Opentour 2017. Artisti emergenti a Bologna.

Irene Fenara

Cosa recepiscono gli studenti dell’Accademia dell’intricato sistema dell’arte in cui si apprestano a entrare? Quali linguaggi creativi privilegiano e quali aspetti della realtà considerano più urgente far emergere? Quali sono per i cosiddetti nativi digitali i tratti distintivi della nostra epoca e come immaginano il futuro? Qual è il ruolo dell’arte nella nostra società e cosa significa essere artisti? Da alcuni anni l’Accademia di Belle Arti di Bologna si propone come osservatorio privilegiato delle nascenti tendenze artistiche con il progetto Opentour, che prevede il coinvolgimento di studenti e neolaureati in mostre collettive dislocate in spazi espositivi pubblici e privati della città. Il progetto, che permette ai giovani di confrontarsi con un ampio pubblico di addetti ai lavori e semplici curiosi, è un’importante occasione di campionatura delle nuove correnti estetiche che provano a raccontare l’affascinante liquidità degli Anni Zero.

karin-schmuck.jpg

Come prevedibile, molti lavori si interrogano sulla virtualizzazione dell’identità nell’era mediale, come il lavoro di Tiziana De Felice presentato a LOCALEDUE, che consiste in una serie di poster (elemento tipico di una teen-culture dal retrogusto un po’ vintage) che sostituiscono le effigi di personaggi cult con selfies modificati attraverso applicazioni di beauty make up per smartphone in cui una folla di sconosciuti si autocelebra come icona. La dialettica tra la concretezza del mondo reale e la sua emanazione virtuale e la costruzione dell’identità intesa come ibridazione di elementi trovati liberamente combinabili in un infinito cut up sono i punti di forza del video maker Sathyan Rizzo, ambiguamente affascinato dalla Rete come estrema deriva della comunicazione di massa. Se la precarietà diventa un indirizzo di pensiero tutto è possibile e i contrari si sommano invece che annullarsi, erodendo alle radici la credibilità dei miti fondanti in cui le generazioni passate riponevano le loro certezze. Christina G. Hadley (coinvolta assieme a Rizzo in un progetto dedicato all’ex chiesa di San Barbaziano a cura di Piero Deggiovanni e Leonardo Regano presso LABS Gallery) interpreta l’agiografia come un distopico ologramma pop in cui un presente squallido si mescola a un fulgido e irreale passato. L’immaginario tipico del marketing e della comunicazione commerciale si è fortemente insinuato anche nella vita privata degli individui e nelle strategie di confezionamento dell’oggetto artistico, insidiando il concetto di autorialità: Marco Casella in mostra da CAR DRDE esaspera queste contraddizioni con la realizzazione di gadget e template che fingono di equiparare l’opera a un prodotto di consumo.

Yongquiang Chen

Se il regno dell’artificialità digitale appare sempre più mimetico e competitivo, gli artisti reagiscono all’aggressività del virtuale cercando sicurezze nella natura, da sempre fonte di ispirazione e bellezza per l’essere umano. Così Yongquiang Chen a GALLLERIAPIÙ riscopre il potenziale evocativo di un tronco naufragato in mare trasformandolo nella dimora di un poetico ibrido lumaca-fiore in cera che il calore potrebbe sciogliere in qualsiasi momento, mentre Sofia Bernardini da P420 espone un camaleonte vivo in una teca sfidandolo a confrontarsi con una girandola colorata realizzata da Andrea Renzini. Anche le forme dei più comuni oggetti di fabbricazione industriale potrebbero avere un archetipo naturale, come sottolinea ironicamente Paolo Bufalini incatenando una minimoto a una mandibola di squalo, mentre Luisa Turuani restituisce anima e sentimento a un gruppo di pietre che ritornano a essere sorgente di pianto grazie ad un empirico sistema di irrigazione.

Luisa Turuani

Il desiderio di immediatezza e concretezza della nuova generazione artistica si attua in una nuova poetica dell’oggetto, di volta in volta interpretato come depositario di storie, forme e suggestioni altrimenti inaccessibili. Così Alena Tonelli in Ex Voto ricostruisce la stratificazione di destinazioni d’uso del complesso di San Barbaziano con una sorta di sindone che recepisce l’impronta degli elementi caratterizzanti di ciascun periodo storico, mentre Lucia Fontanelli ne custodisce poeticamente il passato in una serie di urne di recupero in cui ha raccolto la polvere depositatasi nel luogo nel corso degli anni di abbandono. Luca Bernardello intraprende invece un percorso inverso, prelevando dalla chiesa alcuni oggetti, successivamente puliti e levigati per ripristinarne lo stato originario, che diventano gli elementi compositivi di nuove sculture combinatorie (simili per economia di mezzi ed esiti minimali a quelle già citate di L. Turuani) che conservano solo nel titolo la traccia della collocazione iniziale.

Daniele Di Girolamo

Un altro importante filone di ricerca individua nella fisicità del corpo l’inesauribile fonte di un contatto finalmente autentico con se stessi e il mezzo per scandagliare le più viscerali pulsioni emotive e affettive. Emblematico da questo punto di vista è il diario-polaroid di Melissa Torelli presentato a GALLLERIAPIÙ, che affianca inquadrature intime di un corpo tremulo e indifeso a brani di scrittura che manifestano il disagio esistenziale di un giovane che si affaccia al caos della vita adulta. Il corpo come espressione di un sentimento che diventa fusione di individualità e texture di pelle nuda è al centro della serie fotografica  Lovers di Karin Schmuck (galleria Enrico Astuni) che sovverte i canoni del ritratto inquadrando porzioni periferiche dei soggetti per amplificare la dolcezza dei loro gesti proteggendoli dagli sguardi voyeuristici del pubblico. Il corpo involontario e biologico è il destinatario dei dipinti di Mattia Pajè (CAR DRDE) che riprendono illustrazioni tratte da manuali di riflessologia associandole alle frequenze cromatiche che agiscono sugli organi considerati per esplorare una modalità di fruizione dell’opera che prescinda dalle intenzioni dello spettatore. Il movimento del corpo che misura e attiva lo spazio circostante è invece il fulcro delle fotografie di Filippo Marzocchi, che si inserisce in un paesaggio urbano notturno disegnando ulteriori tracciati luminosi con una lampada che accompagna i suoi spostamenti.

DSCN9733

Insofferenti nei confronti di tanta arte troppo respingente e di ardua decodificazione, alcuni esordienti cercano il coinvolgimento diretto e immediato dello spettatore e concepiscono i loro lavori come strumenti per suscitare una riflessione critica su tematiche sociali ed esistenziali. In questo filone si inseriscono l’Esercizio di Telepatia di Veronica Billi e Chiara Prodi (P420), un libro per due lettori con una storia che diventa comprensibile solo attraverso l’azione congiunta e coordinata di due persone, l’intervento di Giordano Secci (GALLLERIAPIÙ) che invita il pubblico a meditare sul proprio ruolo nel mondo e nel sistema dell’arte scegliendo tra due diversi timbri e la performance di Olivia Teglia che riflette sul labile confine tra normalità e psicopatia recitando i 567 quesiti che dovrebbero individuare questo discrimine in alcuni test di carattere psico-attitudinale. Infine l’arte può essere anche un pensiero leggero e quasi incorporeo che con minimi mezzi (come luci, parole, suoni) è in grado di aprire voragini nelle nostre consapevolezze ed emozioni, come la flebo di soluzione fisiologica di Daniele Di Girolamo che rovescia il suo contenuto a terra invitandoci a riflettere sulla precarietà degli equilibri mentali e biologici che garantiscono la nostra esistenza o la coinvolgente installazione di Irene Fenara (P420) che sembra voler letteralmente rinchiudere il cielo in una stanza avvolgendola di una sognante luce azzurra che rende immanente la lontananza di un pensiero sospeso.

 

 

Annunci

Alberto Scodro. Eocene.

albertoscodro_eo1

CAR DRDE presenta Eocene, mostra personale di Alberto Scodro (Marostica, 1984), scultore e artista ambientale che vive e lavora tra Nove, Vicenza e Bruxelles. La sua ricerca nasce dalla volontà di  mettere alla prova lo spazio e la materia esasperandone le tensioni interne e latenti mediante trasformazioni innescate da scambi energetici di varia natura. Padroneggiando una vasta gamma di materiali e le loro proprietà, Scodro fa interagire tra loro sostanze naturali e artificiali per formare sistemi dinamici compositi in stretta relazione con l’ambiente che li accoglie o che li ispira. Ogni opera è l’esito di un processo che stravolge l’apparente quiete degli elementi costitutivi iniziali attraverso una serie di passaggi di stato (fisici, alchemici o concettuali) che costituiscono altrettante fasi di gestazione di una nuova forma visibile. L’artista, affascinato dall’imprevedibilità del risultato finale, vive la pratica scultorea come attesa di un’emersione, unica e irripetibile, che porti alla luce ciò che è sotterraneo e insito nella materia associando lo stato fluido dei materiali incandescenti al luminoso manifestarsi di tutte le loro possibilità e la successiva aggregazione solida alla segreta resistenza che ne consegna intatte al futuro le potenzialità.
Il suo approccio libero e sperimentale asseconda l’andamento degli equilibri che regolano i naturali assestamenti dei materiali e procede in suggestiva analogia con l’evoluzione geologica che ha determinato l’attuale assetto del nostro pianeta e con la misteriosa vitalità del sottosuolo che tutt’ora ne movimenta la superficie. Eocene, l’era geologica in cui si formarono le più importanti catene montuose e apparvero i primi mammiferi moderni grazie all’uniforme e repentino riscaldamento climatico, è anche il tempo mitico di una scultura originaria che preesiste all’uomo e incarna una sorta di metafora a ritroso delle sue capacità inventive. Per questo Scodro, parafrasando l’etimologia greca della parola che intitola la mostra, concepisce un’ambientazione-incubatrice in cui si fondono suggestioni primordiali e residui di contemporaneità come in una nuova alba della creazione.
L’elemento terra è rappresentato dalle sculture della serie Mole, calchi in resina e bronzo dei nascondigli sotterranei delle talpe, architetture ramificate concepite al buio da un architetto cieco la cui modalità operativa richiama l’istintiva fiducia dell’artista nella materia che si trova a manipolare.  All’esumazione dei cunicoli sommersi fa da contrappunto l’indicazione di un’ipotetica conduttura fumaria che perfora il soffitto per lasciar uscire Untitled (Chimney Brush), un raschietto da spazzacamino trasformato dalla fusione in un ricettacolo di concrezioni minerali. La sua presenza, duplicata dalla spazzola gemella liberamente itinerante negli spazi della galleria, rafforza l’omologia tra cielo e terra evocata dall’allestimento in ironica assonanza con il motto esoterico “come in alto così in basso, come dentro così fuori”.
Terra e acqua, pieno e vuoto ritornano in Navigare per terra, enigmatica sorgente nata dalla contrapposizione di due coni ricavati dal calco di una buca e del relativo ammasso di terra risultante dall’estrazione al centro dei quali zampilla una fonte artificiale di ricircolo in una doppia allusione ad un moto circolare che ritorna all’infinito su se stesso.

albertoscodro_eo10_spiga-dorata

Lo scorrere del tempo, implicito nei processi di trasformazione e transizione su cui si fonda la poetica di Scodro, è suggerito anche dalle sculture della serie Spring, Autumn e Winter che traggono il loro nome dal periodo dell’anno in cui sono state realizzate. Protagonista di queste fusioni in cui la piastra metallica di partenza è addizionata di polveri minerali, ossidi e colori ceramici è la superficie che catalizza l’incontro-scontro tra i materiali e le rispettive tensioni: ruvida, accidentata, porosa, fragile, vulcanica e cromaticamente ricercata, se vista dall’alto sembra simulare i sommovimenti orogenetici di un continente ancora inesplorato, mentre nel dettaglio evoca la consistenza del corallo o di altri organismi elementari. A conclusione del percorso di elaborazione alchemica che costituisce il filo conduttore della mostra troviamo Spiga d’orata, ibrido di reminescenza dadaista nato dall’improbabile unione tra una spiga di grano e una lisca di pesce in una colata di foglia oro. Fossile mitologico generato dalla convergenza di un invisibile processo linguistico e di una reale fusione di elementi concreti, risolve l’ideale progressione materica scaturita dal ventre buio della terra nel segno della preziosità assoluta e dimostra l’equivalenza e la complementarietà di ogni tipologia di azione che concorre alla realizzazione del prodotto finale.
Assimilando l’attività umana, nello specifico la scultura, al lavorio della natura che incessantemente crea senza scartare nulla, l’artista amalgama nel suo crogiolo materiali grezzi, parole, sabbie, minerali e oggetti quotidiani inutilizzati in una radicale verifica del postulato “ciò che resiste continua a esistere, il resto evapora e diventa parte invisibile del contesto in cui la scultura ha origine”. L’opera quindi, provvisoria aggregazione di forza e materia, trova la sua più profonda ragion d’essere nella costitutiva predisposizione ad assecondare il ciclo della vita e della storia senza potersi mai considerare pienamente compiuta.

Info:
Alberto Scodro. Eocene.
28 gennaio – 18 marzo 2017
CAR DRDE
via Azzo Gardino 14/a Bologna

Sebastiano Sofia. Ariel

caterpillar_-detail

La poetica di molti artisti contemporanei trova la sua principale fonte d’ispirazione nelle sorprendenti analogie tra le metamorfosi della materia artificiale e le naturali trasformazioni delle sostanze organiche mentre la costante oscillazione tra l’universo biologico e quello sintetico, forse il più rilevante prodotto tecnologico e intellettuale della nostra epoca, è diventata un consolidato modello di processo creativo anche nel campo delle arti visive. A partire dagli anni ’90, quando Matthew Barney nel ciclo Cremaster celebrava l’inconscio della cultura americana in un trionfo di gelatina e vaselina con una spettacolare epopea del desiderio e della sessualità, le schiume poliuretaniche, il lattice, le resine e ogni altra emulsione postmoderna si sono imposte come imprescindibili strumenti artistici inducendo nuovi canoni estetici e inedite modalità di realizzazione dell’opera. Questi materiali malleabili ed espandibili quando solidificano creano forme resistenti che sembrano cristallizzare una condizione temporanea dell’essere esplicitando al tempo stesso la sua vocazione all’indeterminazione e le delicate strutture che compongono ingannano lo sguardo e il tatto con misteriose allusioni biologiche. I nuovi media, veicoli di una pratica artistica che si allea con la chimica e con la produzione industriale, acquisiscono sempre più autonomia nella genesi dell’opera e diventano inquietante metafora dell’imprevedibilità delle più sofisticate sperimentazioni genetiche e tecnologiche che l’uomo innesca senza essere in grado di controllarne appieno gli esiti e le conseguenze a lungo termine.

14522843_10211048962808119_5746330723636230998_n

A queste suggestioni si riallaccia anche il lavoro del giovane artista veneto Sebastiano Sofia che manifesta le potenzialità espressive e allusive della materia scultorea intesa come teatro di una continua trasformazione in cui si realizza una vasta gamma di possibilità di ibridazione e complementarità tra artificio e natura. Le sue opere accorpano elementi naturali allo stato grezzo (rami o pietre minerali) o modificati dall’intervento dell’uomo e dall’usura (travi lignee da costruzione o frammenti di vetro arrotondati dalla permanenza in mare), sostanze sintetiche (cemento, resina e gesso) e oggetti di scarto (camere d’aria, aste d’acciaio o frammenti di plastica).  Ogni composizione si presenta come se fosse il risultato provvisorio di un processo di osmosi ancora in atto in cui l’artista riveste il duplice ruolo di  tramite tra mondi inizialmente separati e di testimone del risultato della loro collisione/fusione. Gli elementi scultorei derivati da questi incontri impropri sembrano infatti progressivamente perdere la loro identità oggettuale per trasformarsi in strane creature che si muovono e respirano in uno spazio-tempo differente dal nostro ma altrettanto vitale. La loro esibita lentezza mette in dubbio la supposta immobilità dell’oggetto inanimato per evocare uno stato embrionale dell’essere in cui suggestioni organiche reali e finzionali si mescolano nella medesima sospensione emotiva. Diventano labili i parametri di qualificazione delle cose e le più comuni coppie oppositive si confondono l’una nell’altra: se il gesso e lo stucco rivestono la sommità di una trave di legno con lussureggianti fioriture non si è più sicuri dell’obiettività di concetti consolidati come rigidità, mollezza, fragilità, resistenza, pienezza o cavità. Se il lattice imita la texture squamosa di un essere incerto tra il rettile e la sirena e i suoi colori sgargianti fanno pensare alla verniciatura industriale o all’iridescenza di qualche pesce mitologico, le pieghe carnose in cui dispiega la propria esistenza solitaria potrebbero essere le protuberanze di una pianta tropicale come l’ultimo sussulto esistenziale di una pelle appena conciata.

8

In queste alchimie materiche nessun corpo è inerte come forse non lo è nemmeno la più intima struttura molecolare dei suoi elementi costitutivi considerati singolarmente e il desiderio sprigionato dal loro amplesso diviene metafora della ricerca della platonica completezza che da sempre è una delle più coinvolgenti ragioni della creazione artistica. Sofia dichiara la matrice mitologica e psicanalitica della sua creativa ingegneria genetica nei titoli di alcune opere come La Sindrome di Salmace e Ariel che, rievocando la fonte letteraria di riferimento, ne fanno trapelare anche il doloroso anelito ad un impossibile stato di quiete.
La stessa tensione si rileva nel rapporto che le sculture intrattengono con lo spazio che le circonda: oblique, scivolose, acquattate, mimetiche, talvolta colpevolmente sgargianti si reggono tramite strutture vulnerabili che sembrano prefigurarne l’imminente collasso e le successive aggregazioni e lacerazioni che deriverebbero dalla loro traumatica scomposizione. In sintonia con l’instabilità forzata delle sculture di Paolo Icaro e con l’improduttività dei macchinari onanistici di Arcangelo Sassolino, le creature di Sofia sono animate da un’imperturbabile tenacia che le aggrappa al muro o al pavimento con lo stesso fatalismo di una ferita insanabile. La loro installazione d’insieme inoltre evoca la pervasiva ubiquità dell’artificio nel paesaggio contemporaneo e richiama alla mente l’inestricabile intreccio di natura e detriti umani che caratterizza anche i luoghi  più selvaggi e disabitati di un mondo saturato dagli effetti della produzione di massa. Senza alcuna retorica, Sofia sembra prendere atto dell’ambiguità del presente e portarne alle estreme conseguenze le intrinseche contraddizioni per esaltare l’adulterata bellezza della nostra epoca e provare a immaginare le sue future trasmutazioni in una visionaria transustanziazione artistica.

Info:

Sebastiano Sofia. Ariel
24 settembre – 5 novembre 2016
CAR DRDE
Via Azzo Gardino 14/a, Bologna

Elia Cantori. Action at a Distance

1-Elia Cantori-Action at a Distance

Sarà prolungata fino al 16 aprile alla galleria CAR drde la personale di Elia Cantori Action at a Distance che riunisce una serie di lavori recenti del giovane artista anconetano formatosi a Londra. La sua ricerca, concepita come indagine delle possibilità documentative e sintetiche della forma nella sua capacità di aderenza al fenomeno che rifiuta ogni mediazione, interpreta la materia come campo d’azione di leggi fisiche e camera di registrazione dei loro effetti. Nel suo lavoro la tridimensionalità della scultura, anche quando utilizza elementi apparentemente estranei a questa disciplina, si costituisce come compresenza dell’opera e del processo che l’ha generata in un’estensione del concetto di spazio che coinvolge tempo, movimento ed esperienza percettiva. A suo avviso le possibilità di trasformazione offerte dall’arte presentano stringenti analogie con i procedimenti della ricerca scientifica perché, interagendo con le proprietà chimiche, gravitazionali, volumetriche e di massa specifiche di ogni materiale, verificano l’intima struttura del mondo suggerendo nuove ipotesi di aggregazione e scioglimento.

EC_Stanza-2008

Così nel 2008 Cantori ha compresso in una sfera di 90 cm di diametro i materiali ricavati dalla demolizione del suo studio londinese illuminandola dall’alto con il neon originariamente collocato sul soffitto: l’opera, intitolata Stanza e acquisita nella collezione permanente del MAMbo, appare come un enigmatico agglomerato che condensa i detriti e l’energia distruttiva che li ha prodotti in un un’unica forma sintetica. La maniglia e la serratura originali lasciate intatte e applicate all’esterno della sfera suggeriscono possibili intrusioni nella sua impenetrabilità e nuove ipotesi di reversibilità, artistiche e mentali, di quella che a prima vista appare una condizione definitiva. La persistenza di un pensiero può condizionare un’azione anche a considerevoli distanze temporali e spaziali: in Untitled (Double Hemisphere Room), installazione site specific concepita per la mostra, la stessa sfera appare tagliata a metà e le due parti concave rivestite di emulsione fotosensibile mostrano l’impressione diretta degli oggetti presenti in studio registrandone la presenza. L’immagine a questo modo diventa materia plasmabile che, al pari dei detriti pressati nel 2008, presenta se stessa come conseguenza e memoria degli accadimenti che hanno concorso alla sua realizzazione. L’ambiguità che deriva dalla straniante convivenza di analisi e sintesi amplifica la percezione del luogo ritratto in una vertigine di verificabilità che sembra intensificare, anziché risolvere, il mistero del tempo e della luce che movimenta gli oggetti annullandone l’apparente inerzia.

ECantori-Gunshot-3

L’intento di fermare un istante assieme alle sue implicazioni è invece evidente nella serie Gunshot, in cui l’artista impressiona la carta fotografica con la deflagrazione dello sparo del proiettile che l’attraversa, o in Bullet Trajectory, dove il percorso di un proiettile sparato in una forma di plastilina viene immobilizzato da una fusione in stagno colato. A questo modo Cantori dimostra l’illusorietà di una visione dell’istantaneità intesa come indivisibile “qui e ora” suggerendo come ogni attimo sia la somma di infinite porzioni minori, ciascuna dotata di un proprio specifico arco temporale e di una  complessità impossibile da ridurre ai minimi termini. La storia di un istante ha quindi la stessa estensione lineare e la stessa potenzialità scultorea di un’eternità o di una notte, come mostrano le cinque carte della serie Full Moon impressionate dalla lunga esposizione durante il plenilunio che nell’agosto 2014 coincideva con il perigeo.
Se la realtà sensibile è il prodotto di un sistema di forze antagoniste che si scontrano per creare l’inenarrabile tessuto del mondo come prodotto di inevitabili fatti accidentali, la vocazione dell’arte è analizzarne e testarne le dinamiche interne orchestrandone l’apparizione in una sorta di diagramma spazio-temporale. L’opera, paradigma e lacerto del fenomeno che l’ha generata, funziona come un modello matematico nell’elaborare i nuovi possibili mondi che si nascondono in attesa di attuazione nelle pieghe del visibile a partire dalle medesime e incontrovertibili leggi che regolano le più evidenti vicende della materia sulla Terra. Questo visionario laboratorio di bellezza dove ogni avvenimento innescato da un invisibile demiurgo sembra espandersi in silenziose onde energetiche ribadisce la centralità dell’uomo, indifferentemente artista o spettatore, come testimone e depositario delle metamorfosi dell’Universo che lo circonda. Nello spazio del pensiero il dubbio e la certezza sono forse due aspetti complementari e interscambiabili di una medesima esperienza, come possono suggerire la solidificazione del vuoto creato dalla traiettoria del proiettile con una colata metallica o l’ambigua immobilità delle lancette dell’orologio che in Double Hemisphere Room non riescono a misurare il tempo di esposizione alla luce del gel fotosensibile.

9-Elia Cantori-Action at a Distance

Info:

Elia Cantori. Action at a distance.
30 gennaio – 16 aprile 2016
CAR drde
Via Azzo Gardino 14/a, Bologna