Il frammento come strumento. Maria Teresa Alvez – Øystein Aasan e Piero Gilardi.

PH MICHELE ALBERTO SERENI

Una delle conseguenze più significative dell’onnipresente moltiplicazione dell’immagine nell’era mediale è la frantumazione della realtà in una miriade di testimonianze visive livellate dal web, medium mass-mediatico sempre più populista e incapace di produrre affidabili gerarchie di senso.

Continua a leggere

Annunci

Opentour 2017. Artisti emergenti a Bologna.

Irene Fenara

Cosa recepiscono gli studenti dell’Accademia dell’intricato sistema dell’arte in cui si apprestano a entrare? Quali linguaggi creativi privilegiano e quali aspetti della realtà considerano più urgente far emergere? Quali sono per i cosiddetti nativi digitali i tratti distintivi della nostra epoca e come immaginano il futuro? Qual è il ruolo dell’arte nella nostra società e cosa significa essere artisti? Da alcuni anni l’Accademia di Belle Arti di Bologna si propone come osservatorio privilegiato delle nascenti tendenze artistiche con il progetto Opentour, che prevede il coinvolgimento di studenti e neolaureati in mostre collettive dislocate in spazi espositivi pubblici e privati della città. Il progetto, che permette ai giovani di confrontarsi con un ampio pubblico di addetti ai lavori e semplici curiosi, è un’importante occasione di campionatura delle nuove correnti estetiche che provano a raccontare l’affascinante liquidità degli Anni Zero.

karin-schmuck.jpg

Come prevedibile, molti lavori si interrogano sulla virtualizzazione dell’identità nell’era mediale, come il lavoro di Tiziana De Felice presentato a LOCALEDUE, che consiste in una serie di poster (elemento tipico di una teen-culture dal retrogusto un po’ vintage) che sostituiscono le effigi di personaggi cult con selfies modificati attraverso applicazioni di beauty make up per smartphone in cui una folla di sconosciuti si autocelebra come icona. La dialettica tra la concretezza del mondo reale e la sua emanazione virtuale e la costruzione dell’identità intesa come ibridazione di elementi trovati liberamente combinabili in un infinito cut up sono i punti di forza del video maker Sathyan Rizzo, ambiguamente affascinato dalla Rete come estrema deriva della comunicazione di massa. Se la precarietà diventa un indirizzo di pensiero tutto è possibile e i contrari si sommano invece che annullarsi, erodendo alle radici la credibilità dei miti fondanti in cui le generazioni passate riponevano le loro certezze. Christina G. Hadley (coinvolta assieme a Rizzo in un progetto dedicato all’ex chiesa di San Barbaziano a cura di Piero Deggiovanni e Leonardo Regano presso LABS Gallery) interpreta l’agiografia come un distopico ologramma pop in cui un presente squallido si mescola a un fulgido e irreale passato. L’immaginario tipico del marketing e della comunicazione commerciale si è fortemente insinuato anche nella vita privata degli individui e nelle strategie di confezionamento dell’oggetto artistico, insidiando il concetto di autorialità: Marco Casella in mostra da CAR DRDE esaspera queste contraddizioni con la realizzazione di gadget e template che fingono di equiparare l’opera a un prodotto di consumo.

Yongquiang Chen

Se il regno dell’artificialità digitale appare sempre più mimetico e competitivo, gli artisti reagiscono all’aggressività del virtuale cercando sicurezze nella natura, da sempre fonte di ispirazione e bellezza per l’essere umano. Così Yongquiang Chen a GALLLERIAPIÙ riscopre il potenziale evocativo di un tronco naufragato in mare trasformandolo nella dimora di un poetico ibrido lumaca-fiore in cera che il calore potrebbe sciogliere in qualsiasi momento, mentre Sofia Bernardini da P420 espone un camaleonte vivo in una teca sfidandolo a confrontarsi con una girandola colorata realizzata da Andrea Renzini. Anche le forme dei più comuni oggetti di fabbricazione industriale potrebbero avere un archetipo naturale, come sottolinea ironicamente Paolo Bufalini incatenando una minimoto a una mandibola di squalo, mentre Luisa Turuani restituisce anima e sentimento a un gruppo di pietre che ritornano a essere sorgente di pianto grazie ad un empirico sistema di irrigazione.

Luisa Turuani

Il desiderio di immediatezza e concretezza della nuova generazione artistica si attua in una nuova poetica dell’oggetto, di volta in volta interpretato come depositario di storie, forme e suggestioni altrimenti inaccessibili. Così Alena Tonelli in Ex Voto ricostruisce la stratificazione di destinazioni d’uso del complesso di San Barbaziano con una sorta di sindone che recepisce l’impronta degli elementi caratterizzanti di ciascun periodo storico, mentre Lucia Fontanelli ne custodisce poeticamente il passato in una serie di urne di recupero in cui ha raccolto la polvere depositatasi nel luogo nel corso degli anni di abbandono. Luca Bernardello intraprende invece un percorso inverso, prelevando dalla chiesa alcuni oggetti, successivamente puliti e levigati per ripristinarne lo stato originario, che diventano gli elementi compositivi di nuove sculture combinatorie (simili per economia di mezzi ed esiti minimali a quelle già citate di L. Turuani) che conservano solo nel titolo la traccia della collocazione iniziale.

Daniele Di Girolamo

Un altro importante filone di ricerca individua nella fisicità del corpo l’inesauribile fonte di un contatto finalmente autentico con se stessi e il mezzo per scandagliare le più viscerali pulsioni emotive e affettive. Emblematico da questo punto di vista è il diario-polaroid di Melissa Torelli presentato a GALLLERIAPIÙ, che affianca inquadrature intime di un corpo tremulo e indifeso a brani di scrittura che manifestano il disagio esistenziale di un giovane che si affaccia al caos della vita adulta. Il corpo come espressione di un sentimento che diventa fusione di individualità e texture di pelle nuda è al centro della serie fotografica  Lovers di Karin Schmuck (galleria Enrico Astuni) che sovverte i canoni del ritratto inquadrando porzioni periferiche dei soggetti per amplificare la dolcezza dei loro gesti proteggendoli dagli sguardi voyeuristici del pubblico. Il corpo involontario e biologico è il destinatario dei dipinti di Mattia Pajè (CAR DRDE) che riprendono illustrazioni tratte da manuali di riflessologia associandole alle frequenze cromatiche che agiscono sugli organi considerati per esplorare una modalità di fruizione dell’opera che prescinda dalle intenzioni dello spettatore. Il movimento del corpo che misura e attiva lo spazio circostante è invece il fulcro delle fotografie di Filippo Marzocchi, che si inserisce in un paesaggio urbano notturno disegnando ulteriori tracciati luminosi con una lampada che accompagna i suoi spostamenti.

DSCN9733

Insofferenti nei confronti di tanta arte troppo respingente e di ardua decodificazione, alcuni esordienti cercano il coinvolgimento diretto e immediato dello spettatore e concepiscono i loro lavori come strumenti per suscitare una riflessione critica su tematiche sociali ed esistenziali. In questo filone si inseriscono l’Esercizio di Telepatia di Veronica Billi e Chiara Prodi (P420), un libro per due lettori con una storia che diventa comprensibile solo attraverso l’azione congiunta e coordinata di due persone, l’intervento di Giordano Secci (GALLLERIAPIÙ) che invita il pubblico a meditare sul proprio ruolo nel mondo e nel sistema dell’arte scegliendo tra due diversi timbri e la performance di Olivia Teglia che riflette sul labile confine tra normalità e psicopatia recitando i 567 quesiti che dovrebbero individuare questo discrimine in alcuni test di carattere psico-attitudinale. Infine l’arte può essere anche un pensiero leggero e quasi incorporeo che con minimi mezzi (come luci, parole, suoni) è in grado di aprire voragini nelle nostre consapevolezze ed emozioni, come la flebo di soluzione fisiologica di Daniele Di Girolamo che rovescia il suo contenuto a terra invitandoci a riflettere sulla precarietà degli equilibri mentali e biologici che garantiscono la nostra esistenza o la coinvolgente installazione di Irene Fenara (P420) che sembra voler letteralmente rinchiudere il cielo in una stanza avvolgendola di una sognante luce azzurra che rende immanente la lontananza di un pensiero sospeso.

 

 

Aldo Mondino. Grand Tour contemporaneo.

1-aldo-mondino_-dos-passos

Se nel ‘700 i giovani rampolli dell’aristocrazia europea intraprendevano un lungo itinerario di formazione nel Vecchio Continente per affinare le loro competenze politiche, culturali e artistiche, il viaggio è tutt’ora una componente fondamentale della maturazione poetica di molti artisti contemporanei che amano confrontarsi con civiltà radicalmente diverse dalla propria per rinegoziare il loro pensiero creativo sulla base di questo scambio d’alterità. La galleria Enrico Astuni dedica in questi mesi una retrospettiva di impronta museale ad Aldo Mondino (Torino 1938-2005), instancabile sperimentatore di linguaggi e materiali artistici che nel corso dei suoi frequenti viaggi nei Paesi Mediterranei, Sudamericani e Mediorientali trovò alcune delle più profonde ispirazioni del suo sfaccettato lavoro. La mostra riunisce opere realizzate in un arco temporale compreso tra la metà degli Anni Sessanta e il 2001 documentando i momenti più importanti della sua ricerca e il continuo evolversi della sua inconfondibile e variegata cifra espressiva e concettuale, sempre stemperata e raffreddata da un approccio ludica e da ironici giochi di parole tra titolo e soggetto.

2-aldo-mondino_maroc

L’esposizione si apre con un’ampia selezione di lavori concepiti come affascinante immersione nella mediterraneità che intrise l’immaginario del maestro torinese di mistero magico e sonnolento e di ieratica leggerezza, immettendo nel suo vocabolario figurativo una festosa gamma cromatica e un’irripetibile folla di personaggi esotici in perfetta simbiosi con i copricapi e gli abiti tradizionali che li ammantano di regalità.  Nella serie dei Mercanti, ispirata da un viaggio fra i suk marocchini, l’artista ritrae con pennellate liquide e sintetiche i venditori identificandoli con gli oggetti in mostra sul banco (gomitoli di fili colorati, papaline e ciotole) che compaiono applicati ai quadri come prelievi oggettuali. Assimilando realtà e fantasia, la pittura entra nel mondo concreto esplorandone le innumerevoli varianti in una rappresentazione narrativa che asseconda le infinite possibilità di scambio e osmosi tra arte e vita. Il tour prosegue con la serie dedicata agli Gnawa, confraternita mistica nata dal sincretismo tra culti animisti e religione islamica i cui adepti praticano rituali ipnotici legati alla magia nera per entrare in contatto con le forze soprannaturali attraverso la musica e la danza. Profondamente suggestionato dalla loro energia fin dal primo incontro in piazza El-Fnaa a Marrakech, Mondino epura la loro presenza dall’aura di pericolosità che li circonda ricreando loro copricapo tradizionale come scultura di cristalli e conchiglie e collocandoli in atmosfere luminose in cui la felicità artistica neutralizza ogni diffidenza. Gnawa suonatori di tamburi e crotali durante i rituali consacrati alle danze di possessione sono i soggetti anche dei due Tappeti di marmo presenti in mostra (il primo dei quali accoglie letteralmente il passo del visitatore all’ingresso) che testimoniano l’interesse per questa tecnica appresa durante la frequentazione dei corsi di Severini all’Ecole des Beaux-Arts.

3-aldo-mondino_cammelli-fratelli

Facendo interagire tradizione e trasgressione, esotismi e cultura d’origine, realtà e surrealtà, la musica e la danza sono motivi ricorrenti nella sua produzione artistica, rintracciabili anche nelle diverse varianti in cui aveva declinato La Dance di Matisse negli anni giovanili. Il rapporto sinergico tra queste due discipline ritorna in La Danse des jarres (1998), esponente di una numerosa serie di dipinti incentrati sui dervisci, antichi monaci islamici che nella danza entrano in stato di trance. Di fronte all’occhio miope ma visionario di Mondino i danzatori con le brocche in testa (quasi un prolungamento della loro colonna vertebrale) perdono la propria connotazione naturale per assumere l’aspetto di creature fantastiche che si dilatano e ondeggiano nello spazio fondendosi con il paesaggio circostante. Alle brocche dipinte fa da contrappunto Dino Jarre (1997), fantasioso scheletro preistorico costituito da una flessuosa colonna di  giare e anfore di ceramica inserite l’una nell’altra e “tenute assieme da un’anima” metallica. L’andamento ascendente della scultura ricorda come per Mondino l’arte fosse il punto di passaggio tra la sfera fisica e spirituale allo stesso modo in cui per i dervisci la danza e la musica rappresentavano il tramite per accedere ai misteri religiosi. La loro estasi mistica lasciò nell’artista una traccia indimenticabile e nella Biennale del ’93 invitò nella sala a lui dedicata venti dervisci danzanti con i loro musici per esprimere l’aspirazione che la pittura fosse il suo modo di pregare e di comunicare la propria intuizione trascendente al pubblico.

5-aldo-mondino_veronica

Il mosaico invece ritorna in Veronica (1999), ritratto di torero, “metafora dell’artista come uomo che sa dominare la paura attraverso gesti di grande bellezza”, in cui le tessere musive tradizionali sono sostituite da imitazioni di cioccolatini in gesso ricoperti da carte colorate. La lussureggiante ambientazione esotica che caratterizza la stanza principale della mostra diventa più concettuale nelle salette minori che ospitano la serie Iznik (1995) delle preziose ceramiche turche dipinte su vetro come appropriazione collezionistica o i Tappeti stesi (1996), straordinari saggi di pittura trompe l’oeil in cui l’inusuale supporto di eraclite (legno truciolato industriale ignifugo) simula trama e ordito dei tappeti orientali a cui l’artista sovrappone motivi ornamentali e decorativi provenienti da diverse tradizioni.

Il percorso espositivo prosegue con un’emozionante esplorazione dei magazzini della galleria solitamente inaccessibili al pubblico, dove tra imballaggi e scaffali su cui si intravedono i nomi di alcuni tra i principali rappresentanti dell’arte contemporanea, trova posto la sezione dedicata alla produzione scultorea di Mondino come complemento della sua visione plastica della pittura. La Mamma Boccioni (1992) fa collidere la citazione del quadro Materia della collezione Mattioli a cui si ispira il viso e la scherzosa allusione ai grandi seni della progenitrice costituiti da due palle da bowling. Busto Arsizio (1993) è un torso su cui è appoggiato grande cappello, il cui profilo ambiguo ricorda certa statuaria classica mutilata dal tempo e il naso della scultura picassiana, mentre Jugen Stilo(1992) è un elegante lampadario costruito con penne a sfera Bic corredate di cappuccio in plastica.

Info:

Aldo Mondino. Grand Tour contemporaneo.
a cura di Achille Bonito Oliva e Vittoria Coen
17 dicembre 2016-26 febbraio 2017
Galleria Enrico Astuni
Via Iacopo Barozzi, 3 Bologna

Selfmanagement

1

Negli ultimi anni si è sempre più rafforzata nel mondo dell’arte contemporanea la tendenza a considerare l’attività di curatela in un’accezione autoriale con un proliferare di mostre a tema in cui le opere vengono selezionate per avvalorare la tesi di fondo del progetto spesso mortificando le ragioni più profonde degli artisti che le hanno realizzate. L’accentuazione dell’aspetto creativo a discapito di quello critico ha reso sempre più frequente il coinvolgimento di artisti riconosciuti a livello internazionale nella curatela di grandi mostre e importanti manifestazioni, come Manifesta a Zurigo nel 2016, in cui il risultato finale proposto allo spettatore assomiglia più ad una polifonica macro-opera che ad un percorso conoscitivo guidato da criteri storici, stilistici o concettuali. In assenza di riferimenti unanimi, il protagonismo degli addetti ai lavori ha ulteriormente irrigidito le modalità di accesso alle istituzioni culturali instaurando un sistema di scambi basati sulle relazioni personali che spesso prescinde da un’accurata e obiettiva ricognizione delle più vitali energie del panorama artistico. Per aggirare questi ostacoli gli artisti emergenti si associano nella gestione di spazi indipendenti dove poter consolidare la loro visibilità e legittimare la loro appartenenza al sistema senza dover passare al vaglio della selezione di curatori esterni implicati in una rete di parzialità e personalismi.

selfmanagement-screenshot

Queste riflessioni sono all’origine della mostra Selfmanagement presentata dalla Galleria Enrico Astuni, un esperimento di autogestione in cui cinque artisti di nazionalità e generazioni differenti che condividono l’affinità per i social media si sono confrontati in un gruppo di conversazione creato sull’applicazione di messaggistica mobile WhatsApp per elaborare una mostra reale negli spazi della galleria. Il presupposto della collaborazione è la condivisione di un’ipotesi di futuro incentrata sull’espansione del tempo e dello spazio come conseguenza di una contemporaneità accelerata e ampliata dall’iperconnettività dei nuovi media e l’implicita opposizione ad una concezione auto celebrativa del fare artistico. A questo modo gli artisti rivendicano il proprio diritto alla pluralità espressiva e al libero dialogo contro la strumentalizzazione concettuale a cui sono troppo spesso sottoposti i loro lavori. La collettiva materializza ed esplora un affascinante ambiente urbano che stravolge le abituali coordinate spazio-temporali innescando nuove connessioni semantiche tra gli elementi reali di partenza e le loro visionarie proiezioni.

Can Altay (1975, Ankara) mette in scena la frammentarietà di una visione in costante tensione tra l’aspirazione all’ubiquità e la dispersione nell’aleatorietà. Nella serie Bologna Burning, 2016, l’artista incide su specchi di sorveglianza la mappa di alcuni luoghi chiave della città disponendoli in punti strategici della sala espositiva: le superfici riflettenti scompongono e deformano lo spazio e le opere degli altri artisti includendo il passaggio dei visitatori come se si trovassero contemporaneamente nel luogo reale e in quelli concettualizzati dalle mappe. Alla moltiplicazione e sovrapposizione di punti di vista messi in gioco dall’installazione fa da contrappunto la sottrazione di una prospettiva verificabile in Split Horizon (augmented tunnel visions), dispositivo di visualizzazione in cui un cannocchiale inquadra porzioni oblique di realtà riflesse da un sistema interno di specchi che escludono ogni possibilità di traiettoria lineare.

I materiali solitamente utilizzati nell’ambito dell’architettura funzionale o della sperimentazione tecnologica come alluminio anodizzato, calamite, fili e barre metalliche vengono plasmati e assemblati da Luca Pozzi (1983, Milano) in dispositivi pittorici animati da cariche magnetiche che provocano la sospensione di alcuni elementi apparentemente incongrui alla struttura. Eseguiti in collaborazione con alcuni tra i più famosi centri di ricerca internazionali tra cui il CERN di Ginevra, si ispirano a modelli matematici speculativi per materializzare nuovi possibili diagrammi spazio-temporali come se fossero i naturali interstizi dimensionali della nostra quotidianità che attraverso la pratica artistica diventano rilevabili e intellegibili.

5

L’emersione dell’interfaccia poetica sottesa alla composizione di semplici elementi modulari è invece il cuore delle installazioni scultoree di Nevio Mengacci (1945, Urbino): Inerte bianco, 2016 è un regolare intreccio di strisce di tela su pannelli di scarto che riecheggiano la più discontinua composizione di fazzoletti di carta bruciacchiati e disposti a terra in NA-SCI-TA-E-SPA-ZIO, 2016, mentre l’incontro ortogonale di superfici specchianti in Un punto intermedio non allineato non allineabile, 2016  dialoga con un dischetto nero di vetro dipinto in un  tautologico tentativo di visualizzare l’idea espressa dal titolo. Strutture aperte ma in qualche modo respingenti, le opere di Mengacci sono inscindibili dalle parole che le circuiscono senza definirle trasformandole in forme sensibili da contemplare in uno spazio mentale vuoto e silenzioso.

La reversibilità di uno slittamento di significato che diventa azione quantificabile ed esperibile è il cardine dei video di Shaun Gladwell (1972, Sidney): in Reversed Readymade una copia fedele della celebre Ruota di Bicicletta di Duchamp viene usata come veicolo da evoluzione dal campione di BMX Matti Hemmings invertendone la programmatica disfunzionalità, mentre in Skateboarders vs Minimalism tre skaters utilizzano copie di sculture di Donald Judd e Carl Andre esposte al Torrance Art Museum di Los Angeles come se fossero ostacoli urbani da saltare. L’energia sprigionata dal corpo all’apice delle sue potenzialità atletiche innesca un cortocircuito semantico tra categorie di pensiero convenzionali per rinegoziare confini ideologici e barriere intellettuali in un libero ampliamento di prospettive.

I video e le performance di Jaysha Obisbo (Anversa) analizzano gli spazi effimeri della realtà virtuale e mediatica scomponendo gli oggetti dell’indagine in una serie potenzialmente infinita di intervalli temporali la cui ricomposizione non potrà mai restituire intero il referente di partenza. In Absorption, 2016 un filmato sull’aviazione americana durante la guerra di Corea viene interrotto e modificato dall’applicazione di filtri grafici che sottolineano come anche la storiografia più accurata sia soggetta a significativi fraintendimenti e omissioni per l’inevitabile compromissione delle fonti teoriche e documentarie con un preciso contesto culturale e socio-politico.

Info:

Selfmanagement
Can Altay, Shaun Gladwell, Nevio Mengacci, Jaysha Obispo, Luca Pozzi.
22 ottobre-10 dicembre 2016
Galleria Enrico Astuni
Via Iacopo Barozzi, 3 Bologna