Ceramica, latte, macchine e logistica. Fotografie dell’Emilia Romagna al lavoro.

3. Gabriele Basilico_British American Tobacco

In sinergia con il Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, incentrato quest’anno su una rappresentazione del paesaggio che trova nella strada il proprio filo conduttore, la Fondazione MAST rende omaggio alla via Emilia con una collettiva di fotografi internazionali che con i loro scatti analizzano e interpretano la principale arteria viaria della regione e il territorio che si snoda lungo il suo percorso. Fulcro di un’area metropolitana densamente popolata che si estende da Bologna a Parma, si è sviluppata  sulla scia delle radicali modifiche nel modo di lavorare e di vivere che il dinamismo economico del dopoguerra ha apportato. Le unità abitative e gli stabilimenti industriali sorti in quel periodo si sono amalgamati con un panorama che ha il suo tratto distintivo principale nella continuità della linea che separa la pianura dal cielo, a volte offuscata dalla nebbia esalata dalla fitta rete di fiumi e canali che attraversano la campagna. La rivoluzione industriale del XXI secolo, che ha sostituito le vecchie  strutture produttive con impianti altamente tecnologici funzionali  alle nuove esigenze del terziario avanzato, dei commerci, della tecnica e dell’accelerazione, ha recentemente messo in crisi un sistema socio economico che aveva trovato il proprio equilibrio nella collaborazione, nella piccola impresa e nella proprietà cooperativa. Teatro e testimonianza di questi cambiamenti epocali è proprio il paesaggio in cui oggi convivono i retaggi della tradizione, i reperti dell’abbandono e le infrastrutture di un progresso che sembra sempre più refrattario alla presenza umana.  I fotografi coinvolti in questa mostra esplorano i nuovi valori visivi generati da questa trasformazione componendo una sorta di inventario di immagini contrapposte che analizzano la situazione attuale nella sua doppia valenza di intermezzo d’attesa delle ulteriori trasmutazioni annunciate dall’era digitale e di bilancio dell’esistente.

17. Fondo Minganti_Smeragliatrice

La rassegna si apre con il Ritratto d’operaio del neorealista Enrico Pasquali: il suo sguardo fiero rivolto verso l’alto esprime la fiducia nella dignità nobilitante del lavoro e nelle promesse di prosperità che animavano il boom economico degli anni ’50. Quest’immagine emblematica è accompagnata da una serie di foto anonime tratte dal catalogo delle Officine Minganti che illustra alcune delle macchine utensili prodotte dall’azienda. L’impostazione classica della fotografia in bianco e nero che non concede nulla al superfluo risulta oggi nostalgica attestazione di un’affidabilità che si poteva fisicamente valutare in termini di solidità e durata e che non aveva bisogno di espedienti comunicativi improntati alla seduzione per essere convincente. Fu un periodo di breve durata, come dimostrano gli scatti di Gabriele Basilico che documentano le macchine confezionatrici dismesse di uno stabilimento in fase di smantellamento e riconversione a Bologna accentuandone l’immobilità e l’ingombrante obsolescenza.

15. Carlo Valsecchi_# 0767 Cesena, Forli 2012

Nell’immaginario contemporaneo una struttura resistente e solida è forse più associata a idee di lentezza e fatica più che di efficienza e versatilità; per questo motivo gli scatti con cui Carlo Valsecchi monumentalizza i più tecnologici stabilimenti industriali di tutto il mondo ne accentuano la componente futuristica con un’elaborazione formale e cromatica  che tende all’astrazione del dato reale. Anche Paola de Pietri fotografa i modernissimi impianti di produzione ceramica di Sassuolo come immacolati congegni in cui l’antica alchimia della trasformazione delle polveri nella preziosa pasta invetriata sembra avvenire in modo autosufficiente. Se le fabbriche e le campagne appaiono deserte perché la manodopera umana è stata sostituita da instancabili macchinari automatici oppure decentrata nei Paesi in via di sviluppo a scapito dei diritti dei lavoratori, negli scatti di Olivo Barbieri gli esseri umani che affollano i centri commerciali diventano anonimi ingranaggi indispensabili al funzionamento della grande distribuzione organizzata.

11. Walter Niedermayr_serie TAV, Viadotto Modena, 2004

Walter Niedermayr e Bas Princen documentano la costruzione delle infrastrutture della TAV come violenta cancellazione di un paesaggio che non potrà più recuperare la propria integrità: il collegamento veloce elimina ogni tappa intermedia che non sia strettamente funzionale all’ottimizzazione delle risorse e diventa irreparabile interruzione dei ritmi naturali di un territorio dove una cadenzata lentezza assicurava la qualità della produzione e il benessere degli abitanti. Questo sistema sociale non sembra oggi più praticabile, come dimostrano i reportage di William Guerrieri che indagano l’identità storica del villaggio artigiano di Modena ovest attraverso scatti personali e d’archivio da cui emerge come l’abbandono dei luoghi sia conseguenza e presupposto della loro perdita di senso.  A volte l’immagine può essere delicato tentativo di riconciliazione tra le sedimentazioni culturali del passato e la problematicità del presente: le immagini di Marco Zanta descrivono il Delta del Po con scorci di paesaggi minimali e ritratti di compaesani che sussurrano tra loro sospendendo il tempo in un limbo in cui convivono la sotterranea vitalità della tradizione e l’eco dell’inesorabile cambiamento.

14. Franco Vaccari_La via Emilia è un aeroporto, 2000 ( stil da video), #7

A ideale raccordo di tutti questi differenti punti di vista fotografici, estetici e concettuali il video di Franco Vaccari La via Emilia è un aeroporto (2000) racconta il transito di persone, mezzi e merci lungo la grande arteria stradale soffermandosi anche sul suo aspetto notturno. Il continuo scorrere di veicoli  che lambisce la monotonia di capannoni industriali, hotel a poco prezzo e abitazioni popolari trova il suo inaspettato contrappunto umano nel dialogo che l’artista instaura con alcune famiglie extracomunitarie residenti in zona o con le prostitute che lì esercitano la loro antica professione.

Info:

Ceramica, latte, macchine e logistica. Fotografie dell’Emilia Romagna al lavoro.
a cura di Urs Stahel
4 maggio – 11 settembre 2016
MAST
Via Speranza 42, Bologna
martedì – domenica 10.00 – 19.00
Ingresso gratuito

 

Annunci

Manifesta 11. What people do for money: Some Joint Ventures.

Christian Jankowski__bearbeitet

La scorsa settimana si è inaugurata a Zurigo l’undicesima edizione di Manifesta, biennale europea itinerante che ogni due anni cambia sede per indagare la situazione artistica internazionale in relazione a piattaforme geopolitiche sempre differenti. Per la prima volta la curatela è stata assegnata ad un artista, il tedesco Chistian Jankowski, che ha sviluppato il concept dell’evento individuando nella centralità dell’aspetto finanziario la caratteristica dominante di una nazione storicamente permeata di etica protestante che nel corso dell’ultimo secolo è diventata un polo d’attrazione per il capitalismo globale. La nostra contemporaneità è attraversata da radicali cambiamenti nelle modalità di produzione, consumo e comunicazione interpersonale come conseguenza di nuove tecnologie che hanno incrementato in modo esponenziale i sistemi produttivi mettendo in discussione gli equilibri precedentemente raggiunti e facendo emergere un nuovo antagonismo tra risorse umane e artificiali. Il lavoro, percepito come uno degli elementi cardine della costruzione dell’identità dell’individuo e delle sue possibilità relazionali, impronta di sé le aspettative e le proiezioni del singolo per il futuro collegando più o meno consciamente  la sua vita privata agli esiti di una macroeconomia mondiale governata da dinamiche sempre più sfuggenti.
L’interesse di Jankowski per le implicazioni semantiche di questa sfaccettata tematica ha radici nella sua produzione artistica, da sempre incentrata sull’interrogazione degli stereotipi culturali e consumistici e sull’ironica forzatura dei confini tra realtà e finzione. Nei suoi eventi performativi ha spesso collaborato con altri soggetti professionali – maghi, teologi, terapisti, funzionari e dirigenti o operatori del mondo dell’arte – chiamandoli ad assumersi la responsabilità creativa della rielaborazione di situazioni contingenti  connesse al loro ruolo, trasformando in opera lo stesso processo partecipativo e il tempo del suo svolgimento.

Pavillon of Reflections

In linea con questi presupposti What people do for money nasce come esperimento collettivo in cui 30 artisti internazionali sono stati invitati a confrontarsi con altrettanti esponenti di diverse categorie professionali rappresentate a Zurigo, scegliendo ciascuno un “ospite” con cui dialogare per elaborare un’installazione site specific. Gli esiti di questa inusuale collaborazione sono esposti in due musei, Löwenbräukunst e Helmhaus, e in 30 Satelliti disseminati nella città che coincidono con i luoghi di lavoro dei cittadini coinvolti, mentre nel Pavillon of Reflections, struttura galleggiante sulle acque del lago, ogni sera vengono proiettati filmati che documentano l’interazione artista-lavoratore e la genesi di ogni progetto. Il risultato è un’esibizione performativa in cui la città-laboratorio sperimenta le proprie dinamiche interne aprendosi ai procedimenti destabilizzanti e obliqui dell’approccio artistico, mentre l’arte verifica nuove modalità di intersezione con gli aspetti più codificati della quotidianità riflettendo al tempo stesso sulla propria funzione di reagente culturale in relazione al sistema economico di cui è parte.
Con tali premesse, aperte all’imprevedibilità e ad ogni rischio di fraintendimento, errore e incomunicabilità a cui può dar adito l’ossimorica combinazione di una libertà creativa  assoluta con un rigoroso format di partenza, le 30 anomale joint ventures attivate a Zurigo hanno prodotto esiti molto differenti tra loro dal punto di vista concettuale e linguistico.

Cattelan

Si passa quindi da allestimenti altamente scenografici, come quello di Santiago Serra che ha protetto Helmhaus con strutture difensive come se la città fosse in assetto di guerra o di Evgeny Antufiev che ha installato una grande falena nell’abside di una cappella protestante a interventi più rarefatti come quello di Ceal Floyer che prevede la sovrapposizione sonora di un testo tradotto simultaneamente in due diverse lingue o come le riflessioni letterarie sul significato dell’esistenza stampate sulle finestre della sala d’attesa dell’ospedale universitario da Jiří Thŷn.  Il video diventa fiction colta nell’ironico approccio di Marco Schmitt che propone un remake de El ángel exterminador di Buñuel ambientato nella centrale di polizia locale, mockumentary nel filmato di Carles Congost recitato dai pompieri del Fire Department o testimonianza impegnata nel contributo di Teresa Margolles che denuncia le violenze subite dalle prostitute trans gender di Ciudad Juárez. La figurazione assume tratti concettuali nei ritratti di hostess dipinti da Yin Xunzhi secondo gli stereotipi stilistici della pittura occidentale, mentre le surreali immagini fotografiche di Rødland Torbjørn caricano di valenze oniriche gli impianti dentali realizzati dal suo ospite. In alcuni casi l’apporto dell’artista è un suggerimento performativo che il suo partner professionale è invitato ad attuare, come la divisa pseudo funzionalista disegnata da Franz Erhard Walther che sarà indossata per tutta la durata di Manifesta dai dipendenti di un lussuoso albergo o come i menu scaturiti dalla collaborazione tra John Arnold e un giovane chef che coniugano le ricette di pranzi ufficiali storici con il cibo take away di alcuni ristoranti etnici.

Margolles

Non sono mancate proposte sensazionali come l’idea di Maurizio Cattelan di far camminare sulle acque una nota atleta paraolimpica svizzera a bordo di una speciale sedia a rotelle progettata ad hoc o come la provocatoria ostensione al Löwenbräukunst di escrementi umani prelevati dalla rete fognaria di Zurigo e pressati in cubi minimalisti nell’installazione di Mike Bouchet.
La sfida sottesa ai lavori commissionati per la biennale risiede nella costrizione-necessità di conciliare l’ispirazione, di per sé volatile e insofferente ai limiti, con l’inevitabile ingerenza di una contestualizzazione sovraimposta preservando le necessità interne dell’opera nel suo rapporto dialettico con la doppia destinazione espositiva nel museo e nel satellite. Ogni artista instaura diversi livelli di intimità con un professionista e con le logiche della sua quotidiana attività e la frizione tra questi due differenti sistemi di approccio al mondo si incarna in elaborati ibridi che testimoniano una vasta gamma di pulsioni in cui si alternano fascinazione, criticismo, tentazioni di autoreferenzialità, empatia, tensione e demistificazione.

Zürich load by Mike Bouchet @ Manifesta 2016

Photography by Camilo Brau, 2016

Le multiformi ipotesi di senso sprigionate da questo grande esperimento di perdita di controllo istituzionalizzata emergono come continua e provvisoria negoziazione tra ciò che sembra evidente e un inestricabile groviglio di contraddizioni, intuizioni e stereotipi. Spetterà al visitatore il compito di interagire con queste proposte per ricollocarne gli spunti nel proprio orizzonte emozionale e cognitivo impegnandosi ad accogliere eventuali aporie e divergenze in un processo di significazione che risulta efficace solo se accetta di essere indipendente e soggettivo.

LOCALEDUE: un piccolo contenitore anarchico di arte espansa a Bologna

Roberto Fassone

Nel cuore della Manifattura delle Arti di Bologna è attivo uno spazio indipendente e autofinanziato fondato nel 2013 da Fabio Farnè con l’intento di promuovere e diffondere le pratiche creative contemporanee con particolare attenzione al lavoro di artisti e curatori emergenti. Gli autori coinvolti, liberi di proporre qualsiasi tipo di progetto senza alcun vincolo espressivo, sono incoraggiati ad adottare un approccio sperimentale aperto anche al rischio e all’errore per esplorare tutte le potenzialità di un luogo che si dichiara estraneo alle logiche commerciali del sistema dell’arte. A marzo 2015 la direzione artistica di LOCALEDUE è stata affidata per un anno al giovane curatore Gabriele Tosi che si è preposto l’obiettivo di rafforzare la valenza multimediale e anarchica dello spazio espositivo formalizzandone al tempo stesso alcune dinamiche per poter offrire al pubblico una programmazione più organica e consapevole. Si è a questo modo precisata la spontanea vocazione alla versatilità e allo scambio di un luogo che esprime la sua più profonda ragion d’essere in un cambiamento continuo scandito da una tempistica serrata che deriva dalle necessità interne di ciascun progetto. Il filo conduttore delle proposte che si sono avvicendate nei 18 mq della galleria è costituito dall’attraversamento di pratiche artistiche eterogenee accomunate dall’intento di forzare i limiti fisici e ideali di ciascuna disciplina espressiva e dello spazio destinato ad accoglierne gli esiti.

Così la fotografia di Niccolò Morgan Gandolfi documentava porzioni di natura ricreando all’aperto le condizioni di uno studio indoor per equiparare l’esperienza del paesaggio alla sua assimilazione come reperto fotografico mentre le sculture di Fabrizio Perghem erano visualizzabili solo mediante suggerimenti orali percepibili come sussurro anonimo attraverso le pareti della galleria. Il collettivo Romeo Rameo trasformava il locale in teatro di un perenne tramonto con la proiezione in diretta di immagini scaricate da internet che mostravano l’avanzare del crepuscolo intorno al globo nell’arco di 24 ore mentre Cuoghi Corsello ricreavano una stalla in cui un performer pastore accudiva ingenui quadrupedi postmoderni ricavati dall’assemblaggio di oggetti riciclati. In The Real Job LOCALEDUE diventava laboratorio di discussione e autocoscienza per una comunità di artisti, curatori e critici invitati a mettere a nudo le dinamiche di sopravvivenza di un mestiere spesso non riconosciuto come tale in una società improntata a logiche utilitaristiche. Questi sono alcuni esempi del fitto programma di mostre e iniziative orchestrate nell’arco di un anno da Gabriele Tosi che prima di passare il testimone ha raccontato la sua esperienza curatoriale in un catalogo edito da Baraldi.

La pubblicazione documenta l’evoluzione dell’identità di LOCALEDUE come luogo d’incontro di una scena artistica variegata difficilmente compresente in altre realtà e come contenitore-laboratorio di una produzione creativa che interagisce con la contemporaneità cogliendone gli aspetti più frammentari e trasversali con procedimenti analitici, associazioni improprie e intuizioni oblique. Quest’eredità sarà raccolta e implementata dai direttori artistici selezionati tramite bando per il 2016/2017: il duo Marzocchi-Pajé articolerà una serie di mostre personali di giovani artisti non residenti a Bologna valorizzandone l’individualità creativa e organizzativa, il collettivo Preliminary Group si concentrerà sullo sviluppo di sperimentazioni ibride di produzione e diffusione culturale, mentre le due curatrici indipendenti Giulia Morucchio e Irene Rossini indagheranno la contemporaneità artistica con mostre, lectures, performances, live set e conversazioni all’insegna della contaminazione.

La nuova stagione si è inaugurata il 14 maggio con la personale di Roberto Fassone Sono proprio un coglione a fare la performance a Bologna, che ci vive tuo fratello: un’irriverente installazione sonora ripercorre il quotidiano diario di maleducazione e frustrazione redatto dall’artista che per due mesi si è imposto di mettere per iscritto ogni maldicenza che gli veniva in mente evitando di esprimerla. Il protrarsi di quest’esercizio costrittivo fa emergere una polifonica antologia del fastidio in cui famosi esponenti politici o dell’art system sono equiparati, per il superficiale disprezzo che ispirano, ad anonimi amici o vicini di casa.  L’ironico livellamento gerarchico e la goliardica creatività delle interiezioni censurate assumono il valore di una lucida strategia critica che ostenta spudoratezza per scongiurare l’infingimento.

La rassegna proseguirà dal 10 giugno con l’evento BAZZAR che trasformerà LOCALEDUE in un negozio di oggetti artistici accompagnati da una scheda tecnica con informazioni sui costi e i tempi di realizzazione. Nel week end di apertura il pubblico sarà invitato a stabilire il giusto prezzo di vendita con cui saranno resi acquistabili on line stimolando una riflessione sulle dinamiche commerciali che condizionano la percezione e la fruizione delle opere d’arte contemporanea, una tipologia di beni apparentemente votati all’indeterminabilità che nelle sfere sociali più alte sono il cardine di esponenziali speculazioni economiche.

 

Info:

LOCALEDUE

Via Azzo Gardino 12/C Bologna

Iulia Gabriela Toma & Claudiu Cobilanschi. Buongiorno, Varvara Stepanova

07Nella Russia degli anni ‘20 l’arte astratta promossa dal movimento costruttivista era concepita come campo d’azione e verifica d’idee progettuali che nascevano dal sogno di una società egualitaria fondata sul rispetto dei lavoratori al di là delle divisioni di classe.  Rifiutando l’accezione spirituale di Kazimir Malevič e la sacralità dell’opera intesa come entità irripetibile, gli artisti associati nel Primo Gruppo di Lavoro del Costruttivismo consideravano l’arte come agente attivo di un processo di miglioramento della vita che partiva da una produzione di massa basata sui nuovi valori comunicativi espressi dal graphic design, dalla fotografia e dai manifesti di propaganda politica. Gli artisti si percepivano come ingegneri estetici di una rivoluzione che voleva ribaltare i canoni di gusto della precedente classe dominante per sancire l’utopia di un mondo regolato da un ordine incontrovertibile garantito dall’universale applicazione del principio della pura funzionalità. I valori compositivi della pittura si traducevano quindi in combinazioni di figure geometriche astratte che diventavano modelli  di un design industriale improntato a rigorosi principi di semplicità, funzionalità e rispetto delle specificità dei materiali. Una delle interpreti di maggior rilievo di questa corrente fu Varvara Stepanova (1894-1958), moglie di Alexander Rodchenko: disegnatrice nella prima fabbrica statale di tessuti a Mosca, applicò i canoni costruttivisti alla progettazione di indumenti sportivi e da lavoro che assecondassero i gesti di chi li indossava e che fossero emblematici della specifica destinazione d’uso a cui erano assegnati. Linee geometriche decise sottolineavano i movimenti di un corpo androgino che diventava elemento compositivo, mentre gli audaci contrasti cromatici rivelavano intenzioni teatrali e letterarie nonostante la stringente logica dell’insieme. L’intenzione era ribaltare l’idea che la moda fosse riflesso psicologico di uno stile di vita per vincolare il valore estetico di ogni abito all’esclusivo momento della sua produzione e utilizzo. L’impegno dei costruttivisti nella realizzazione di abiti di buona qualità perfettamente attinenti alla loro funzione incarnava l’utopia di una società in grado di provvedere adeguatamente alle necessità di cittadini che nel loro insieme costituivano un corpo sociale destinato all’uguaglianza in opposizione alla volubilità della moda capitalistica occidentale.

08A distanza di quasi un secolo il duo artistico rumeno Toma & Cobilanschi nella doppia personale a Gallleriapiù in corso a Bologna esplora l’archivio di opere, scritti, tessuti e bozzetti lasciato da Varvara Stepanova per riattualizzare quelle luminose suggestioni di futuro in possibili chiavi di lettura del presente che ne accolgono le intuizioni antropologiche e rappresentative.

Così in Grey Flags (2016) un tessuto nero forse non molto dissimile da quelli creati nella fabbrica statale moscovita evoca le linee ascendenti del Monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatlin; sospeso su un tappeto persiano che allude in modo generico alla cultura musulmana, sembra voler celebrare le speranze dei profughi di guerra assimilandole ai sogni di un mondo migliore che animarono le avanguardie storiche. Proseguendo l’indagine e la manipolazione delle connotazioni politiche e simboliche sottintese dal design dei prodotti tessili, i collage di tessuto della serie Rhythmical Logic (2016) compongono un’installazione che ripropone il rigoroso impianto geometrico e cromatico della pittura costruttivista. La citazione, superficialmente interpretabile come omaggio all’estetica modernista, nasconde in realtà una sottile disamina critica e politica. La matrice artigianale del manufatto, antitetica alla produzione industriale intesa come esclusiva ragion d’essere di quei motivi, diventa implicita ammissione della polivalenza semantica di una forma nata per essere univoca, mentre l’inserto di frammenti di stoffa su cui sono stampate le testimonianze di lavoratori rumeni lascia intravedere le falle di un sistema che censurava le proprie aporie.

Claudiu Cobilanschi & Iulia Gabriela Toma, Hello Worlds, 2015, one channel video 7’56’’

Nel trittico Emotional armors (2015) Iulia Toma posa davanti all’obiettivo fotografico indossando in modo improprio la divisa sportiva di sua madre: i pantaloni della tuta, ripiegati e arrotolati fino a trasformarsi in fantasiosi copricapo, rivisitano in chiave ironica la ricerca di Varvara Stepanova sugli indumenti speciali per una professione specifica. Ancora una volta le insopprimibili dinamiche della soggettività negano ogni programmatica assolutizzazione per riaffermare il valore dell’individualità come insostituibile matrice di emozioni e creatività. Se la storia ha crudelmente smentito la fiducia delle avanguardie nell’imminenza di un futuro egualitario destinato a diventare eterno e la sensazione di insicurezza, precarietà e tensione che pervade il nostro presente scoraggia la nascita di ulteriori utopistiche previsioni, non resta che cercare ispirazione in altri possibili mondi. Così nel video Hello Worlds (2015) Claudiu Cobilanschi cerca di attirare l’attenzione di ipotetiche forme di vita extraterrestri agitando un tessuto riflettente su un prato sovrastato da un cielo terso e la sua giocosa aspettativa di ricevere qualche segnale dall’alto rilancia la speranza di poter ancora trovare nell’esperienza artistica nuove modalità di convivenza e comprensione reciproca.

 

Info:

Iulia Gabriela Toma & Claudiu Cobilanschi
Buongiorno, Varvara Stepanova
2 aprile – 10 giugno 2016
Gallleriapiù
Via Del Porto 48 a/b, Bologna