Adam Pendleton. Black Dada.

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Le correnti concettuali sviluppatesi in America intorno alla metà degli anni ’60 facevano coincidere il processo creativo con un’operazione mentale atta a stimolare la riflessione dello spettatore a prescindere dalla tangibilità dell’oggetto artistico che poteva essere indifferentemente evocato e sostituito da un’immagine o da una descrizione verbale. L’arte, concepita come tautologia di se stessa, si disinteressava del mondo della contingenza per cercare una dimensione mentale assoluta in cui si potesse verificare la perfetta coincidenza tra rappresentazione visiva e verbale secondo la celebre proposizione di Joseph Kosuth “Ars as Idea as Idea”. Se da un lato si tendeva a smaterializzare l’oggetto prelevato dal reale per considerarlo la possibile rappresentazione di un’idea universale esaustivamente definita in una voce desunta dal vocabolario, dall’altro una delle conseguenze più fertili della postulata equivalenza tra statement e opera fu proprio quella di trasformare la scrittura in un inedito materiale artistico. Mentre le luminescenti scritte al neon di Kosuth e Nauman reintroducevano sensuali stimolazioni cromatiche e grafiche che rianimavano valori pittorici ufficialmente considerati obsoleti e il lettering di Kawara diventava composizione e coinvolgente installazione ambientale, tra le righe del concettuale si delineava l’ambigua storia  della parola come significante materializzato.

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A questo retroterra culturale si riallaccia l’opera di Adam Pendleton (1984, Richmond), artista concettuale statunitense che nonostante la giovane età ha all’attivo una lunga serie di mostre presso importanti gallerie e istituzioni museali di tutto il mondo, tra cui il Museum of Modern Art di New York, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la 56sima Biennale di Venezia e il KW Institute for Contemporary Art di Berlino. Impegnato in una pratica multidisciplinare che fa convergere pittura, editoria, collage, video e performance, incentra il suo lavoro sulla manipolazione figurativa e letterale del linguaggio come strumento di revisione e ricontestualizzazione della storia americana più recente. Le sue fonti di riferimento infatti spaziano da saggi e documenti politici e sociali inerenti alla difficile integrazione razziale degli afroamericani a testi di prosa e poesia sperimentale basati sulla tensione tra il significato e la sua concreta impaginazione come insieme di caratteri di stampa. Se il linguaggio modella la nostra percezione del mondo, Pendleton lo restituisce come una forma da decostruire, riconfigurare e reinventare per indurre lo spettatore a riconoscere e riconsiderare i suoi abituali riferimenti culturali e chiedersi in quali altri modi sia possibile immaginare e plasmare la realtà in cui viviamo.

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L’inizio di questa ricerca si può individuare nella performance The Revival (2007), in cui l’artista ricreava in un auditorium del West Village una minimalista chiesa profana come teatro d’azione di un vero coro Gospel che accompagnava la sua recitazione di brani tratti da discorsi pubblici con cui l’attivista democratico Jesse Jackson perorava i diritti civili della comunità queer. Convinto che l’arte debba portare cambiamento e sollecitare il pubblico a riflettere sulle tematiche di volta in volta portate alla sua attenzione mediante una partecipazione attiva alla lettura del lavoro,  Pendleton cerca quindi un modo per riportare in un oggetto artistico il potenziale comunicativo e la condizione aggregativa della performance. Nasce così il concetto di Black Dada, produttiva sovrapposizione di linguaggio, arte concettuale, poesia lirica e attivismo in uno spazio visivo e abitabile di conversazione globale in cui si può proferire il futuro mentre si parla del passato. Il termine, tratto dal titolo di una poesia di Amiri Baraka, accosta la parola “black”, significante aperto senza limiti precisi, anti-rappresentativo ma fortemente connotato politicamente, a “Dada”, avanguardia disobbediente inneggiante al non-sense con cui un gruppo di intellettuali tra le due guerre mondiali rispose alla brutalità fisica e ideologica delle dittature. Partito nel 2008, il progetto Black Dada è un work in progress in continua evoluzione che si manifesta in varie forme, tra cui serigrafie astratte che ingrandiscono riproduzioni di particolari tratti da dipinti monocromi modernisti associati a lettere dell’alfabeto, la pubblicazione Black Dada Reader presentata a Berlino durante il Gallery Weekend dello scorso aprile che riunisce scritti e documenti variamente attinenti all’idea sottesa alla produzione di Pendleton e i collages ambientali della serie System of Display.  Proprio in questi ultimi appare particolarmente evidente il procedimento creativo dell’artista, che incessantemente legge e si appropria di testi e immagini che mescolano riferimenti culturali alti e bassi relativi a un periodo storico compreso tra gli anni ‘20 e gli anni ’80 archiviandoli, livellandoli, decontestualizzandoli e frammentandoli mediante riproduzione fotocopiata in bianco e nero. Le pagine così ottenute diventano i principali elementi compositivi di un gioco combinatorio che si compie sulla scrivania del suo studio e costituiscono la campitura di fondo dei grandi pannelli in cui vengono successivamente ingranditi e accostati in modo paratattico. A questo primo livello si aggiungono poi altri quadri-testo e fotografie di dimensioni più contenute realizzate su superfici riflettenti che si ancorano al muro come il più tradizionale dipinto da parete, mentre la visione d’insieme viene rinsaldata da brevi frasi a lettere giganti che percorrono tutta la superficie del pannello. Queste costellazioni di frammenti di linguaggio sgretolano la leggibilità del messaggio originario per rilanciarne il potenziale espressivo e critico in uno spazio di transizione dove la retorica stravolta del passato incontra i nodi cruciali di un presente ancora irrisolto. Evidenziando l’affinità tra l’arte concettuale e l’attivismo politico degli anni ’60 in cui esplose la violenta questione della lotta per i diritti sociali degli afroamericani, Pendleton mette in discussione la lettura univoca di quei fatti proposta dalla storiografia ufficiale per riflettere sulla capacità dell’arte occidentale di provocare un reale cambiamento di pensiero politico ed esistenziale. La sua intenzione non è quindi definire cosa sia giusto o sbagliato, ma ripensare l’identità dell’arte contemporanea come agente attivo all’interno di una nozione di storia-tempo intesa come ambiente fluido e spazio disgregato, come perpetua dinamica di rinegoziazione in cui ogni spettatore può individuare il riflesso di se stesso e della propria personale consapevolezza culturale e cognitiva. Utilizzando il linguaggio in senso figurativo come se fosse linea, superficie e colore e in senso letterale come fonte di informazione in cui ogni singolo vocabolo ha un valore individuale oltre che sintattico, Pendleton aspira a creare una nuova narrativa da fruire come esperienza nell’auspicio che possa essere il presupposto di un nuovo mondo possibile.

 

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