Salvatore Nocera. Un decennio di ritardo.

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Nato a Bologna nel 1928 e trasferitosi a Parigi alla fine degli anni Cinquanta, Salvatore Nocera, pittore intellettualmente inquieto e di indole riservata, non ha mai esposto nella sua città natale e ha lasciato tracce evanescenti e confuse della sua produzione artistica, trascurando titoli e datazioni e arrivando talvolta a distruggere le sue stesse opere o a reclamarne il possesso una volta vendute. Uomo di ampia cultura (la sua biblioteca conta circa 8000 volumi che gli eredi hanno recentemente deciso di donare all’Istituzione Biblioteche di Bologna), per sessant’anni si è dedicato alla ricerca pittorica ossessionato dal timore di non essere abbastanza, nella costante tensione tra la soggezione per i grandi maestri del passato e l’impossibilità di scendere a compromessi con se stesso per abbracciare senza riserve le correnti più aggiornate. “Sono sempre stato in ritardo, come minimo, di un decennio”, scriveva nelle pagine di diario a cui affidava il suo rovello mentale, e tale consapevolezza critica è il punto di partenza per la mostra che l’associazione culturale Bologna per le Arti  dedica a questo sfuggente personaggio a distanza di quasi dieci anni dalla sua scomparsa. L’obiettivo è ricostruire il suo percorso biografico e artistico e il mai rescisso legame che, anche a distanza, lo collegava alla cultura bolognese e offrire un’occasione postuma al suo innegabile talento di collocarsi tra le pagine della complessa storia dell’arte del Novecento valorizzando la sua colta condizione asincrona.

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Il percorso espositivo si apre quindi con una serie di tele dipinte negli anni giovanili quando Nocera, superando la pittura storica di stampo realista con cui Italia celebrava gli atti eroici dell’antifascismo nell’ottica di una cultura nazionalpopolare di esaltazione della Resistenza, si svincolava dall’ideologia per concentrarsi su una pittura di figura che assorbiva in chiave personale la lezione del Rinascimento fiorentino ed emiliano. Piero della Francesca, Masaccio, Cosmè Tura diventano in questo periodo i principali riferimenti di una composizione caratterizzata da un’armonia di stampo quasi architettonico, in cui i personaggi si raggruppano in primo piano richiamando alla mente l’andamento pausato di un fregio classico. L’accademismo dell’impianto iniziale è però subito messo in discussione dall’ambigua iconologia dei personaggi che ibridano attitudini iconografiche classiche e cristiane con attributi moderni rivelando l’intento dell’artista di catturare momenti quotidiani della contemporaneità per idealizzarli in una nuova attuale mitologia. I suoi soggetti prediletti in questa fase sono bagnanti intenti alle più tipiche occupazioni da villeggiatura esperite in modo assorto e ordinato, come se volessero far scomparire ogni traccia di individualità per offrirsi come puro pretesto di rappresentazione. Il rigore della struttura compositiva è stemperato da una pennellata compendiaria (in alcuni casi squillante e accesa, in altri eterea come l’imprimitura di un affresco incompiuto) che rivisita la tecnica impressionistica in chiave strutturale e mentale, rifiutando l’impressione atmosferica fugace.

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E proprio l’interesse per l’immediatezza insita nel colore conduce Nocera intorno alla metà degli anni ’60 ad arrendersi alla natura diventata ormai un assoluto pittorico, in cui anche le figure, sempre più dissolte e mimetizzate nell’ambiente, finiscono per confluire e annullarsi. Le grandi tele realizzate in questo periodo rileggono il paesaggio con approccio informale non dissimile agli esiti dell’”ultimo naturalismo” nato negli anni ’50 a Bologna  in sintonia con le tendenze internazionali che a Parigi, dove si era trasferito iscrivendosi al Sindacato nazionale degli Artisti Francesi, culminarono con l’opera di Fautrier e Dubuffet. Anche qui l’anticonformismo che costituisce forse la cifra individuale più peculiare e duratura di Nocera, lo spinge, oltre che a sposare certe soluzioni visive secondo una tempistica soggettiva dettata da esigenze interiori, a non abbandonarsi interamente all’impasto organico in cui il mondo nasce e si rinnova per recuperare la lezione costruttiva di Cézanne in direzione di un ordine che scongiuri la disgregazione finale. Così la sua pittura diventata materica, vitale e gravida di stratificazioni gestuali e biologiche, si oppone all’anarchia dissipatrice delle correnti che cercano nell’espressionismo astratto la soluzione della crisi in cui versa la cultura pittorica europea per impegnarsi in una ricostruzione del mondo in cui sguardo e ricordo possano continuare a convivere.

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Nel decennio successivo la crisi esistenziale di Nocera si aggrava per la sfortuna delle sue vicende personali: l’abuso di alcool, il divorzio dalla moglie che sosteneva economicamente la sua ricerca artistica e l’insoddisfazione per il mancato riconoscimento del suo lavoro, lo riportano a Bologna dove, in assenza di uno studio in cui poter lavorare, abbandona i pennelli per dedicarsi a collages e fotomontaggi che si avvicinano al Nouveau Réalisme francese. Qualche anno dopo, ritrovata una relativa tranquillità grazie all’incontro con la nuova compagna e musa Felicia Muscianesi, ritorna alla pittura ancora una volta in posizione dissidente rispetto al forzato ritorno alla figurazione decretato dal monopolio di Transavanguardia e Citazionismo che imperavano negli anni Ottanta in Italia. Sopraffatto dal senso di inadeguatezza che lo accompagnava da sempre, si rinchiude in se stesso procrastinando all’infinito interessanti proposte di retrospettive museali (come quella di Franco Farina direttore di Palazzo dei Diamanti a Ferrara o di Licisco Magagnato del Museo di Castelvecchio di Verona) per impegnarsi in un ciclo dei vinti ispirato alle storie di Giovanna d’Arco, Gilles de Rais e Van Gogh. In questi ultimi lavori la sostanza pittorica accidentata e contaminata da inserimenti materici esprime la ferita aperta dalla consapevolezza di un improbabile riscatto e la rassegnazione a un fare ossessivo e insopprimibile vissuto come arduo ma ineludibile destino.

Info:

Salvatore Nocera. Un decennio di ritardo.
a cura di Elisa Del Prete
21 maggio – 23 luglio 2017
Palazzo d’Accursio
Piazza Maggiore 6, Bologna

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