Sara Bonaventura. Come se il colore stesse a guardarti.

IMG_9274b

David Batchelor nel saggio intitolato Cromofobia analizza l’ambiguo rapporto dell’immaginario occidentale con il colore, percepito come forza incontrollabile in grado di scatenare un’attrazione talmente dirompente da risultare pericolosa per l’ordine stabilito. Per questo la cultura dominante ha spesso tentato di relegarlo nella categoria dei “corpi estranei”, come l’orientale, il femminile, l’infantile, il volgare o il patologico, o di associarlo alla sfera del superficiale, dell’inessenziale e dell’estetica di massa. Il testo considera l’intero spettro del visibile come un’unica entità dotata di personalità autonoma in contrapposizione all’acromaticità del bianco, del grigio e del nero che sottomettono il proprio specifico valore al  predominio della razionalità incarnata nei concetti di forma e di spazio. “Il mondo è colorato e noi siamo colore”, afferma l’autore che non nasconde di essere profondamente affascinato dalla possibilità di esperire l’ebbrezza del colore come provvisoria perdita dell’Io nella sostanza cromatica e come catartico azzeramento di ogni simbologia culturale riscoprendo il predominio dell’istinto.

IMG_9264

Queste riflessioni sono alla base del progetto che Sara Bonaventura, artista visiva che ibrida pittura, videoarte e animazione frame by frame, propone negli spazi di Adiacenze in collaborazione con Ester Grossi, pittrice e grafica in questo caso coinvolta nel ruolo di curatrice. Come se il colore stesse a guardarti nasce come spazio di irradiazione dell’intrinseca forza espressiva del colore, agente attivo di un processo extra-linguistico che risulta efficace solo in presenza di uno spettatore disposto a lasciarsi osservare, assorbire e possedere da una pulsione cromatica in costante metamorfosi. Non si tratta quindi di enfatizzare la componente visiva solitamente (e riduttivamente) associata alla percezione del colore ma di sollecitare un’esperienza sinestèsica che nasce nella misteriosa zona d’intersezione tra fisiologia ed emozione.

La prima tappa della mostra è un video-trittico che ripropone un filmato precedentemente realizzato con la danzatrice Annamaria Ajmone al termine di una rielaborazione effettuata con video sintetizzatori analogici che hanno trasformato in modo irreversibile i fotogrammi originali sottoponendoli ad alterazioni e oscillazioni di tensione. Se nella coreografia iniziale il corpo in movimento era il fulcro della scena e la fonte del suo significato, nella nuova versione appare sopraffatto da un’invasione di colori lisergici che nascono dallo sfondo e lentamente avviluppano la protagonista resa evanescente da un viraggio in scala di grigio. I suoi gesti, prima scaturigine di calibrate traiettorie in uno spazio neutro e misurabile, diventano ora alternativamente reazioni ai caleidoscopici assedi che insidiano la figura, pretesti per l’intensificarsi di una tonalità che lambisce il corpo come un liquido denso o interferenze che per contrasto danno corpo e realtà all’indefinibile materia cromatica che danza.

IMG_9300

La seconda tappa è un’installazione ambientale che offre al visitatore la possibilità di entrare nell’opera identificandosi con la danzatrice: un labirinto fatto di tessuti sottili, trasparenti e traslucidi diventa uno schermo tridimensionale che trasforma il video precedente in uno spazio fisicamente percorribile in cui ciascuno può sperimentare la propria personale immersione nella proiezione ed essere a sua volta osservato da altri spettatori tramite un circuito di telecamere. Entrambi i lavori rivisitano alcuni elementi della cultura artistica degli anni ’70, come la performance, l’esplorazione delle possibilità creative della macchina analogica, l’imprevedibilità del pubblico che partecipa all’azione, il gioco ipnotico di colori audaci lasciati liberi di interagire e il differimento tra la realtà filmata in presa diretta e la sua delocalizzazione in un altro ambiente. Tutte queste istanze appaiono, però, destrutturate e raffreddate da una regia che utilizza il montaggio come strumento di rottura e conflitto per far emergere inattesi gangli di intensità semantica e suggerire al tempo stesso una riflessione critica sulla sintassi dell’opera che nel suo farsi svela le proprie componenti costitutive. La convergenza di istanze apparentemente eterogenee, come analogico/digitale, reale/virtuale, fisicità/disegno, rumore/silenzio sperimenta inoltre i nuovi possibili equilibri che possono nascere dalla rinegoziazione tra passato e presente e gli esiti alternativamente disturbanti o concilianti che ne scaturiscono.

Info:

Sara Bonaventura. Come se il colore stesse a guardarti.
a cura di Ester Grossi
30 maggio – 24 giugno 2017
Adiacenze
Vicolo Spirito Santo 1/B, Bologna

Annunci

Andrea Familiari. Notes #1

6

L’arte contemporanea degli ultimi decenni si è alimentata di dubbio e ha rilevato e amplificato la costitutiva incertezza che governa la nostra percezione del mondo: con la globalizzazione informatica tutto può essere vero ma non sappiamo in quale misura in assenza di una gerarchia di informazioni condivisa, il confine tra naturale e artificiale è sempre più labile grazie alle sofisticate protesi tecnologiche escogitate dalla ricerca scientifica, l’intimità si estroflette in una voyeuristica spettacolarizzazione ma i rapporti diretti sembrano arrancare nel flusso dell’impersonalità. La costante compenetrazione interno/esterno, macro/micro, singolare/plurale che caratterizza molti aspetti della nostra vita si riversa inevitabilmente anche nelle pratiche artistiche, la cui tendenza alla smaterializzazione e alla mutabilità riflette al tempo stesso la sfiducia in una sostanza univoca delle cose e l’ambigua molteplicità veicolata dalle medesime sembianze.
Queste suggestioni, decantate in un universo digitale apparentemente epurato da ogni casuale contingenza, sono particolarmente evidenti nella più recente produzione video di Andrea Familiari, giovane artista italiano attualmente residente a Berlino. La sua ricerca figurativa, incentrata sull’elaborazione grafica dei codici algoritmici che permettono la creazione delle animazioni in 3D, esplora le possibilità auto-generative dell’immagine digitale rilevandone le insospettabili analogie con la nostra visione “analogica” del mondo.

2

La video installazione Untitled (2017) nasce da una serie di macro-fotografie che studiano le geometrie naturali composte dalle nervature delle foglie degli alberi: l’intricato reticolo linfatico, quasi invisibile ad occhio nudo, diventa il modello di un’affascinante gestazione digitale in cui una forma chiusa e circolare di partenza viene sottoposta a un’incalzante sequenza di tensioni che ne espandono i limiti fino a disperderne i contorni. L’esplosione dell’unità conchiusa iniziale e il frazionamento degli imprevedibili microcosmi concentrici che racchiude produce un fluttuante intreccio di matrici sinusoidali che si attraversano e si respingono a vicenda suggerendo ulteriori metafore biologiche. L’andamento delle linee è accompagnato da una composizione strumentale e rumoristica  che procede in simbiosi con la germinazione delle traiettorie di ciascun segmento di parabola generando un inestricabile campo sonoro e visivo. Il bianco del monitor vuoto coincide quindi con il silenzio, un asettico continuum di luce satura che si colloca agli antipodi del buco nero che lo squarcia nei momenti di massima sovrapposizione acustica e visiva. La progressiva dissoluzione della forma libera l’energia di un sempre più fitto caleidoscopio lineare che finisce per gravitare attorno ad un centro comune per poi implodere in se stesso e sparire dopo aver ritrovato per un attimo l’originaria conformazione circolare.

3

L’elaborazione di Familiari esplicita le autonome potenzialità figurative dei codici astratti solitamente nascosti nei retroscena di programmazione dell’immagine virtuale trasformandone la struttura-impalcatura matematica in una sostanza visibile che presenta straordinarie somiglianze morfologiche con i processi di scissione cellulare e con l’evoluzione della crescita vegetale. A questo modo la dimensione virtuale intesa come analogo del mondo acquisisce un’inquietante ineluttabilità, rivelandosi non soltanto un sofisticato surrogato artificiale della realtà, ma la fedele trascrizione dell’essenza stessa di ciò che percepiamo attraverso i sensi.
L’osmosi tra il nostro mondo e l’iperuranio delle entità matematiche si intensifica in Notes #1, prima tappa di un progetto interattivo che indaga la trasposizione visiva delle sonorità degli strumenti musicali. Le note di un brano per pianoforte composto dal musicista scozzese Euan McMeeken, associate da un software ai tre colori principali della gamma cromatica RGB (red, blue, green), diventano una raffinata danza di linee in rotazione attorno al medesimo asse orizzontale. La visualizzazione dell’esperienza sonora sembra inseguire l’inafferrabile formula della bellezza e dell’armonia che sin dall’antichità ha ossessionato artisti e filosofi e si offre come esperienza intima al visitatore che viene invitato ad avvicinarsi allo schermo per lasciarsi attraversare e avvolgere dal flusso di immagini e suoni che la sua presenza attiva. Anche in questo caso l’intervento dell’artista può essere letto come un’ipotesi di riconciliazione tra reale e virtuale che mina alla base i presupposti ideologici che spesso contrappongono queste due sfere, suggerendo come tutto possa far capo ad un unico sistema formale che forse non siamo ancora in grado di cogliere appieno.

Info:

Andrea Familiari. Notes #1
a cura di Federica Patti
3 marzo – 1 aprile 2017
Adiacenze
Vicolo Spirito Santo 1/b Bologna