Edward Hopper a Bologna

“Forse non sono troppo umano, ma il mio scopo è stato semplicemente
quello di dipingere la luce del sole sulla parete di una casa.”
Edward Hopper

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Hopper, Edward, South Carolina Morning, 1955

Edward Hopper (1882-1967) è considerato da gran parte della critica il più importante pittore realista statunitense del XX secolo: le sue assolate campagne dove le case coloniali si stagliano contro un cielo immobile, le pompe di benzina che sembrano sorgere nel nulla, le solitarie stazioni ferroviarie di provincia o le scene d’interno sospese nell’incomunicabilità dei personaggi che le abitano si sono imposte nell’immaginario collettivo come uno dei più persistenti stereotipi della disillusione del sogno americano. Nel corso della sua lunga carriera l’artista si concentrò sulle infinite declinazioni atmosferiche e luminose di un numero relativamente ristretto di soggetti interpretando tutti i generi pittorici tranne la natura morta con un’inconfondibile cifra espressiva che trova nel silenzio e nella solitudine esistenziale le sue modalità dominanti.
La nuova mostra di Palazzo Fava, organizzata da Arthemisia Group e Genus Bononiae, porta per la prima volta a Bologna 60 opere del maestro americano provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York che, grazie al lascito della vedova Josephine, ospita il più cospicuo nucleo dei suoi dipinti, disegni e incisioni. La retrospettiva documenta l’intero arco temporale della sua produzione ripercorrendo gli anni della formazione accademica, i soggiorni parigini, il periodo classico dagli anni ’30 ai ’50 e le intense immagini della maturità secondo un ordine tematico e cronologico che prende in esame tutte le tecniche da lui praticate con particolare attenzione al rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti. L’intento dei curatori è permettere ai visitatori di immergere lo sguardo nelle ariose evocazioni dei leggendari spazi del Nuovo Mondo e di penetrare nei claustrofobici interni borghesi completando con l’immaginazione le storie che le azioni irrisolte dei personaggi sembrano suggerire. L’ininterrotto successo di pubblico di questi capolavori d’oltreoceano dimostra la straordinaria attualità della poetica di Hopper che per tutto il Novecento operò in una condizione di solitudine culturale scegliendo di rimanere fedele alla pittura figurativa in una congiuntura storica che decretava l’esplosione delle avanguardie di impronta astratta e gestuale. Il suo lavoro dimostra come fosse possibile fare ricerca anche utilizzando i procedimenti tradizionali della pittura nel suo sviluppo canonico dal bozzetto preparatorio, allo studio del dettaglio, all’opera compiuta presentata come immagine definitiva che non reca alcuna traccia del processo di realizzazione. L’apparente semplicità e l’efficacia delle sue immagini sono il risultato di una lenta sedimentazione di pennellate su un disegno impeccabile: l’assenza di pentimenti e la sovrapposizione di colori perfettamente calibrati determinano infatti  l’ineguagliabile brillantezza della sua pittura che sembra lasciarsi attraversare dalla luce in ogni strato. Anche l’enigmatica qualità realistica delle composizioni ha origine dal disegno nella sua doppia valenza di catalogo della memoria dove i ricordi diventano spunto per la successiva rielaborazione minimale e atmosferica e di verifica dell’immaginazione negli studi che ritraggono la moglie mentre assume le fattezze dei personaggi che di volta in volta rappresentava nei quadri.

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Edward Hopper, Second Story Sunlight, 1960

Gli influssi del suo linguaggio, non immediatamente percepibili nelle opere dei suoi contemporanei, condizionarono profondamente gli approdi stilistici di altre discipline visive come il cinema e la fotografia, in cui le sue metafisiche ambientazioni metropolitane, la descrizione visiva del silenzio e la resa tridimensionale dell’attimo immobilizzato cominciarono a comparire come citazioni o fonti d’ispirazione. Lo sguardo freddo ed essenziale con cui esaminava la realtà per restituirla in modo immediato e privo di giudizio ha precorso inoltre importanti esiti di un iperrealismo crudo che trova la massima espressione nelle inquietanti sculture in poliestere dipinto di Duane Hanson o nel voyeurismo pittorico di Eric Fishl. La mostra bolognese dunque fa emergere la cosiddetta “cifra hopperiana” risalendo alle origini della sua concezione, i dipinti di piccolo formato realizzati nel primo decennio del Novecento durante i ripetuti soggiorni parigini. L’iniziale tavolozza dai toni scuri fu sedotta dal fascino dei maestri dell’Impressionismo, soprattutto Manet e Degas, e si rischiarò progressivamente per evocare atmosfere dilatate e sospese abitate da caricaturali figure di stampo espressionista. Tornato definitivamente a New York nel 1910, il suo nuovo stile non venne apprezzato in patria perché reputato troppo esterofilo per una cultura conservatrice e nazionalista che attribuiva la principale causa di deriva sociale e morale alle ondate migratorie provenienti dall’Europa. Fu allora che iniziò a realizzare le immagini americane che lo resero celebre ibridando i suggerimenti impressionisti con una suspense di stampo cinematografico e con la descrizione oggettiva del paesaggio rurale e urbano del Paese che in quegli anni stava costruendo le basi politiche ed economiche della propria ascesa mondiale. Nell’incontro tra lo studio della luminosità atmosferica e il saldo impianto geometrico che pervade la composizione si precisò nel corso degli anni la sua inconfondibile prospettiva obliqua che, dividendo l’inquadratura in zone d’ombra e piani tagliati da una luce radente, trasforma la banalità quotidiana in visione surreale.

Info:

Edward Hopper.
a cura di Carter E. Foster e Luca Beatrice
25 marzo – 24 luglio 2016
Lunedì – domenica h. 10.00 – 20.00
Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni
Via Manzoni, 2 Bologna

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Ingeborg zu Schlesiwg-Holstein ed Ester Grossi. Deep Down Inside the Color

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Sarà visitabile fino al 26 marzo alla Galleria Spazio Testoni la doppia personale di Ingeborg zu Schlesiwg-Holstein ed Ester Grossi intitolata Deep Down Inside the Color in cui le artiste creano uno spazio immersivo che esalta il potere emozionale del colore proponendo una differente armonia cromatica in ciascuna delle quattro stanze in cui si articola la mostra. Il dialogo tra le due poetiche, che ne valorizza assonanze e diversità, si gioca sul rifiuto della figurazione e dell’illusione tridimensionale per concentrarsi sullo specifico cromatico che acquisisce una dimensione e una valenza monumentali.  L’atto del dipingere, interpretato dalle due artiste con procedimenti diversi ma altrettanto fedeli ai rispettivi presupposti iniziali, diventa quindi una ricerca di verità che esclude ogni intromissione soggettiva per avvicinarsi all’essenziale lasciando campo libero all’efficacia simbolica e comunicativa dei colori puri.

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Il percorso di Ingeborg zu Schlesiwg-Holstein, fin dalla sua collaborazione nei primi anni ’80 all’interno della Factory di Andy Warhol, aspira a mostrare cosa si nasconde dietro il visibile eliminando i referenti esterni della pittura per convogliare tutta la sua potenza nell’espressione pura. Nei suoi quadri getti e colate di colore in calibrato scorrimento si giustappongono a porzioni lasciate al bianco dell’imprimitura o campite di grigio “Swarovski”, un amalgama di pigmento argentato frammisto a polvere di cristallo di cui  ha ottenuto il diritto esclusivo di utilizzo dalla famosa casa creatrice di gioielli. Ogni elemento presente sulla tela è rigorosamente piatto e adimensionale e rifiuta ogni suggerimento materico per intridersi di luce: se il bianco ed il cristallo ne concettualizzano la presenza come archetipo spirituale, la brillante tavolozza sovrapposta a queste basi sembra voler trattenere le radiazioni elettromagnetiche dello spettro visivo per intensificarne l’energia prima di rilasciarla in potenti onde luminose  che si propagano nello spazio circostante. Riallacciandosi idealmente alle teorie espresse da Kandinsky in Lo spirituale nell’arte, che sviluppava l’idea di una “sonorità interiore” che forme e colori trasmettono indipendentemente dalla loro eventuale funzione rappresentativa, l’artista lascia che i suoi colori si espandano sulla tela per comporre una grande metafisica dell’inconscio. La forte componente emotiva di quest’esecuzione quasi sciamanica, dove il gesto è libero ma mai concitato, genera emozionanti paesaggi visivi che invitano lo spettatore ad addentrarsi nelle proprie sensazioni estetiche in cerca del Divino.

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All’impetuoso flusso cromatico che attraversa le tele di Ingeborg zu Schlesiwg-Holstein, Ester Grossi risponde con l’immobilità di grandi sagome geometrizzanti realizzate ad acrilico direttamente sulle pareti della galleria: il colore, steso ad ampie campiture in strati compatti fino a raggiungere la massima saturazione, è epurato da ogni traccia di imprevisto per ostentare un’artificiale levigatezza. L’artista, nella reiterazione del proprio gesto sempre identico, sembra voler azzerare la propria mano e la pittura stessa nella perfezione di una piattezza che si deposita sul piano come immateriale proiezione di una superficie mentale. Forma e colore tendono a coincidere in una sintesi espressiva che, partendo dalle tonalità proposte dalla pittrice tedesca, ne interpreta le suggestioni visive in senso costruttivista con l’elaborazione di un raffinato vocabolario di pattern astratti ingigantiti. Queste unità grafico-pittoriche, nate dallo sviluppo di semplici forme poligonali attraverso l’inserimento di curve e l’attento controllo dei rapporti angolari, sembrano stabilizzare la simbiosi di colore e forma in una presentazione definitiva che rivela il massimo potenziale comunicativo di entrambe le componenti mantenendone l’equilibrio reciproco. Ribaltando e risolvendo in superficie tutte le tensioni interne ed esterne all’immagine al punto da annullare ogni tentazione ad andare oltre, l’artista esibisce il suo mondo di forme autosufficienti come se fossero lucenti oggetti immateriali in cui il perfezionismo esecutivo sfocia in ironiche seduzioni neopop.

Nelle sale della galleria il contrappunto stilistico tra le opere di Ingeborg zu Schlesiwg-Holstein ed Ester Grossi si articola nel passaggio dal grigio, nel suo significato di neutralità e transizione, all’energia vitale del rosso, al bianco interpretato come fusione di tutti i colori dello spettro per concludersi con un blu meditativo che richiama le insondabili profondità del cielo e del mare.

 

Info:

Ingeborg zu Schlesiwg-Holstein e Ester Grossi. Deep Down Inside the Color.
23 gennaio – 26 marzo 2016
Galleria Spazio Testoni
dal martedì al venerdì dalle 16.00 alle 20.00
sabato dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00
Via D’Azeglio 50, Bologna

 

Elia Cantori. Action at a Distance

1-Elia Cantori-Action at a Distance

Sarà prolungata fino al 16 aprile alla galleria CAR drde la personale di Elia Cantori Action at a Distance che riunisce una serie di lavori recenti del giovane artista anconetano formatosi a Londra. La sua ricerca, concepita come indagine delle possibilità documentative e sintetiche della forma nella sua capacità di aderenza al fenomeno che rifiuta ogni mediazione, interpreta la materia come campo d’azione di leggi fisiche e camera di registrazione dei loro effetti. Nel suo lavoro la tridimensionalità della scultura, anche quando utilizza elementi apparentemente estranei a questa disciplina, si costituisce come compresenza dell’opera e del processo che l’ha generata in un’estensione del concetto di spazio che coinvolge tempo, movimento ed esperienza percettiva. A suo avviso le possibilità di trasformazione offerte dall’arte presentano stringenti analogie con i procedimenti della ricerca scientifica perché, interagendo con le proprietà chimiche, gravitazionali, volumetriche e di massa specifiche di ogni materiale, verificano l’intima struttura del mondo suggerendo nuove ipotesi di aggregazione e scioglimento.

EC_Stanza-2008

Così nel 2008 Cantori ha compresso in una sfera di 90 cm di diametro i materiali ricavati dalla demolizione del suo studio londinese illuminandola dall’alto con il neon originariamente collocato sul soffitto: l’opera, intitolata Stanza e acquisita nella collezione permanente del MAMbo, appare come un enigmatico agglomerato che condensa i detriti e l’energia distruttiva che li ha prodotti in un un’unica forma sintetica. La maniglia e la serratura originali lasciate intatte e applicate all’esterno della sfera suggeriscono possibili intrusioni nella sua impenetrabilità e nuove ipotesi di reversibilità, artistiche e mentali, di quella che a prima vista appare una condizione definitiva. La persistenza di un pensiero può condizionare un’azione anche a considerevoli distanze temporali e spaziali: in Untitled (Double Hemisphere Room), installazione site specific concepita per la mostra, la stessa sfera appare tagliata a metà e le due parti concave rivestite di emulsione fotosensibile mostrano l’impressione diretta degli oggetti presenti in studio registrandone la presenza. L’immagine a questo modo diventa materia plasmabile che, al pari dei detriti pressati nel 2008, presenta se stessa come conseguenza e memoria degli accadimenti che hanno concorso alla sua realizzazione. L’ambiguità che deriva dalla straniante convivenza di analisi e sintesi amplifica la percezione del luogo ritratto in una vertigine di verificabilità che sembra intensificare, anziché risolvere, il mistero del tempo e della luce che movimenta gli oggetti annullandone l’apparente inerzia.

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L’intento di fermare un istante assieme alle sue implicazioni è invece evidente nella serie Gunshot, in cui l’artista impressiona la carta fotografica con la deflagrazione dello sparo del proiettile che l’attraversa, o in Bullet Trajectory, dove il percorso di un proiettile sparato in una forma di plastilina viene immobilizzato da una fusione in stagno colato. A questo modo Cantori dimostra l’illusorietà di una visione dell’istantaneità intesa come indivisibile “qui e ora” suggerendo come ogni attimo sia la somma di infinite porzioni minori, ciascuna dotata di un proprio specifico arco temporale e di una  complessità impossibile da ridurre ai minimi termini. La storia di un istante ha quindi la stessa estensione lineare e la stessa potenzialità scultorea di un’eternità o di una notte, come mostrano le cinque carte della serie Full Moon impressionate dalla lunga esposizione durante il plenilunio che nell’agosto 2014 coincideva con il perigeo.
Se la realtà sensibile è il prodotto di un sistema di forze antagoniste che si scontrano per creare l’inenarrabile tessuto del mondo come prodotto di inevitabili fatti accidentali, la vocazione dell’arte è analizzarne e testarne le dinamiche interne orchestrandone l’apparizione in una sorta di diagramma spazio-temporale. L’opera, paradigma e lacerto del fenomeno che l’ha generata, funziona come un modello matematico nell’elaborare i nuovi possibili mondi che si nascondono in attesa di attuazione nelle pieghe del visibile a partire dalle medesime e incontrovertibili leggi che regolano le più evidenti vicende della materia sulla Terra. Questo visionario laboratorio di bellezza dove ogni avvenimento innescato da un invisibile demiurgo sembra espandersi in silenziose onde energetiche ribadisce la centralità dell’uomo, indifferentemente artista o spettatore, come testimone e depositario delle metamorfosi dell’Universo che lo circonda. Nello spazio del pensiero il dubbio e la certezza sono forse due aspetti complementari e interscambiabili di una medesima esperienza, come possono suggerire la solidificazione del vuoto creato dalla traiettoria del proiettile con una colata metallica o l’ambigua immobilità delle lancette dell’orologio che in Double Hemisphere Room non riescono a misurare il tempo di esposizione alla luce del gel fotosensibile.

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Info:

Elia Cantori. Action at a distance.
30 gennaio – 16 aprile 2016
CAR drde
Via Azzo Gardino 14/a, Bologna