NeSpoon. Lace Street Art

12987213_1710760095828639_6440721431963440353_n

Lo sviluppo della città contemporanea spesso procede per addizioni arbitrarie che non tengono conto delle necessità residenziali ed estetiche dei cittadini: le alterne vicende della speculazione edilizia degli ultimi anni e i cambiamenti produttivi della società hanno portato all’abbandono di numerosi edifici in attesa di riqualificazione e revisione della loro destinazione d’uso, mentre aumenta il numero delle persone che non possono permettersi abitazioni consone. La street art si inserisce nel conflitto riattivando il potenziale simbolico di questi relitti edilizi attraverso la sovrapposizione di tag e immagini che veicolano una protesta radicale contro la disumanizzazione capitalistica e che sanciscono la riappropriazione dal basso di spazi percepiti come sottratti alla comunità. L’estraneità dell’ambiente urbano ai valori più profondamente umani e l’anestetizzazione emotiva che ne consegue come estrema forma di adattamento sono le problematiche di partenza a cui reagisce anche il lavoro di NeSpoon.
Alla carica eversiva la giovane artista ambientale originaria di Varsavia preferisce la via di una bellezza discreta che si insinua nelle fratture dei muri per espandesi sulle superfici più ampie in delicati equilibri e simmetrie. La sua principale fonte di ispirazione e strumento artistico sono pizzi e merletti tradizionali acquistati nelle botteghe artigiane per riprodurne i motivi decorativi in pitture, ceramiche e argille che installa in spazi pubblici. Assumendo come suo marchio specifico il codice estetico universale alla base di questi schemi grafici radicati in tutte le culture, NeSpoon lascia il proprio segno in ogni angolo del mondo instaurando un rapporto di delicata armonia con qualsiasi architettura o scenario naturale. I suoi arabeschi circolari sono poetici mandala che ricostruiscono la trama del tessuto urbano compensandone idealmente le aporie per ripristinare la perduta sintonia emotiva tra l’uomo e il suo ambiente quotidiano attraverso un dialogo intimo e sensibile con le specificità territoriali.

13010624_1710759755828673_5243446351353204116_n

Animata da un’etica di rispetto per ciò che la circonda, l’artista calibra i propri interventi nell’intento di  valorizzare il fascino dei luoghi che sceglie di interpretare avvalendosi di tutte le possibilità offerte dalle pratiche di street art. Le cadute d’intonaco o le falle di muri fatiscenti vengono metaforicamente riparate con i ceramic stickers, inserti di creta che recano impressa l’impronta dei merletti: mimetizzandosi con le tonalità delle malte in cui sono inglobati medicano le lacerazioni dell’usura con nuove preziosità da individuare come in una caccia al tesoro. La suggestione biomorfa che fa assomigliare questi adesivi urbani minimali a concrezioni coralline si amplifica nei dipinti murali che coinvolgono intere facciate di edifici, dove merletti ingigantiti realizzati in trompe-l’œil sembrano animati da una vitalità organica che li fa silenziosamente espandere nello spazio.
Al disagio provocato da una città asettica che soffoca le aspirazioni alla bellezza dei suoi cittadini,  NeSpoon risponde con una giocosa proposta di riconciliazione che assimila ironicamente l’esterno di edifici anonimi a interni domestici dotati dei loro familiari abbellimenti. La costruzione di un futuro migliore si fonda su un pensiero positivo che modifica l’attitudine con cui si giudicano le cose, a partire da vecchi pizzi liberati dalla funzione di sfoggiare un educato talento femminile per avviluppare il mondo con intrecci di sogno e leggerezza.

Info:

NeSpoon Solo Show
16 aprile – 8 maggio 2016
a cura di Antonio Storelli
Galleria Portanova 12
Via Portanova 12 Bologna

Katerina Belkina. Humanism

Belkina_Katerina_Enter

Lo studio CreArte di Oderzo (TV) presenta una nuova personale di Katerina Belkina, finalista del Premio Celeste 2015 e vincitrice quest’anno dell’Hasselblad Masters Award nella sezione fotografia. L’artista russa, di cui la galleria ha ottenuto l’esclusiva per l’Italia, realizza i suoi scatti con un approccio pittorico integrato da una raffinata elaborazione digitale che raffredda l’immagine collocandola in un’imprecisabile congiuntura spazio-temporale. Suddividendo i suoi lavori in serie tematiche, l’artista orchestra nitide composizioni che la ritraggono al centro della scena mentre interpreta ambigue figure femminili in bilico tra performance e still life. I suoi travestimenti minimali, in cui parrucche, soggoli e abiti monocromi intonati all’ambiente si alternano alla pelle digitale indossata dalle nudità, suggeriscono personaggi dall’incerta natura artificiale che concentrano ogni vibrazione emotiva nell’espressività dello sguardo rivolto alle ermetiche profondità del proprio altrove intimo. L’artista sembra percepire l’essere umano come cassa di risonanza di un vuoto interiore che l’assedia anche dall’esterno congelando i suoi gesti e le sue decisioni. Spogliata di desideri e speranze, questa creatura liminare sembra voler sfuggire al principio di individuazione mimetizzandosi nell’irreale impeccabilità di una metropoli contemporanea in cui anche la neve appare sintetica.

Belkina_Katerina_The_Flight_Poezd

Nella serie Empty Spaces Katerina Belkina si ritrae sullo sfondo di suggestivi paesaggi urbani che sembrano funzionare in modo autosufficiente escludendo l’intervento umano: l’artista, unica sopravvissuta o ultimo essere senziente rimasto sul Pianeta, è una presenza inquieta che attraversa i luoghi in cui compare assorbendo dentro di sé la solitudine che l’avvolge. In viaggio senza una meta su scintillanti mezzi di trasporto che la patinatura digitale rende futuristici o assorta alla finestra di un appartamento asettico, la donna impronta di sé lo spazio che la circonda senza prenderne veramente possesso. Il fulcro dell’immagine sono i suoi occhi azzurri in cui si legge il conflitto tra un misterioso universo interiore e la fascinazione per una realtà esterna incapace di accoglierla appieno. Se la solitudine e il vuoto sono tratti distintivi della contemporaneità che nessuna perfezione tecnologica può attenuare, l’artista trasforma in bellezza assoluta l’inadeguatezza esistenziale dei suoi personaggi restituendo dignità al loro spaesamento.

Belkina_Katerina_The_Sinner

Proseguendo l’orgogliosa riaffermazione della centralità umana a prescindere dalla sua costitutiva fragilità, Belkina nella serie Revival ripercorre alcuni capolavori della pittura Rinascimentale interpretandone i modelli in un inedito umanesimo femminile. I suoi alter ego fotografici nascono in questo caso dall’ibridazione tra le tematiche antiche e le sue personali vicende di donna e madre, appropriandosi della citazione come spunto allegorico da attualizzare. Così Vesna incarna la Primavera come madonna allattante in un nugolo fiorito di botticelliana memoria, The Sinner è l’adultera difesa da Cristo nel dipinto di Lucas Cranach il Giovane mentre in Constant una coppia di donne inscena un compianto laico ai piedi un nuovo  Golgota costituito da grattacieli e ciminiere industriali.

Belkina_Katerina_Constant

L’artista atteggiandosi a icona sembra suggerire che il ritorno al simbolismo forte dell’archetipo, aggiornandone lo stile e le implicazioni, possa essere un antidoto alla spersonalizzazione indotta dallo stile di vita occidentale contemporaneo esasperato in Empty Spaces. La comprensione del passato culturale è fondamentale per mettere in prospettiva gli stereotipi che oggi condizionano il nostro giudizio sulle cose, spesso inficiato da retaggi consuetudinari talmente antichi da sembrare naturali.  Soprattutto la visione  della donna, a dispetto della generalizzata normalizzazione dell’anticonformismo che impronta molti aspetti della socialità attuale, appare ancora condizionata dall’ancestrale dualismo che contrappone il suo ruolo di vergine e madre a quello di peccatrice e tentatrice. Intersecando una profonda conoscenza dei meccanismi antichi dell’effige con le sollecitazioni innescate dall’attualità, Katerina Belkina inscena una nuova mitologia del femminile che ne esalta la resilienza in una coraggiosa esplicitazione del culto di se stessa.

 

Info:

Katerina Belkina. Humanism.
a cura di Carlo Sala
12 marzo – 16 aprile 2016
Giovedì – sabato: 16.00 – 19.30, domenica 9.30 – 12.30 e 16.00 – 21.30
CreArte Studio – Palazzo Porcia
Piazza Castello 1, Oderzo (TV)

Atelier Pozzati

Presepe di Valdonica

Come annunciato qualche mese fa in occasione di SetUp, gli spazi in disuso al piano superiore dell’Autostazione di Bologna tornano ad aprirsi all’arte per una nuova mostra che nasce dalla volontà di Simona Gavioli e Alice Zannoni di omaggiare gli 80 anni del Maestro Concetto Pozzati con una collettiva che ripercorre la sua carriera di docente all’Accademia di Belle Arti attraverso le opere dei suoi studenti. La sua esperienza di docente rappresenta un unicum in Italia perché dalla sua aula sono usciti artisti capaci di dialogare con la più prestigiosa scena internazionale e che oggi collaborano con gallerie ed istituzioni di primo piano. Ognuno di loro si è forgiato nel corso del tempo una poetica personale, i loro linguaggi spaziano dalla pittura, al video, alla performance, al disegno, alla scultura e gli esiti delle loro ricerche sono molto differenti tra loro e rispetto al lavoro del Maestro. L’arte per Pozzati è produzione di differenza, è cercare la soluzione più disagevole per riportare a galla le piaghe del mondo, è deflagrazione di conflitto e amplificazione del dubbio. Questi capisaldi della sua etica creativa sono stati anche le linee guida del suo insegnamento, vissuto come intensa maieutica nell’obiettivo di spronare i suoi studenti a essere curiosi del proprio lavoro, a modificarlo quotidianamente approfondendo la conoscenza di se stessi per raggiungere l’indipendenza intellettuale e la consapevolezza delle proprie possibilità.
Per questa mostra il curatore Antonio Grulli ha scelto 16 artisti tra le centinaia che si sono avvicendate nella classe di pittura di Pozzati dal 1976 al 2004: Alessandra Andrini, Sergia Avveduti, Bertozzi & Casoni, Pierpaolo Campanini, Paolo Chiasera, Cristian Chironi, Cuoghi Corsello, Marco Di Giovanni, Maurizio Finotto, Lino Frongia, Omar Galliani, Eva Marisaldi, Andrea Nacciarriti, Alessandro Pessoli, Leonardo Pivi, Sissi. La selezione, rappresentativa ma forzatamente non esaustiva proprio a causa della straordinaria attitudine generativa del Maestro, ricompone il polifonico scenario della ricerca artistica nata a Bologna attraverso gli approdi più recenti dei suoi protagonisti. La vocazione onnivora e sperimentatrice di Pozzati ha infuso nei suoi allievi l’amore per una complessità conflittuale che genera opere articolate e impossibili da cogliere in breve tempo con uno sguardo superficiale e la prassi di lavorare con materiali non artistici che nell’opera funzionano come elementi destabilizzanti e detonatori poetici.

Bertozzi & Casoni, “Per Manzoni”, 2012, ceramica policroma, cm. h. 41 x 46 x 46
La matrice Pop è evidente ad esempio nei rifiuti di ceramica di Bertozzi & Casoni che accolgono l’orrendo in iperrealistiche composizioni in cui monumentalizzano con raffinatissima perizia tecnica i repellenti scarti della quotidianità consumistica. Nell’opera in mostra si appropriano irriverentemente delle celebri scatolette di Piero Manzoni riproducendole e reinterpretandole come materiale da costruzione di un nuovo assemblaggio che ne celebra l’ironico status di icona del contemporaneo.
Per Eva Marisaldi invece oggetti e situazioni banali possono suscitare imprevedibili slittamenti di senso e istigazioni al dubbio: i suoi lavori, realizzati con interventi minimi che innescano lo straniamento, sembrano amplificare i sussurri e le deviazioni della realtà dominante invitando lo spettatore ad interagire con lo spazio espositivo assaporandone gli aspetti più sfuggenti ma altrettanto realisticamente esperibili. La poetica di Cuoghi Corsello si gioca invece sulla personificazione di spazi urbani periferici o abbandonati attraverso un intricato universo di simboli, scritte e creature immaginarie che si sovrappongono ai luoghi reali. Umorismo e poesia si incontrano in una continua sperimentazione che si nutre del vissuto personale degli artisti e di prelievi da un mondo animato in cui anche gli oggetti hanno emozioni e pensieri.

Eva Marisaldi - Copyright © Rosy Dennetta-6
In Marco Di Giovanni oggetti usurati e ingombranti come segmenti di acquedotto e tubature arrugginite diventano performativi e ospitano lenti ottiche ingrandenti o deformanti come il bidone presente in mostra all’interno del quale una zolla di terra permette di osservare il moto terrestre.
Anche pittura è rappresentata da una variegata gamma di declinazioni concettuali e tecniche: si passa ad esempio dai virtuosismi esoterici di Lino Frongia, raffinato realista dell’inconscio, alle composizioni ibride di Pierpaolo Campanini che assemblano oggetti ordinari e onirici in precario equilibrio, all’eleganza dei disegni di Omar Galliani che riformulano iconografie e soggetti classici ammantando d’antico i miti della contemporaneità, all’anatomia narrativa di Sissi che investiga il corpo e i sentimenti organici che lo attraversano. La collettiva si conclude con il Presepe di Valdonica, un grande dipinto di Concetto Pozzati esposto per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1982: i cinque pannelli accostati che compongono l’opera ospitano l’eterogeneo repertorio di citazioni storiche e artistiche che affollavano il suo immaginario di quegli anni in una vertiginosa iperbole narrativa che assorbe ogni modello per possederlo con un amore ironico e disincantato.

 

Info:

Atelier Pozzati.
a cura di Antonio Grulli
11 marzo –30 aprile 2016
Autostazione di Bologna, Piazza XX Settembre 6
dal venerdì alla domenica 15.30 – 19.30 e su appuntamento

The Soul of Money

“Money represents the moment of objectivity in exchange
activities. The fact that different people have very different
relationships to money demonstrates money’s
complete independence from any subjective particularity.”
Georg Simmel, The philosophy of money, 1907

DSCN3794a

Il Dox Centre for Contemporary Art di Praga, spazio multifunzionale di 3000 m² ricavato dalla riconversione di una fabbrica nel distretto di Holešovice, è un centro culturale ed espositivo che ospita progetti artistici incentrati sulla riflessione critica di tematiche sociali strettamente legate all’attualità viene integrata da un approccio multidisciplinare che coinvolge altre aree cognitive come filosofia, psicologia, storia e sociologia. The Soul of Money, visitabile fino a giugno al primo piano dell’edifico, è una collettiva che attraverso le opere di 26 artisti internazionali esplora le principali implicazioni dei meccanismi sottesi al modello economico occidentale che anche le nazioni in via di sviluppo stanno progressivamente adottando. L’espansione dell’economia globale, che divide le persone in vincenti e perdenti in relazione a quale estremità dello spettro economico occupano e al tipo di consumatori che rappresentano, ha creato grandi ricchezze appannaggio di pochi e milioni di poveri senza prospettive di riscatto. Il consumo eccessivo della minoranza benestante e l’indigenza della massa incoraggia un’avidità istituzionalizzata che nelle politiche nazionali tende a privilegiare le ragioni del capitale sull’impegno civile.
Il denaro regola la nostra vita sociale e ogni azione (inclusa la produzione artistica) è in qualche modo mercificabile: invece di pensarlo come uno strumento creato dall’uomo e per questo gestibile, ci si relaziona ad esso come se fosse un elemento naturale, un dato di fatto con cui confrontarsi. Senza avere più valore intrinseco della carta su cui è stampato, è diventato la maggiore forza di controllo della nostra vita perché il potere che gli viene attribuito è immenso. L’ampliamento senza precedenti delle diseguaglianze sociali e la capillarità dell’influenza dell’aspetto monetario in ogni ambito della vita privata ha trasformato il denaro in uno dei più grandi taboo della contemporaneità. Opponendosi alla generale acquiescenza che ne ratifica la natura di oggetto mentale interdetto alla coscienza critica, gli artisti coinvolti nella mostra rilevano le assurdità della mercificazione globale e  demistificano l’auratica suggestione del mito della ricchezza.

DSCN3817a

Un’ampia rassegna di reportage realizzati da fotografi viaggiatori indaga lo sfruttamento minorile e le forme di schiavitù moderna nei Paesi più poveri denunciando la provenienza dei prodotti economici destinati al mercato occidentale. Lisa Kristine ritrae  bambini himalayani impiegati come portatori di pietre con improvvisate imbracature fatte di corde e bastoni e cercatori d’oro del Ghana costretti a lavorare illegalmente in aree abbandonate dalle grandi compagnie. Intrappolate da debiti fittizi contratti con usurai, intere famiglie si trovano nella condizione di non poter morire e nemmeno sopravvivere, perdendo la libertà di disporre delle proprie vite. L’assedio delle necessità contingenti può portare all’estrema utilizzazione del proprio corpo come unico bene a disposizione: gli scatti di Richard Jones ritraggono giovani donatori d’organi filippini mentre Paolo Patrizi documenta gli improvvisati campi del sesso allestiti da prostitute nigeriane nella periferia di Roma.
Anche lo spazio è proporzionato al reddito pro capite: Benny Lam fotografa le gabbie esistenziali in cui vivono centinaia di lavoratori di Hong Kong dove stanze inferiori ai 4 m² ricavate dalla ristrutturazione abusiva di normali appartamenti diventano nuclei abitativi autonomi da affittare, mentre Michael Wolf crea composizioni quasi astratte ritraendo la disumanizzata bellezza di facciate di grattacieli accostate l’una all’altra senza soluzione di continuità.
Il video di Denis Beaubois riflette invece sulla percezione della libertà di scelta in un contesto guidato dal razionalismo economico: tramite un annuncio affisso in un ufficio di collocamento in cui prometteva il salario minimo concordato dal Fair Work Australia, l’artista ha reclutato ignari performer incaricati di sorridere ininterrottamente per due sessioni di 3 ore e mezza ciascuna. Lasciati soli in una stanza neutra e inconsapevoli della finalità della richiesta, i candidati vengono ripresi mentre combattono con il proprio corpo per mantenere l’immotivato atteggiamento di circostanza.

DSCN3855a

José María Cano celebra ironicamente il potere iconico del denaro realizzando fedeli copie ingrandite di banconote correnti in cui la stesura cromatica ad encausto richiama la trama e il rilievo delle filigrane originali, mentre Robert Palúch reinterpreta il biblico vitello d’oro come idolo contemporaneo attraversato da vistose cerniere lampo rosse che suggeriscono aleatorie possibilità di smembramento e ricomposizione. Le installazioni di Jota Castro, una ghigliottina rivestita di specchi e una parure di cappi di dollari intrecciati simboleggiano il potere assoluto del mercato che la scultura di Ján Macko personifica come una grande mano che trattiene un uomo alato impedendogli la fuga. In ogni stanza della mostra pascolano i 2-Dollar Pigs di Daniel Knorr, maiali realizzati ad origami con riproduzioni di differenti misure della banconota americana molto ricercata dai collezionisti numismatici. L’opera collega i contrastanti significati simbolici connessi al maiale, generalmente associato a fortuna e prosperità ma considerato animale immondo in alcune tradizioni culturali, con le complesse problematiche di attribuzione di valore che regola la circolazione degli oggetti artistici. La ripetuta presenza nelle sale espositive di questa sarcastica personalizzazione del denaro inoltre richiama insistentemente l’idea su cui è incentrata la mostra intessendo una fitta rete di rimandi con le altre opere esposte.