La forza delle immagini. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro.

5. Rudolf Holtappel

In cinque anni di attività la Fondazione MAST di Bologna ha costituito una vastissima collezione di immagini fotografiche dei più rilevanti maestri internazionali che dal 1860 a oggi hanno documentato e interpretato la storia dell’industria e del lavoro. La raccolta, unica nel suo genere, conta attualmente migliaia di opere che nel loro insieme compongono un variegato affresco della produzione industriale indagata nelle sue principali implicazioni e tematiche, fra cui architettura, paesaggio urbano, macchinari, operai,  quadri dirigenti, sicurezza, salute e scioperi. Il principale obiettivo di questa impresa è formare un archivio di memorie e visioni che metta a fuoco da differenti punti di vista la complessa realtà del lavoro e della corsa all’innovazione nella convinzione che una corretta lettura del presente si fondi sulla consapevolezza del passato e sulla conoscenza delle interrelazioni geografiche e politiche che collegano ogni area del nostro mondo globalizzato. La fotografia, in cui convergono le istanze documentarie della presa diretta e le suggestioni estetiche di un’immagine che dichiara ogni volta la propria autosufficienza, è il medium ideale per far emergere intuizioni e domande altrimenti destinate a rimanere inespresse.

7. Edgar Martins

La mostra La forza delle immagini presenta una selezione di oltre sessanta fotografi che indagano il regno della produzione e del consumo nell’intento di suggerire nuove connessioni e modalità di visione che emergono dall’accostamento/contrapposizione di impressioni sempre impeccabili. Il percorso espositivo abbozza una narrazione multiforme che scaturisce da una successione di spazi e ambienti la cui apparente eterogeneità diventa struttura centrifuga mentre l’alternanza delle caratteristiche dominanti di ogni immagine (come pieno/vuoto, individuale/corale, bianco e nero/colore) funge da filo conduttore.

10. Thomas Struth

A questo modo la chirurgica catalogazione di archeologia industriale di Bernd e Hilla Becher, in cui fabbriche disabitate ritratte in morbida scala di grigi assumono una valenza archetipica e quasi astratta, accendono un dialogo inatteso con gli scatti di Rudolf Holtappel, dove l’anonima giungla industriale fa da sfondo all’imprevedibile movimento di un gruppo di bambini intenti a lavare un’auto, mentre Pepi Merisio accentua il contrasto tra uomo e macchina in uno scatto surreale in cui un uomo guida un carro trainato da un cavallo lasciandosi alle spalle i tralicci di un tetro stabilimento. Rémi Markowitsch fotografa i macchinari della fabbrica Volkswagen di Wolfsburg come se fossero gli organi interni di una misteriosa e gigantesca creatura animata e instilla negli ingranaggi e nelle condutture metalliche una potente carica erotica che assimila il pulsante meccanismo di quei congegni ai sussulti biologici di un’intimità crudamente svelata. Un voyeurismo sottile e raffinato permea anche gli scorci colti da Nino Migliori, che sembra spiare di nascosto le attività logistiche di una fabbrica restituendole come alterità e  bellezza compositiva, mentre Thomas Struth interpreta i capannoni della Thyssenkrupp Steel in senso teatrale insinuando nell’immagine l’attesa di un’azione scenica che sembra sul punto di svolgersi.

15. Bernd and Hilla Becher

Il tempo sospeso di Struth diventa immobilità nel carro senza motrice di Gabriele Basilico, vertiginosa fuga in avanti negli scatti di Edgar Martins che ritraggono la sala macchine della centrale elettrica di Alto Rabagão o futuristica condensazione di attimi nella serie che Jules Spinatsch dedica a un turno di otto ore negli impianti di produzione dei trattori John Deere. La velocità come attributo umano potenziato da protesi meccaniche è al centro anche dell’ironico scatto di Winston Link che raffigura un drive-in cinema (luogo cult della cultura americana degli anni ’50) in cui una coppia seduta in auto guarda nello schermo cinematografico il decollo di un aereo mentre un treno sfreccia sullo sfondo. L’interno di un treno che trasporta i pendolari al lavoro è invece il soggetto dell’immagine quasi coeva di Yutaka Takanashi, in cui i lavoratori si accalcano in uno spazio angusto cercando di ridurre l’ingombro del proprio corpo per adattarsi alle geometrie artificiali della carrozza.

11. Yutaka Takanashi

Se l’essere umano sembra scomparire nei futuristici impianti fotografati da Walter Niedermayr, dove gli operai sono fugaci e sfocate presenze al servizio di una selva di sofisticati congegni che crescono rigogliosi dal pavimento come piante in una serra, Sebastião Salgado ritrae la fatica di una moltitudine di minatori che scalano una parete verticale con pesanti fardelli sulle spalle evidenziando un’altra forma di disumanizzazione, derivante proprio dall’assenza di tecnologia e dall’intensivo sfruttamento di una forza lavoro privata di ogni dignità. La sperequazione della ricchezza mondiale ha cause storiche e politiche e nell’era della globalizzazione è governata sempre più dagli astratti meccanismi con cui la finanza decide le sorti di milioni di ignare individualità: le fotografie della camera di commercio di Chicago scattate da Beate Geissler e Oliver Sann raccontano lo sfinimento di un’insaziabile guerra di posizione e l’inarrestabile corsa alla prevaricazione falsamente intesa come progresso. Il futuro di un sistema basato sulla necessità di un’insostenibile crescita esponenziale non può che essere apocalittico, come ammonisce Jim Goldberg in Mezzogiorno di Fuoco, scatto che conclude idealmente la mostra: al centro di un’ampia pianura utilizzata come discarica di rifiuti a Dhaka nel Bangladesh un guardiano separa a mani nude i cadaveri di animali dai materiali di scarto che lo circondano a perdita d’occhio.

4. Jim Goldberg

L’epopea del progresso con le sue violente contraddizioni delineata da questa mostra, che rifiuta intenzionalmente una stretta consequenzialità tematica e cronologica, libera il potenziale evocativo di ciascuna immagine per creare un campo di forze contrastanti che nel fronteggiarsi sovvertono i dati reali facendo emergere in forma monumentale le sotterranee conseguenze di un sistema troppo spesso percepito come estraneo all’uomo. Rinunciando alla pretesa di offrire impossibili risposte, il progetto espositivo vuole stimolare l’osservatore a porsi domande e a sperimentare differenti punti di vista sul presente, invitandolo al tempo stesso a prendere consapevolezza di quanto la stessa immagine possa veicolare concetti diversi e paralleli in grado di coesistere senza indebolirsi a vicenda.

Info:

La forza delle immagini. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro.
3 maggio – 24 settembre 2017
MAST
Via Speranza 42, Bologna

Hong Hao. Le mie cose

Hong Hao, Contabilità 07 B, 2008

Per la seconda edizione di Foto/Industria, rassegna biennale dedicata alla fotografia industriale promossa dalla Fondazione MAST in collaborazione con il Comune di Bologna, il MAMbo presenta la prima personale italiana di Hong Hao, artista cinese classe 1965 originario di Beijing, dove è rappresentato da Pace Gallery. In linea con l’idea guida della rassegna, che vuol essere un osservatorio diretto sul mondo del lavoro in tutte le sue accezioni e implicazioni attraverso lo sguardo di alcuni tra i principali fotografi internazionali, l’artista analizza e documenta la recente espansione del consumismo in Cina in una serie di opere nate come sviluppo di un meticoloso progetto iniziato nel 2001.
In quel periodo infatti Hao inizia a scansionare regolarmente gli oggetti che trova o utilizza inserendoli in uno scanner, salvandoli in formato digitale e classificando i file in diverse cartelle del suo computer per comporre uno sterminato archivio virtuale che registra quasi ogni elemento materiale della sua quotidianità. Le singole immagini vengono poi organizzate per forma, colore o tipologia e, giustapponendosi l’una all’altra, diventano le tessere di complessi collages digitali che compongono colorate nature morte di grande formato. Questo procedimento, che mantiene intatte le proporzioni degli oggetti ma ne annulla le caratteristiche funzionali, trasforma l’iper-oggettività della documentazione iniziale in una lussureggiante riproduzione deliberatamente indifferenziata e bidimensionale. Alcune immagini presentano collezioni tematiche, come dorsi di libri, basi di piccoli elettrodomestici o confezioni di cibo, altre riflettono un principio ordinatore astratto, come la serie dedicata al cerchio, in altre prevale la componente autobiografica rispecchiando un momento particolare del vissuto dell’artista. Dal punto di vista stilistico l’interpretazione delle forme si evolve in senso lineare, come si può osservare confrontando i primi assemblaggi, caotici e ancora idealmente volumetrici nell’uso della sovrapposizione, con le opere più recenti, in cui ogni elemento sembra trovare la propria collocazione stabilendo una relazione di necessità reciproca con i contorni degli oggetti confinanti che trasforma la giustapposizione in un insieme simbiotico.
L’ossessione di eternare in immagine i suoi beni transitori non esprime, come si potrebbe immediatamente pensare, una compulsività possessiva: questo paziente inventario è una pratica di raffreddamento in cui il diario visivo diventa una forma di contabilità che nella reiterazione perde l’iniziale connotazione privata per registrare l’evoluzione delle abitudini dei consumatori cinesi.
Al contrario della fotografia, che presuppone una certa distanza fisica dello strumento dall’oggetto rappresentato e il coinvolgimento diretto dell’autore che esprime il suo soggettivo punto di vista, la scansione elettronica appiattisce visivamente le cose restituendole in un’immagine parziale ma incontrovertibilmente oggettiva. Attraverso questo procedimento Hao scioglie il legame emotivo che lo lega alle “sue cose” per stabilire una distanza critica e mentale che diventa il presupposto della storicizzazione visiva della condizione umana nell’odierna società consumistica. La crescente necessità di beni materiali spesso superflui, che condiziona profondamente le nostre modalità di partecipazione sociale, è infatti conseguenza di precise strategie politiche ed economiche che trascendono l’individuo per instaurare provvisori equilibri di convivenza globale. Gli attraenti tappeti di oggetti composti da Hao, che disorientano lo sguardo con una serialità differente e potenzialmente infinita come l’incremento del desiderio provocato dal sistema consumistico, ci spingono a riflettere su quanto i nostri bisogni sociali siano in realtà indotti e a chiederci cosa possa essere veramente essenziale.
La composizione-disposizione diventa quindi una forma di meditazione etica ed estetica che porta alla creazione di un vocabolario artistico personalizzato inserito a pieno titolo nello sviluppo dialettico della storia dell’arte. Ideale evoluzione dei celebri ammassamenti di Arman, che rivelavano l’intimo principio di deformazione degli oggetti industriali, le giustapposizioni di Hao investigano la reciproca compatibilità di forme appiattite dalla rielaborazione digitale che nell’insieme generano la stessa misteriosa espressività degli assemblaggi scultorei del maestro del Nouveau Réalisme. La sua ars combinatoria inoltre esplora le nuove possibilità di interrelazione morfologica e cromatica offerte dalla digitalizzazione, evidenziando come negli ultimi anni il sistema strutturale della visione si sia evoluto in una planarità artificiale e continua generata dai sistemi additivi orizzontali alla base dei codici di programmazione.

Info:
Foto/Industria Bologna Biennale 2015
3 ottobre-1 novembre 2015
Martedì-Domenica 10.00-19.00
http://www.fotoindustria.it