’uso del complesso di San Barbaziano con una sorta di sindone che recepisce l’impronta degli elementi caratterizzanti di ciascun periodo storico, mentre Lucia Fontanelli ne custodisce poeticamente il passato in una serie di urne di recupero in cui ha raccolto la polvere depositatasi nel luogo nel corso degli anni di abbandono. Luca Bernardello intraprende invece un percorso inverso, prelevando dalla chiesa alcuni oggetti, successivamente puliti e levigati per ripristinarne lo stato originario, che diventano gli elementi compositivi di nuove sculture combinatorie (simili per economia di mezzi ed esiti minimali a quelle già citate di L. Turuani) che conservano solo nel titolo la traccia della collocazione iniziale.

Daniele Di Girolamo

Un altro importante filone di ricerca individua nella fisicità del corpo l’inesauribile fonte di un contatto finalmente autentico con se stessi e il mezzo per scandagliare le più viscerali pulsioni emotive e affettive. Emblematico da questo punto di vista è il diario-polaroid di Melissa Torelli presentato a GALLLERIAPIÙ, che affianca inquadrature intime di un corpo tremulo e indifeso a brani di scrittura che manifestano il disagio esistenziale di un giovane che si affaccia al caos della vita adulta. Il corpo come espressione di un sentimento che diventa fusione di individualità e texture di pelle nuda è al centro della serie fotografica  Lovers di Karin Schmuck (galleria Enrico Astuni) che sovverte i canoni del ritratto inquadrando porzioni periferiche dei soggetti per amplificare la dolcezza dei loro gesti proteggendoli dagli sguardi voyeuristici del pubblico. Il corpo involontario e biologico è il destinatario dei dipinti di Mattia Pajè (CAR DRDE) che riprendono illustrazioni tratte da manuali di riflessologia associandole alle frequenze cromatiche che agiscono sugli organi considerati per esplorare una modalità di fruizione dell’opera che prescinda dalle intenzioni dello spettatore. Il movimento del corpo che misura e attiva lo spazio circostante è invece il fulcro delle fotografie di Filippo Marzocchi, che si inserisce in un paesaggio urbano notturno disegnando ulteriori tracciati luminosi con una lampada che accompagna i suoi spostamenti.

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Insofferenti nei confronti di tanta arte troppo respingente e di ardua decodificazione, alcuni esordienti cercano il coinvolgimento diretto e immediato dello spettatore e concepiscono i loro lavori come strumenti per suscitare una riflessione critica su tematiche sociali ed esistenziali. In questo filone si inseriscono l’Esercizio di Telepatia di Veronica Billi e Chiara Prodi (P420), un libro per due lettori con una storia che diventa comprensibile solo attraverso l’azione congiunta e coordinata di due persone, l’intervento di Giordano Secci (GALLLERIAPIÙ) che invita il pubblico a meditare sul proprio ruolo nel mondo e nel sistema dell’arte scegliendo tra due diversi timbri e la performance di Olivia Teglia che riflette sul labile confine tra normalità e psicopatia recitando i 567 quesiti che dovrebbero individuare questo discrimine in alcuni test di carattere psico-attitudinale. Infine l’arte può essere anche un pensiero leggero e quasi incorporeo che con minimi mezzi (come luci, parole, suoni) è in grado di aprire voragini nelle nostre consapevolezze ed emozioni, come la flebo di soluzione fisiologica di Daniele Di Girolamo che rovescia il suo contenuto a terra invitandoci a riflettere sulla precarietà degli equilibri mentali e biologici che garantiscono la nostra esistenza o la coinvolgente installazione di Irene Fenara (P420) che sembra voler letteralmente rinchiudere il cielo in una stanza avvolgendola di una sognante luce azzurra che rende immanente la lontananza di un pensiero sospeso.

 

 

Marco Ceroni. Late Night Show.

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Con la mostra di Marco Ceroni GALLLERIAPIÙ si trasforma in uno spazio urbano esploso  dove oggetti e frammenti di realtà decontestualizzati e manipolati amplificano il potenziale immaginifico di dettagli apparentemente inerti della quotidianità. Interagendo con gli interstizi di vuoto semantico che manifestano l’artificialità dell’ambiente in cui viviamo, il giovane artista forlivese trasforma ciò che è ordinario, in disuso o vandalizzato nel cardine di nuove possibili narrazioni. I suoi paesaggi creano una sorta di contro-immagine della quotidianità che ne valorizza il potenziale creativo senza bisogno di inventare o aggiungere nulla e rileggono l’architettura nella sua dimensione più empaticamente percettiva utilizzando la fisicità come reagente e unità di misura per amplificarne le interne contraddizioni e discontinuità. Il corpo, considerato come forma duttile, ingombro spaziale e varco dimensionale, è infatti il primo strumento con cui Ceroni verifica gli input visivi che sollecitano il suo sguardo quando si accinge ad esplorare ed interiorizzare un luogo. Rannicchiandosi nell’arco di un dissuasore stradale o addentando il dislivello tra il marciapiede e la strada, l’artista si appropria dello spazio pubblico e ne studia le linee di forza come se sue azioni  fossero i disegni preparatori di ciò che si strutturerà in seguito.

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Fin dagli esordi, quando verniciava con l’oro le carcasse di auto abbandonate nell’hinterland milanese, i luoghi che più accendono la sua immaginazione sono le zone marginali e dissestate delle grandi città, dove una progettualità al ribasso e l’assenza di manutenzione estetica  generano ambientazioni anonime e per questo liberamente plasmabili mediante il suo attraversamento/ribaltamento artistico. Gli elementi del paesaggio urbano che Ceroni sceglie di modificare funzionano come provvisorio sovvertimento del reale in cui si insinuano i germi di una nuova visione: anche se i suoi interventi si concentrano sui dettagli quindi, ciò che gli interessa è liberare i possibili universi paralleli che giacciono appena al di sotto delle nostre percezioni anestetizzate dall’abitudine.

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Coerentemente a queste premesse, Late Night Show nasce dall’evocazione di uno dei più comuni non-luoghi della nostra contemporaneità, il parcheggio di una multisala cinematografica durante l’ultima proiezione serale. Punto di intersezione tra malinconiche routine e scambi illegali, avamposto di raccordo tra la solitudine dell’individuo e la sua appartenenza a una folla indifferenziata, questa zona liminale è satura di tracce ed echi del passaggio di chi vi transita e quando la notte l’ammanta di silenzio e bellezza, i desideri, le fantasie e le paure s’ingigantiscono e diventano prepotenti. Ceroni personifica i demoni del nostro immaginario collettivo in una teoria di locandine di film cult realizzati tra gli anni Settanta e Ottanta in cui un fondo di foglia oro copre titoli e ambientazioni lasciando vedere solo le effigi dei protagonisti. Nikita, Akira, i ragazzi della 56a strada, le tartarughe ninja e tanti altri compongono un articolato pantheon di antieroi d’affezione che intrecciano le loro vicende di guerriglia urbana con i nostri ricordi e flashback quotidiani. Ironicamente ieratici come le teorie di santi e imperatori consegnati all’eternità dai mosaici bizantini,  questi personaggi sono in realtà smitizzati proprio dall’aura dorata che li circonda, attraverso la quale la distopia delle loro storie originali si trasforma in un’innocua moviola di atteggiamenti surreali.

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L’impianto narrativo del parcheggio diventa minimale nella seconda sala in cui si articola la mostra, dove l’artista sembra cambiare bruscamente registro rispetto alla densità iconica del primo ambiente: in uno spazio mentale deserto e rarefatto poche presenze scultoree astratte evocano e amplificano il cortocircuito tra reale e verisimile. Così in Moonwalk il contraddittorio assemblaggio di un dissuasore stradale con due preziosi coni di marmo giallo di Siena che fungono da basamento materializza il potere dell’arte di individuare mondi inesplorati anche nelle pieghe più inespressive della realtà e la sua vocazione a rendere più interessante ogni aspetto della nostra vita. L’incontro-scontro tra l’uomo e le lamiere dei mezzi di locomozione che ne accelerano gli spostamenti  assume una valenza erotica e violenta in L’Amour Toujours, dove il calco in resina di alcuni frammenti di carene di motorini sparsi a terra alludono a una misteriosa “scena del disastro”. Intriganti nella loro irrisolvibile ambiguità tra la chiazza di olio esausto sull’asfalto e l’ambra fossile, fanno collassare e convergere inquietanti reminescenze letterarie cyberpunk e ancora più  alienanti detriti di cultura pop anni ’90: come sottolinea il testo critico di Fabiola Naldi, la sfida, il game, di Ceroni è proprio questo, provare a far schiantare nello sbilanciamento tra la finzione e il residuato dell’esperienza tangibile elementi molto distanti fra loro ma in qualche modo compresenti nel coacervo delle nostre percezioni e rimozioni. Il suo approccio ludico ma criticamente disincantato coinvolge il visitatore nell’esplorazione di un presente parallelo dove l’ibridazione tra immaginari diversi e razionalmente incompatibili si risolve in un libero gioco di assonanze e contrasti. L’invito è quindi a cavalcare senza paura di perdersi i reboanti destrieri dell’immaginazione, che ai nostri giorni potrebbero anche essere i motorini truccati di una compagnia di ragazzini che eleggono il parcheggio a sconfinato scenario di sogni e avventure. L’insopprimibile demone della libertà s’incarna in Spirit, idolo e feticcio generato dall’interpretazione antropomorfa della parte anteriore di uno scooter come spontaneo aggiornamento epocale della Testa di toro costruita da Picasso negli anni ’40 assemblando una sella e un manubrio di bicicletta.

Info:

Marco Ceroni. Late Night Show.
25 marzo – 10 giugno 2017
GALLLERIAPIÙ
Via del Porto 48 a/b Bologna

Emilio Rojas. The Lions Teeth And/Or The World Was Once Flat.

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Quanto siamo complici del passato che ereditiamo e della storia che consumiamo nel presente? Il Vecchio Continente, che oggi si sente assediato e invaso da inevitabili e inarrestabili flussi migratori, è ancora totalmente impreparato a gestire l’emergenza e a ipotizzare efficaci strategie di futuro sostenibile: i cosiddetti Paesi Emergenti, sinora considerati alla stregua di impersonali serbatoi di risorse, appaiono ora come pericolose e incontrollabili entità le cui emanazioni umane, culturali e materiali si sono già profondamente insinuate nell’immaginario collettivo occidentale e nelle sue abitudini. Ciò che forse sfugge ancora alle nostre coscienze è che la capillare penetrazione di questa nuova linfa vitale è iniziata ormai cinque secoli fa, quando l’esplorazione del mondo e la fiducia in un antropocentrismo in realtà parziale e unilaterale indussero gli europei a interagire con la naturale distribuzione delle specie viventi innescando nuove esplosive relazioni. Così, mentre il pomodoro viaggiava dalle Ande all’Italia per trasformarsi nel cardine della nostra identità gastronomica e l’Europa scongiurava la carestia grazie alla patata e al mais provenienti dal Sudamerica, l’altro diventava letteralmente carne della nostra carne in un sotterraneo processo di ibridazione che rievoca antichi sacrifici misterici e ancestrali riti di fertilità.
Su queste tematiche verte la prima personale italiana del giovane artista messicano Emilio Rojas, presentata da GALLLERIAPIÙ, che attraverso animazioni in stop motion, video, performance, scultura, fotografia, testi e disegni incentrati sullo studio metaforico del dente di leone (tarassaco) indaga le implicazioni storiche e le persistenze del colonialismo nella contemporaneità. I semi e i fiori di questa pianta considerata infestante sono infatti la materia prima di un viaggio ideale che collega botanica, anatomia e geografia intesi come campi d’azione performativa di un corpo esperito come strumento critico di rivelazione di traumi rimossi, storie soppresse e narrazioni nascoste all’interno delle attuali questioni socio-politiche. Nell’arco di due anni l’artista ha raccolto 15000 denti di leone e più di mezzo milione di semi che nella performance e nell’installazione site-specific in galleria sono i catalizzatori di un innesto erotico tra specie vegetali da cui l’uomo, nudo e indifeso, sembra farsi fagocitare e fecondare.

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Il punto di partenza è il video The Lion’s Teeth, incalzante sequenza di immagini in cui un vecchio volume intitolato “History of Europe since 1500” si apre su una mappa delle rotte oceaniche percorse dai colonizzatori spagnoli in cerca di nuove terre di conquista. Al ritmo di un’incalzante colonna sonora le pagine, perforate e inghiottite dall’incontenibile espansione di una fioritura di denti di leone, diventano teatro di una violenta lotta tra frutti tropicali che si inglobano a vicenda prima di marcire e scambiarsi i semi mescolando le loro più intime carnosità. Trasformando la guerra in amplesso, Rojas plasma una dirompente metafora del crogiolo umano che fermenta nell’inconscio delle nostre categorie mentali  per restituirne l’immanenza come brivido sottopelle e come urgenza tellurica.

Il libro, nella sua valenza di testimonianza di un sapere sistematizzato e politicizzato, è il principale materiale con cui l’artista sviluppa e concettualizza le intuizioni espresse dal video declinando il leitmotiv del tarassaco in una poetica rete di implicazioni semantiche. La Biblioteca (De)Coloniale è quindi un tunnel di tomi internazionali stampati tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento inerenti al viaggio, al corpo e alla colonizzazione: allineati su un piedistallo e attraversati da un buio orifizio circolare, nel loro insieme formano un potente cannocchiale spazio-temporale al termine del quale si scorgono l’immagine di Bianca di Castiglia, prima finanziatrice delle esplorazioni di Cristoforo Colombo, e le riprese video di una recente performance in cui Rojas appare sottomesso e ammanettato proprio da un libro aperto e forato.
Preziose riproduzioni fotografiche tratte dalle raccolte di acquerelli commissionate nel XVI secolo dal naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi ad artisti specializzati per documentare le specie botaniche oggetto dei suoi studi sono il supporto per l’incisione senza inchiostro di frasi lapidarie che rafforzano l’ambiguità tra la resistenza e la diffusione delle piante infestanti e i rapporti di forza sottesi alle ondate migratorie umane. Intimidatorie come la rivendicazione di un dolore troppo a lungo soppresso, le parole si scolpiscono indelebilmente nella coscienza di chi legge innescando una vertigine di domande che ripercorrono a ritroso la storia collettiva del mondo come in un rito sciamanico di guarigione. “Le mie radici sono forti come le tue paure” recita l’artista, il cui principale obiettivo è forzare i confini delle abitudini mentali coinvolgendo il pubblico in un’esperienza diretta che crea legami vitali tra la quotidianità, la pratica creativa e l’azione politica come primaria strategia di sopravvivenza culturale nell’era del post colonialismo. Se da un lato quindi Rojas sembra aggredire violentemente lo spettatore rendendo lampante la compromissione di ciascuno nelle questioni socio-politiche più attuali e scottanti, dall’altro si fa interamente carico della sofferenza e dello smarrimento che suscita sublimandoli attraverso il proprio corpo per suggerire una possibile catarsi finale.

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Questo meccanismo è molto chiaro nella performance realizzata durante l’inaugurazione della mostra, in cui l’artista si è inizialmente nascosto sotto il tappeto di velluto rosso (simbolo di potere e monarchia, ma anche di confine e ferita) che collega le due installazioni La conquista della terra e History of European Morals, libri-gogna dall’inequivocabile significato che trattengono due mani modellate con un impasto di resina e semi di denti di leone. Coperto dal tessuto e da un cumulo di pomodori in quantità equivalente al suo peso, si è faticosamente liberato trascinando con sé l’oppressivo carico di frutti per poi scagliarli a uno ad uno contro una riproduzione ingrandita a parete del quattrocentesco Atlante di Tolomeo (che omette l’ancora sconosciuto continente americano) concentrando i propri colpi sulla zona corrispondente all’Europa come se la volesse cancellare. L’impossibile eliminazione è sterile quanto l’ingannevole convinzione che la Terra fosse piatta e terminasse nell’ignoto; la somma di fraintendimenti e visioni circoscritte che si scontrano nell’azione genera un corto circuito semiotico in cui l’arma (il pomodoro) è consustanziale al suo obiettivo (la carta geografica tracciata usando il concentrato di pomodoro come inchiostro). Le inestricabili dinamiche della storia ritrovano così la propria reale unità e interdipendenza materializzando la riflessione con cui Umberto Eco concludeva un suo saggio sull’immigrazione: “se vi piace sarà così, se non vi piace sarà così lo stesso”.

Info:

Emilio Rojas. The Lions Teeth And/Or The World Was Once Flat.
26 gennaio – 18 marzo 2017
GALLLERIAPIÙ
Via del Porto 48 a/b Bologna

Ivana Spinelli. Minimum.

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GALLLERIAPIÙ presenta Minimum, personale di Ivana Spinelli che analizza le valenze semantiche del linguaggio giuridico e delle formule matematiche su cui si basano le indagini statistiche di ambito economico per riflettere sulla capillare incarnazione di questi codici apparentemente indecifrabili nei rapporti di potere che disciplinano le relazioni umane. Il punto di partenza è una ricerca sulle normative che regolano il salario minimo di 8 Stati (Portogallo, Turchia, Marocco, India, Romania, Cina, Bangladesh e Indonesia) in cui è decentrata la produzione dei più famosi brand tessili del Made in Italy. L’artista ha raccolto questo variegato corpus legislativo in una pubblicazione in cui la traduzione italiana affidata a professionisti del settore costituisce il primo denominatore comune tra culture molto distanti tra loro e il presupposto iniziale per un reciproco confronto. Il risultato dell’operazione inversa, cioè la traduzione nelle 8 lingue coinvolte del contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti dell’industria tessile in Italia, diventa invece uno slogan che campeggia su una processione di bandiere colorate allineate contro il muro. Questa doppia presentazione evidenzia come il  linguaggio abbia il potere di stabilire regole e definizioni e di quantificare la libertà d’azione dell’uomo, ma l’irrisolta tensione tra le categorie mentali e gli imprevedibili esiti delle loro diverse modalità di interpretazione e applicazione ne rende tangibile il reale significato al di là di ogni retaggio ideologico.

Lo schieramento di numeri, dati e parole messo in campo dall’artista infatti, anziché incrementare la comprensione, genera un’indefinibile smarrimento che si acuisce con l’emergere dell’unica constatazione possibile, la traduzione in merce del corpo sociale inteso come organismo di produzione e al tempo stesso destinatario del prodotto finale. Ad ogni traslazione linguistica corrisponde un analogo spostamento di materiali e manufatti trasformati in beni di consumo attraverso una catena di montaggio internazionale che imprime in essi le storie, le lotte e le sconfitte di un’invisibile moltitudine di lavoratori  che permutano il proprio tempo e le proprie energie con un salario la cui adeguatezza è stabilita da un calcolo statistico.

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L’importo minimo di tale compenso, convertito in una valuta comune di riferimento e tradotto graficamente in un diagramma circolare in cui ogni nazionalità è contrassegnata da un colore diverso, viene confrontato con il valore corrispondente alla soglia di povertà di ciascun Paese che costituisce l’anello interno del grafico. Il caleidoscopico disco in cui le differenti estensioni delle squillanti tonalità pantone compongono un piacevole pattern variopinto diventa il culmine di una scultura il cui basamento fatto di cartoni, lamiere e parquet industriale riporta l’ingannevole esattezza del dato matematico alla sua portata reale alludendo a diverse tipologie di abitazione. Al centro della poetica dell’artista permane un’idea di corpo inteso come luogo di una perenne rinegoziazione di significati e di concretizzazioni narrative e concettuali altrimenti inespresse: cardine di un sistema in fragile equilibrio tra necessità di sussistenza e spinta alla trascendenza, imprigionato nei dettami dell’estetica e compresso nei ritmi della produzione, il corpo rappresenta anche il luogo dell’imprevedibilità biologica e dell’istinto che eccede ogni regola procedurale. Allo stesso modo il significato più profondo del linguaggio sembra affiorare nello scarto semantico implicito nelle sue possibilità di traduzione e nella tensione dialettica tra gli intriganti corto circuiti concettuali che nascono dall’incontro tra differenze e incongruenze costrette a confrontarsi e coesistere.

In un mercato globalizzato governato da leggi che definiscono più o meno dettagliatamente  ogni aspetto delle relazioni sociali sui cui si basano la produzione e il commercio, la componente umana risiede in ciò che è sfuggente, implicito e latente rispetto alle regole. Spinelli evidenzia questa sovrapposizione di livelli in una serie di disegni in cui le reali implicazioni dei testi normativi vengono evocate dai suoi interventi iconici: così il funzionamento di un macchinario industriale viene subordinato alla “benedizione di Dio onnipotente”, un’incomprensibile clausola in calce ad un comma trova la propria emanazione in un gruppo di donne impegnate alla macchina da cucire, mentre la precisazione relativa alla prestazione d’opera di “adulti, adolescenti, bambini e apprendisti” è avvolta da un pudore più eloquente di qualsiasi corrispettivo figurativo. L’isolamento e la de-contestualizzazione liberano questi brevi stralci di frasi da ogni riferimento puntuale e innescano un incontro di associazioni mentali che generano nuovi spazi di pensiero e nuovi spunti creativi.

Nel lavoro di Spinelli le parole sospendono la propria funzione determinativa per darsi come gangli pulsanti di una nube semantica che rileva la rete di significanti in cui la vita è costretta e il linguaggio diventa un materiale da mettere in atto in tutte le sue possibili declinazioni. A questo modo la traduzione è utilizzata come detonatore e cartina al tornasole di una trasformazione che prima di diventare fatto e azione trova il proprio luogo ideale di incubazione negli slittamenti di significato tra una lingua e l’altra e nelle traslazioni generate dall’evoluzione del medesimo idioma. La sostanziale sensazione di smarrimento e indeterminazione trasmessa da questi passaggi di senso potenzialmente infiniti si rafforza nella performance Leggi Nazionali sul salario minimo in cui due voci narranti danno corpo alle leggi nazionali degli 8 Paesi considerati nella versione italiana. Nello scambio tra definizioni, formule e immagini traspaiono contesti storici e culturali destinati a fondersi in una nuova Babele intesa come inevitabile e ricca pluralità ipotizzando allo stesso tempo una disincantata definizione del Made in Italy, niente più che un residuo linguistico (spesso utilizzato tendenziosamente) in cui si sommano variegate ibridazioni materiali, concettuali e umane.

Info:

Ivana Spinelli. Minimum.
26 novembre 2016 – 14 gennaio 2017
GALLLERIAPIÙ
Via del Porto 48 a/b Bologna

Gluklya. Utopian Unemployment Union of Bologna.

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ph Stefano Maniero

GALLLERIAPIÚ riapre la stagione espositiva con Utopian Unemployment Union of Bologna, solo show dell’artista russa Gluklya alias Natalia Pershina-Yakimanskaya che vive e lavora tra San Pietroburgo e Amsterdam. Fondatrice assieme a Olga Egorova del gruppo artistico femminile Factory of Found Clothes, ha incentrato il suo lavoro sulla riflessione critica dei conflitti che intercorrono tra la sfera interiore dell’individuo e i codici culturali imposti dalla società e sui  processi estetici e comportamentali che sanciscono la marginalizzazione di minoranze etniche o politiche in situazioni di forzata convivenza. Impegnata nel portare alla ribalta le ragioni degli strati sociali più deboli perché ignorati od osteggiati da un’autorità politica che soprattutto in Russia basa il suo potere sulla sistematica repressione della dissidenza, indaga la valenza concettuale dell’abito come manifesto politico e strumento di resistenza contro stereotipi culturali e di genere. Affascinata dall’intimità che gli indumenti hanno con il corpo e con la personalità di chi li indossa, l’artista li trasforma in strumenti di connessione tra arte e vita quotidiana da cui far scaturire incontri, laboratori e performance che creano nuovi spazi di uguaglianza in cui le vicende personali di ciascun partecipante vengono valorizzate come tasselli della storia collettiva. L’intento è sperimentare inedite modalità di comunicazione che superino le barriere delle divisioni sociali suggerendo spunti di compatibilità e trasformazione reciproca per elaborare un libero dialogo culturale che converte i luoghi deputati dell’arte istituzionalizzata in piattaforme di rappresentanza  di comunità minoritarie osteggiate dai sistemi di potere.

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Nell’installazione “Clothes for the Demonstration against false election of Vladimir Putin” presentata alla 56esima Biennale di Venezia ad esempio, Gluklya ha proposto una tragica sfilata di indumenti utilizzati dai dimostranti che nel 2011 protestarono in piazza contro l’elezione dell’attuale Presidente russo. I vestiti, montati su alti pali di legno a forma di T che evocavano immagini di esecuzioni ed impiccagioni, erano stati rielaborati dall’artista con scritte ricamate che ripetevano gli slogan dei manifestanti e con l’inserto di inquietanti membra artificiali disarticolate. Queste personificazioni ribelli, animate dalle reali memorie di chi ha osato infrangere l’alone di inviolabilità del potere corrotto e violento, rendono evidenti le delicate intersezioni tra la sfera pubblica, implicito fattore di aggregazione in senso oppositivo, e quella privata suggerita dalle diverse tipologie di abito per dare corpo e voce a una protesta universale di anime lacerate e in pericolo.
L’arte per Gluklya deve essere veicolo di testimonianza e libertà e ha la missione di interferire attivamente con la società addentrandosi nelle sue intrinseche contraddizioni senza stancarsi di offrire le proprie utopiche soluzioni come germe di una reale rivoluzione di coscienza. Così nel work in progress itinerante Utopian Unemployment Union l’artista orchestra situazioni che permettono l’incontro tra persone appartenenti a un gruppo sociale elitario o benestante e altre provenienti da un ambiente precario e marginalizzato. La collaborazione creativa esplora le strategie di resistenza e di adattamento di ciascun gruppo alle forzature esterne che quotidianamente si trova a fronteggiare e la successiva immedesimazione nelle condizioni dell’altro fa emergere nuove connessioni orizzontali che ripristinano il tessuto sociale interrotto. La riscoperta delle aspirazioni e preoccupazioni profondamente umane che animano le scelte e le azioni delle persone a prescindere da presunte gerarchie  di ruolo sospende il conflitto e l’incomunicabilità per attivare un fronte comune di resistenza contro le ingerenze del sistema sociale nella vita degli individui.

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ph Stefano Maniero

La tappa del progetto ospitata da GALLLERIAPIÚ riflette sulle dinamiche economiche ed esistenziali della disoccupazione a Bologna attraverso un laboratorio in cui emigrati, rifugiati e studenti dell’Accademia si sono confrontati sulle loro rispettive difficoltà avvalendosi dell’abito come strumento di collaborazione e dialogo. Guidati dall’artista, i partecipanti si sono interrogati sulle condizioni di vita e di lavoro che la città è in grado di offrire ai suoi abitanti in un processo maieutico durante il quale la parola supera l’iniziale  intento narrativo per diventare pensiero, immagine e gesto condiviso. Per Gluklya l’arte deve essere un detonatore di relazioni che faccia emergere contraddizioni e potenzialità  inespresse di un determinato microcosmo sociale e una cartina al tornasole in cui “il prezioso sguardo dell’altro” accresce la consapevolezza individuale e restituisce una rappresentazione della realtà al tempo stesso unitaria e intima. Superare le barriere delle divisioni culturali significa quindi scoprire che il diverso ha le sue più profonde radici nella stessa fragilità umana da cui hanno origine i desideri e le sensazioni e che l’integrazione deve partire dalla costruzione di un sogno comune che solo la collaborazione e lo scambio possono trasformare in azione efficace. Così l’abusato luogo comune che definisce Bologna città del benessere e del cibo viene neutralizzato da un silenzioso sciopero della fame performato dal gruppo in un ristorante del centro, mentre le aporie insite in questo concetto vengono superate dall’idea di una pasticceria multietnica la cui insegna – Pane Burqua e Marmellata – suggerisce un’ipotesi di brand effettivamente realizzabile.

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ph Stefano Maniero

Le parole e i disegni emersi nel corso del laboratorio sono stati riprodotti da Gluklya su stendardi e abiti concettuali che, successivamente installati in galleria, appaiono al visitatore come oggetti-coscienza che invadono lo spazio e il pensiero con la loro diafana ma ineludibile ubiquità. Le storie private e le emozioni delle persone che li hanno concepiti si sublimano in queste sagome minimali per offrirsi come monito e pensiero disturbante e diventano la premessa di un cambiamento che ne concretizza le intuizioni. Da sette tavole grafiche realizzate collettivamente sono stati infatti ricavati altrettanti telai serigrafici che se acquistati daranno al collezionista la possibilità di riprodurre la stampa a fini commerciali con la clausola di devolvere il ricavato alla piattaforma on line http://mda2016.wixsite.com/utopian-union tramite la quale si raccoglieranno fondi per ulteriori laboratori creativi a lungo termine finalizzati all’integrazione dei rifugiati. Più incisivo di qualsiasi dichiarazione d’intenti, questo progetto sovverte le regole del mercato dimostrando come per Gluklya l’arte abbia senso solo nel difficile equilibrio tra ispirazione poetica e rivoluzione etica e come il suo potere di aggregazione e invenzione possa rendere immanente l’aspirazione ad una società più equa.

Info:

Gluklya alias Natalia Pershina-Yakimanskaya . Utopian Unemployment Union of Bologna.
24 settembre – 19 novembre 2016
Martedì e mercoledì 14.30-19.30, giovedì e venerdì 12.00-20.00, sabato 11.00-19.00
GALLLERIAPIÚ
Bologna, via del Porto 48 a/b