Kader Attia. Sacrifice and Harmony.

“Scars have the strange power to remind us that our past is real.”
Cormac McCarthy (All the Pretty Horses, 1992)

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  Il Museum für Moderne Kunst di Francoforte ha recentemente dedicato un’ampia retrospettiva a Kader Attia, artista franco-algerino che con il suo lavoro indaga il complesso multiculturalismo della nostra contemporaneità globalizzata come conseguenza dell’impatto del colonialismo e del capitalismo occidentale sulle culture tradizionali del Medio Oriente  e del Nord Africa. L’epoca post moderna, governata dalla paura del diverso che accomuna le cosiddette democrazie occidentali al terrorismo di matrice islamica, è attraversata da laceranti conflitti in cui il potere di volta in volta dominante utilizza la cancellazione della memoria come arma di oppressione ideologica. Eticamente impegnato nel restituire all’arte un ruolo di critica radicale e di indagine epistemologica, Attia rivisita le strategie concettualiste per scardinare i consolidati luoghi comuni che sanciscono cosa sia ufficialmente visibile, dicibile o pensabile.  La sua poetica individua relazioni e analogie tra culture arabo-africane e franco-europee per riattivare nello spettatore l’intuizione dell’arbitrarietà delle nozioni di razza, classe ed etnia su cui si fondano le pratiche di esclusione e gerarchia che sostengono le logiche di governabilità di matrice colonialista.

Attia_Kader_Intifada.The_Endless_Rhizomes_of_Revolution_2016a

La ricerca di Attia è incentrata sul concetto di riparazione che, applicato a diversi ambiti del sapere come arte, scienza e filosofia, diventa metafora di sopravvivenza e denominatore comune di ogni sistema di vita e di pensiero al di là delle sue possibili e apparentemente contrastanti declinazioni culturali. La grande installazione The Repair from Occidental to Extra Occidental Cultures (2012) presentata a dOCUMENTA (13) espone quest’intuizione in forma paradigmatica mettendo a confronto ritratti fotografici dei sopravvissuti alla Prima Guerra Mondiale con manufatti artigianali provenienti da ex colonie africane riparati con processi e materiali di fortuna. Lo spiazzante accostamento di volti mutilati impropriamente ricostruiti da disperati tentativi di chirurgia d’emergenza con gli altrettanto inquietanti feticci di bricolage neotribale rende visibili e criticamente intellegibili le innegabili somiglianze morfogenetiche che postulano una fitta rete di interdipendenze tra i rapporti di forza che regolano il presente globale e i retaggi del passato imperiale. Se l’Occidente è ossessionato dalla sparizione delle cicatrici in nome di un’innaturale modernità purificatrice, le civiltà tribali celebravano le ferite e le loro tracce permanenti come marchio di appartenenza a un gruppo o come segno di futura immunità. L’analogia tra i volti sfigurati dei soldati con le maschere tradizionali africane affronta la questione della bellezza come consapevolezza del fatto che siamo tutti uguali proprio perché siamo diversi riscoprendo un sotterraneo legame di continuità che ci connette alle più antiche epoche dell’umanità.

Attia_Kader_Los_de_Arriba_y_Los_de_Abajo_2015a

La mostra di Francoforte approfondisce i concetti di riappropriazione e riparazione introducendo la tematica dei sacrifici rituali intesi come strumento politico di paura stravolgendo la loro originaria funzione di azione riparatrice dell’ordine universale. Così l’installazione Intifada: The Endless Rhizomes of Revolution (2016), un campo costellato da cumuli di pietre da cui nascono funerei arbusti costituiti dall’assemblaggio di rudimentali fionde, assimila suggestioni dell’iconografia biblica dell’albero della vita alle desolanti conseguenze di un’estremizzazione ideologica in cui la religione è fragile pretesto di sopruso.
Anche l’architettura ha una forte connotazione politica e simbolica dissimulata dall’apparente razionalizzazione delle funzioni abitative: in Los de arriba y los de abajo (2015) Attia ricostruisce un segmento di strada del vecchio centro storico di Hebron dove i negozianti palestinesi proteggono con grate metalliche le loro botteghe dalla spazzatura che gli Ebrei lanciano dai piani superiori in cui abitano. L’installazione, metafora di divisione sociale in situazioni di conflitto prolungato, è completata da una selezione di libri e documenti che individuano le più comuni tipologie di architetture costrittive in differenti culture e periodi storici – carceri, manicomi, campi profughi o di concentramento-, evidenziando come l’imposizione di limitazioni abitative sia un modo per controllare la dignità di un individuo o di un gruppo sociale relegandolo in una posizione di distanza. Se l’esclusione e il conflitto sono frutto di interessi politici ed economici che temono l’imprevedibilità di ogni possibile sconfinamento culturale, il lavoro di Attia procede per connessioni, intuizioni e ibridazioni che suggeriscono come proprio le differenze tengano assieme l’inestricabile tessuto di un mondo in cui l’identità del singolo si attua nel riconoscimento delle proprie radici e nel rapporto con l’alterità. In J’Accuse (2016) ad esempio i volti sfigurati dei soldati apparsi a dOCUMENTA diventano modelli per una serie di busti scultorei in legno realizzati dall’artista in collaborazione con alcuni artigiani intagliatori senegalesi: il sacrificio della loro integrità fisica per ristabilire l’ordine nella patria di cui erano al servizio diventò motivo di emarginazione spingendoli alla malattia mentale e persino al suicidio perché i loro connotati stravolti erano esteticamente inaccettabili in una società devota all’integrità della forma. Allo stesso tempo la deformazione rende il loro corpo un luogo di riemersione di antichi rituali e maschere tribali che l’Occidente si è sempre sforzato di cancellare e un possibile veicolo di reciproca comprensione nella comune esperienza del dolore fisico.

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L’audace presupposto che anima la produzione artistica di Kadier Attia è che la riparazione, piuttosto che il progresso o l’evoluzione, sia il motore dello sviluppo storico: se per Darwin la comparsa di una lesione in un essere vivente poteva comportarne la scomparsa o l’evoluzione in una nuova specie che incorporasse il guasto e il suo rimedio, l’intero universo si regge su un infinito processo di riparazione che coinvolge anche l’uomo nel continuo sforzo di adattarsi a se stesso ed ai suoi simili. L’opera che forse meglio rappresenta la sua metafisica dell’esistenza è Chaos + Repair = Universe  (2014), un globo formato da frammenti di specchio tenuti assieme da evidenti suture di rame che lasciano intravedere l’interno riflettente dell’oggetto. L’esistenza e la specificità di ciascuno degli irregolari tasselli che compongono la palla è assicurata e valorizzata dagli altri e l’imperfetto combaciare dei loro margini, segno della precedente violenta rottura, diventa arricchimento nel nuovo pattern decorativo delle cuciture metalliche e inedita apertura prospettica nel rendere visibile l’altrimenti segreto luccichio dell’interno.