Mariateresa Sartori. Alberi Casa Mamma

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Studio G7 ha inaugurato la stagione espositiva con una personale di Mariateresa Sartori intitolata Alberi Casa Mamma: l’artista veneziana, che incentra il suo lavoro sulla concettualizzazione artistica della tensione dell’essere umano verso una conoscenza destinata a rivelarsi sempre incompleta perché fondata su basi irrimediabilmente aleatorie, presenta un recente progetto dedicato alla madre anziana e inferma. Una serie di scatti realizzati con una semplice scatola dotata di foro stenopeico riproducono oggetti, fotografie e documenti prelevati dalla casa di famiglia componendo sequenze di reperti in cui l’oggettività delle testimonianze si disperde e si complica in un flusso emotivo che vanifica l’imparzialità del procedimento iniziale.
Disegni infantili, fiori essiccati, perle, testi scritti a mano su carte di quaderno e calcoli non più riconducibili alla loro funzione pratica si allineano in piccoli riquadri inframmezzati da immagini degli alberi del giardino che con i loro cambiamenti stagionali accennano la  scansione temporale di questa fragile narrazione. Se il passato è il rumore bianco della nostra coscienza, l’artista prova a contrastare la sua imprevedibile risonanza isolandone alcune frequenze per interrogarle singolarmente. Smaterializzando i suoi oggetti d’affezione in fotografie volutamente ambigue tra la presa diretta e la  scansione di un’immagine già esistente, l’artista li ripresenta come pulsante latenza in scala di grigio che materializza la delicata grana di una visione incerta tra il ricordo e il sogno. Amplificando e auscultando dettagli apparentemente insignificanti di una quotidianità ormai passata Sartori riscopre le sue radici personali per offrire a se stessa e alla madre una nuova ed estrema possibilità di conoscersi e riconoscersi nella condivisione di un inconscio comune. Il dato reale, se considerato come frammento di una memoria che procede per metonimie e analogie secondo coordinate spazio temporali soggettive, diventa quindi il presupposto semantico e la verifica cognitiva di una vita interiore che resiste ad ogni tentativo di sistematizzazione.

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A questo modo la catalogazione messa in atto dall’artista accetta la costitutiva inafferrabilità della relazione uomo-mondo e ne trasfigura in poesia i detriti materiali per renderli universalmente esperibili. In assenza di argomenti assoluti sul mistero della vita e della morte la prova che il mondo esiste sta nell’approssimazione tra la costitutiva parzialità della versione dei fatti registrata dalla memoria soggettiva e la costante tensione a oltrepassare l’invalicabile soglia della finitezza umana.
Il superamento del limite è anche il cardine delle due installazioni sonore che accompagnano le immagini della mostra trasformando la visione in una coinvolgente esperienza ambientale. La prima traccia audio, diffusa in stereofonia da due altoparlanti collocati agli angoli opposti della sala espositiva, s’intitola  Domande. Teste calve che custodiscono il suono della voce materna e riunisce le frasi interrogative recitate da Ingrid Bergman in alcuni dei suoi film più famosi nella versione italiana doppiata da Lydia Simoneschi. Le domande seguite da silenzi e da rumori casalinghi si trasformano in metafora di un doloroso dialogo a distanza tra la madre resa muta e lontana dalla malattia e la figlia che cerca di indovinarne i pensieri associandoli alle situazioni evocate dalle scene cinematografiche. Nella seconda registrazione da ascoltare in cuffia in una nicchia appartata la dolorosa poesia di Mariangela Gualtieri Preghiera a sua madre perché muoia diventa un soliloquio di coscienza in cui l’indicibilità dei contenuti è affidata ad una voce narrante straniera ignara del terribile significato delle parole che pronuncia.
Anche qui l’artista utilizza procedimenti meccanici e impersonali per far scomparire la propria autorialità e ricondurre la soggettività dell’esperienza individuale a un ordine costituito che per quanto imperscrutabile  è l’unico possibile appiglio per metabolizzare l’imminente e inaccettabile perdita. Nominare, catalogare, sistematizzare e ordinare sono prassi conoscitive che assimilano le metodologie dell’arte concettuale a quelle della scienza nell’inesauribile tentativo di cogliere le ragioni profonde del nostro essere al mondo e di lenire la sofferenza che ogni finitezza inevitabilmente comporta.

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Info:

Mariateresa Sartori. Alberi Casa Mamma
28 ottobre 2016 – 14 gennaio 2017
Galleria Studio G7
Via val d’Aposa 4/A Bologna

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Sophie Ko. Terra.

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Per la mitologia greca Mnemosyne (la Memoria) è una divinità olimpica figlia di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra): dalla sua unione con Zeus nacquero le Muse, dee del canto e della danza  che celebravano in versi l’origine del mondo e le imprese degli dei e degli uomini. Riallacciandosi alla suggestione classica Aby Warburg nel 1929 intitolò Mnemosyne l’ultima sua grande impresa: un atlante figurativo che illustrava i meccanismi di tradizione di temi e figure dall’antichità all’attualità attraverso il montaggio di fotografie di opere rinascimentali, classiche e del XX secolo. Le riproduzioni, tratte dallo sterminato archivio a cui lo storico attingeva per corredare i suoi scritti e le sue lezioni, erano assemblate in palinsesti tematici che, azzerata ogni forma di gerarchia temporale e geografica, riattivavano l’eloquenza e l’energia espressiva delle opere originali. Le immagini, demoni di pura potenzialità comunicativa e principali veicoli e supporti della memoria culturale e sociale, sopravvivono al loro tempo per esserne testimonianza e continuano a sprigionare il loro primitivo potere di evocazione quando vengono lasciate libere di provocare un processo interpretativo aperto. Le immagini del passato quindi, come scriveva  Georges Didi-Huberman, sono sempre pronte a insorgere nel presente, a bruciare e a soffrire nel punto in cui si fa più lacerante lo scarto tra il distacco e l’appartenenza alla realtà che le ha generate.

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A queste riflessioni si riallacciano le Geografie Temporali di Sophie Ko Chkhejdze, giovane artista georgiana che incentra la sua più recente e intensa serie di lavori sull’indagine ontologica e poetica del concetto di immagine inteso come resistenza di un’insopprimibile volontà di figurazione mediante la quale l’umanità conserva e tramanda il proprio ancestrale patrimonio ereditario. Nell’epoca dell’istantaneità e della pervasiva quanto effimera ubiquità dei surrogati visivi del reale veicolati dalla rete e dagli altri mezzi di comunicazione di massa, il progetto si interroga sulla permanenza del valore espressivo delle immagini addentrandosi nell’indicibile intrico istintuale che lega lo spirito umano alle stratificazioni materiche che costituiscono l’opera. Restituendo all’azione artistica le antiche implicazioni rituali e interpretando in modo radicale le intuizioni di Warburg e Didi-Huberman, Ko realizza i suoi quadri imprigionando tra pannelli di vetro le ceneri derivate dalla combustione di immagini di celebri opere della storia dell’arte assieme a polveri di pigmento puro. A livello simbolico questo spazio sottovuoto riesce a condensare forme e contenuti di civiltà presenti e passate in una superiore unità esistenziale che travalica il succedersi delle avventure stilistiche per darsi come essenza di un mistero ancora da compiersi. Intimamente consapevole della propria responsabilità nei confronti dei grandi maestri, l’artista anziché cercare il proprio autonomo linguaggio all’interno di un archivio di forme depositate in una memoria storica per sua natura parziale e disomogenea, sceglie l’indifferenziazione primordiale per risvegliare le più profonde ragioni del creare.

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Silenziosamente l’invisibile corporeità delle polveri si addensa in crateri, emergenze e altopiani che evocano gli ineluttabili processi geologici di un continente ancora inesplorato o l’espansione di sconosciute galassie prossime al collasso. Il grigio della cenere quando la forza di gravità o un cambiamento di umidità fanno franare le polveri verso il basso lascia trapelare le preziose venature e i bagliori pulviscolari dei volatili pigmenti che ne rigenerano l’anima. Bisogna soffiare dolcemente sulla cenere affinché la fine si trasformi in un nuovo inizio e la brace ricominci a sprigionare il suo calore mentre il tempo in assenza di forzature esterne ritrova la propria autentica misura nell’armonia dell’ozio e della meditazione. Ancora una volta la Terra e il Cielo si uniscono per dare forma allo scorrere del tempo trasformando la sua durata nel peso di una materia sottile e mutevole destinata ad un eterno ciclo di rinascite e distruzioni. Se le immagini che appaiono dietro al vetro sono destinate a consumarsi in una lenta erosione e precipitazione, i loro resti daranno vita ad altre visioni che tramanderanno nella loro memoria materica il ricordo e l’impressione delle precedenti aggregazioni. Nei suoi congegni a polvere l’artista ribalta la metafora della clessidra che nelle Vanitas allude alla brevità del tempo concesso a ciascuno dimostrando come l’irreversibile consunzione di ciascuna immagine sia il necessario presupposto di una nuova epifania e di un’ulteriore acquisizione di senso. Memento vivere! Sembrano quindi ammonire i quadri di Sophie Ko in una potente dichiarazione d’intenti che ribadisce l’importanza e la vitalità del processo artistico come inesauribile fonte di stupore e consapevolezza. Se i resti incombusti delle immagini bruciate ne rigenerano il potenziale figurativo conservandone intatta l’aura e riconducono le manifestazioni artistiche del passato alla loro indifferenziata matrice originaria, anche le strutture di vetro che contengono le polveri sono tutt’altro che inerti. Le sagome delle teche infatti variano da semplici rettangoli e quadrati che richiamano l’irruzione del minimalismo e dell’astrazione nella storia delle forme a più complessi poligoni irregolari che in qualche modo ne incarnano lo stemperarsi del rigore verso un ritorno della figurazione. Così le gradazioni cromatiche in campo rettangolare del polittico intitolato Geografie Temporali riprendono le sofisticate indagini sul colore puro di certa pittura concettuale, il quadrato di L’uomo accende a se stesso una luce nella notte dialoga con un’austera cornice novecentesca, mentre i candidi Atlanti si slanciano verso l’alto come acuminate scogliere siderali di stampo romantico o espressionistico. Anche qui i rimandi affiorano spontaneamente senza voler essere citazione o dissertazione e l’inedita duttilità della loro presenza discreta si amalgama con i depositi artistici che riposano nell’apparente quiete delle ceneri. Multipli e unici allo stesso tempo, i quadri di Sophie Ko si rivelano come mitologici luoghi di gestazione e conciliazione di ataviche tensioni e differenze: friabile/rigido, trasparente/opaco, pittura/scultura, antico/contemporaneo, astrazione/figurazione, intero/frammentato, modulare/corpuscolare e altre categorie oppositive cessano di contrastarsi per convergere in un campo d’azione unitario.

Info:

Sophie Ko. Terra.
a cura di Federico Ferrari
Galleria de’ Foscherari
Via Castiglione 2 Bologna

Dayanita Singh. Museum of Machines.

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La Fondazione MAST presenta la prima personale italiana di Dayanita Singh, fotografa indiana protagonista della scena artistica internazionale che dagli anni Novanta esplora le potenzialità relazionali e allusive dell’immagine e le nuove modalità di fruizione visiva che scaturiscono dalla composizione di sequenze espositive o editoriali. Dopo gli esordi improntati ai canoni del fotogiornalismo e della saggistica, l’artista si è progressivamente allontanata dall’intento di documentare e descrivere tradizionalmente attribuito alla fotografia di impronta realistica per dissolverne le convenzionali certezze in un intreccio di poetiche suggestioni che rivelano come il suo campo d’azione possa essere aperto e sconfinato. Disdegnando il significante e la preminenza del momento decisivo per esaltare gli indizi latenti e l’intrinseca polisemia della realtà, Singh costruisce i suoi scatti come enigmi introversi che eludono ogni precisa coordinata di tempo e luogo per sollecitare l’intima adesione dello spettatore e le sue sovrapposizioni logiche ed emozionali.

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L’intero corpus fotografico originale dell’artista, inesauribile matrice a cui attinge per la creazione di libri tematici realizzati in collaborazione con l’editore Steidl,  è custodito ed esposto in strutture lignee modulari composte da tavoli, panche, paraventi e contenitori segreti liberamente combinabili che nel loro insieme costituiscono il Museum Bhavan, una collezione di immagini-oggetto che si accresce con il progredire del lavoro. L’impaginazione cartacea e scultorea diventa quindi un’interfaccia strutturale e concettuale che materializza il valore del montaggio come operazione artistica  in cui la giustapposizione/collisione di rappresentazioni apparentemente oggettive crea un infinito flusso narrativo ed emozionale. Proprio i livelli impliciti in ciascuno scatto, enfatizzati e svelati dalle sequenze di volta in volta proposte, fanno emergere insospettabili legami tra fotografie realizzate in tempi e luoghi differenti dando origine ad un’ulteriore proliferazione di “musei” che individuano particolari tematiche e assonanze formali all’interno del macroinsieme che le accoglie. Nascono a questo modo anche le serie Museum of Machines (recente acquisizione della Collezione MAST), Museum of Industrial Kitchen, Office Museum, Museum of Printing Machines, Museum of Men e File Museum presenti in mostra che raccontano i luoghi della vita e della produzione cogliendone l’essenza evocativa e onirica come organica costellazione di ossessioni silenziose.Il percorso espositivo inizia con gli scatti di Blue Book, una raccolta di fotografie virate al blu a causa di un iniziale errore di sviluppo della pellicola diventato poi cifra distintiva della serie che ritrae i grandi complessi industriali dell’India moderna in un’atmosfera soffusa e irreale. L’assenza di riferimenti precisi nonostante il rigore dei dettagli e l’evocazione della presenza umana solo attraverso le tracce dell’utilizzo dei vari oggetti stempera l’ostilità del paesaggio in una lussureggiante elegia dell’abbandono e della solitudine.

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Gli impianti tecnici e funzionali all’interno degli stessi capannoni sono analizzati singolarmente in Museum of Machines e Museum of Industrial Kitchen, serie composte da scatti di piccolo formato che l’artista presenta in griglie modulari eredi della fotografia tipologica di Bernd e Hilla Becher. Se i coniugi tedeschi scansionavano e classificavano il reale epurandolo dalle contingenze per restituirlo in una forma esatta e definitiva, Singh sembra voler fingere un analogo approccio impersonale per poi esplicitare nella ripetizione differente dei suoi modelli le intriganti variazioni di tono, luce e texture che rivelano la coinvolgente fisicità dei macchinari. Attraverso il suo sguardo anonime apparecchiature diventano sculture ed entità dotate di personalità autonome, possono essere i presupposti di misteriose storie sepolte nella memoria o ancora racchiuse in potenza nell’ingombrante laboriosità dei loro ingranaggi, sono in grado di instaurare rapporti simbiotici ed empatici con gli operai che ne presiedono il funzionamento.
Le sequenze verticali e orizzontali di lettura suggerite dalle strutture espositive predisposte dall’artista accorpano le immagini per temperamento e carattere in un’esponenziale proliferazione di analogie e contrasti che giocano con l’inarrestabile dispiegarsi di possibilità che increspano la superficie delle cose rendendo uniche anche le sue emergenze più banali.

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Il presupposto concettuale e poetico su cui si fonda il lavoro di Dayanita Singh è ancora più evidente nella serie File Museum dedicata alla documentazione degli archivi indiani dove armadi, sacchi e scaffali pieni di libri e cartelle saturano lo spazio con il peso e la permanenza di segreti che il tempo renderà sempre più indecifrabili. Cresciuti su se stessi come creature organiche non troppo dissimili dalla muffa che talvolta si scorge sulle pareti come silenziosa minaccia all’integrità dei documenti, questi labirinti organizzati secondo le logiche soggettive di ciascun custode materializzano la lotta tra ordine e caos che il fotografo deve affrontare per individuare un’immagine in una porzione di realtà e la casualità che in fondo presiede la sua attribuzione di senso. Celebrazione della carta nell’età dell’informazione digitale, File Museum è forse la serie più rappresentativa della fascinazione dell’artista per la vita intesa come inestricabile agglomerato di esperienze e per le inspiegabili ricorrenze che assimilano storie e destini originariamente a se stanti.

Info:

Dayanita Singh. Museum of Machines.
a cura di Urs Stahel
12 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017
MAST
Via Speranza 42, Bologna

Sebastiano Sofia. Ariel

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La poetica di molti artisti contemporanei trova la sua principale fonte d’ispirazione nelle sorprendenti analogie tra le metamorfosi della materia artificiale e le naturali trasformazioni delle sostanze organiche mentre la costante oscillazione tra l’universo biologico e quello sintetico, forse il più rilevante prodotto tecnologico e intellettuale della nostra epoca, è diventata un consolidato modello di processo creativo anche nel campo delle arti visive. A partire dagli anni ’90, quando Matthew Barney nel ciclo Cremaster celebrava l’inconscio della cultura americana in un trionfo di gelatina e vaselina con una spettacolare epopea del desiderio e della sessualità, le schiume poliuretaniche, il lattice, le resine e ogni altra emulsione postmoderna si sono imposte come imprescindibili strumenti artistici inducendo nuovi canoni estetici e inedite modalità di realizzazione dell’opera. Questi materiali malleabili ed espandibili quando solidificano creano forme resistenti che sembrano cristallizzare una condizione temporanea dell’essere esplicitando al tempo stesso la sua vocazione all’indeterminazione e le delicate strutture che compongono ingannano lo sguardo e il tatto con misteriose allusioni biologiche. I nuovi media, veicoli di una pratica artistica che si allea con la chimica e con la produzione industriale, acquisiscono sempre più autonomia nella genesi dell’opera e diventano inquietante metafora dell’imprevedibilità delle più sofisticate sperimentazioni genetiche e tecnologiche che l’uomo innesca senza essere in grado di controllarne appieno gli esiti e le conseguenze a lungo termine.

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A queste suggestioni si riallaccia anche il lavoro del giovane artista veneto Sebastiano Sofia che manifesta le potenzialità espressive e allusive della materia scultorea intesa come teatro di una continua trasformazione in cui si realizza una vasta gamma di possibilità di ibridazione e complementarità tra artificio e natura. Le sue opere accorpano elementi naturali allo stato grezzo (rami o pietre minerali) o modificati dall’intervento dell’uomo e dall’usura (travi lignee da costruzione o frammenti di vetro arrotondati dalla permanenza in mare), sostanze sintetiche (cemento, resina e gesso) e oggetti di scarto (camere d’aria, aste d’acciaio o frammenti di plastica).  Ogni composizione si presenta come se fosse il risultato provvisorio di un processo di osmosi ancora in atto in cui l’artista riveste il duplice ruolo di  tramite tra mondi inizialmente separati e di testimone del risultato della loro collisione/fusione. Gli elementi scultorei derivati da questi incontri impropri sembrano infatti progressivamente perdere la loro identità oggettuale per trasformarsi in strane creature che si muovono e respirano in uno spazio-tempo differente dal nostro ma altrettanto vitale. La loro esibita lentezza mette in dubbio la supposta immobilità dell’oggetto inanimato per evocare uno stato embrionale dell’essere in cui suggestioni organiche reali e finzionali si mescolano nella medesima sospensione emotiva. Diventano labili i parametri di qualificazione delle cose e le più comuni coppie oppositive si confondono l’una nell’altra: se il gesso e lo stucco rivestono la sommità di una trave di legno con lussureggianti fioriture non si è più sicuri dell’obiettività di concetti consolidati come rigidità, mollezza, fragilità, resistenza, pienezza o cavità. Se il lattice imita la texture squamosa di un essere incerto tra il rettile e la sirena e i suoi colori sgargianti fanno pensare alla verniciatura industriale o all’iridescenza di qualche pesce mitologico, le pieghe carnose in cui dispiega la propria esistenza solitaria potrebbero essere le protuberanze di una pianta tropicale come l’ultimo sussulto esistenziale di una pelle appena conciata.

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In queste alchimie materiche nessun corpo è inerte come forse non lo è nemmeno la più intima struttura molecolare dei suoi elementi costitutivi considerati singolarmente e il desiderio sprigionato dal loro amplesso diviene metafora della ricerca della platonica completezza che da sempre è una delle più coinvolgenti ragioni della creazione artistica. Sofia dichiara la matrice mitologica e psicanalitica della sua creativa ingegneria genetica nei titoli di alcune opere come La Sindrome di Salmace e Ariel che, rievocando la fonte letteraria di riferimento, ne fanno trapelare anche il doloroso anelito ad un impossibile stato di quiete.
La stessa tensione si rileva nel rapporto che le sculture intrattengono con lo spazio che le circonda: oblique, scivolose, acquattate, mimetiche, talvolta colpevolmente sgargianti si reggono tramite strutture vulnerabili che sembrano prefigurarne l’imminente collasso e le successive aggregazioni e lacerazioni che deriverebbero dalla loro traumatica scomposizione. In sintonia con l’instabilità forzata delle sculture di Paolo Icaro e con l’improduttività dei macchinari onanistici di Arcangelo Sassolino, le creature di Sofia sono animate da un’imperturbabile tenacia che le aggrappa al muro o al pavimento con lo stesso fatalismo di una ferita insanabile. La loro installazione d’insieme inoltre evoca la pervasiva ubiquità dell’artificio nel paesaggio contemporaneo e richiama alla mente l’inestricabile intreccio di natura e detriti umani che caratterizza anche i luoghi  più selvaggi e disabitati di un mondo saturato dagli effetti della produzione di massa. Senza alcuna retorica, Sofia sembra prendere atto dell’ambiguità del presente e portarne alle estreme conseguenze le intrinseche contraddizioni per esaltare l’adulterata bellezza della nostra epoca e provare a immaginare le sue future trasmutazioni in una visionaria transustanziazione artistica.

Info:

Sebastiano Sofia. Ariel
24 settembre – 5 novembre 2016
CAR DRDE
Via Azzo Gardino 14/a, Bologna