Etnik. Errorism

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La pratica dei graffiti urbani fin dagli esordi ha accompagnato e interpretato l’espansione incontrollata delle metropoli trasformando i muri delle periferie in squillanti palinsesti del dissenso sociale che reclamavano e sancivano la riappropriazione dal basso di certe aree delle città abbandonate a se stesse o cresciute a scapito della qualità della vita dei ceti sociali meno abbienti. Successivamente la carica eversiva di questa forma d’arte è stata in qualche modo addomesticata dal crescente interesse di gallerie e di alcune amministrazioni comunali per i suoi prodotti, dando spazio a nuove generazioni di graffitisti artisticamente più consapevoli e  in grado di elaborare poetiche variegate e complesse. La protesta violenta si è in molti casi trasformata in un’analisi sensibile dello spaesamento umano nel più generico scenario della contemporaneità, insistendo su tematiche attuali come le ingiustizie sociali, la solitudine dell’individuo impigrito dal consumismo, il sogno di un rapporto più equilibrato con la natura o l’evasione fantastica. È rimasta intatta la vocazione ambientale e pubblica della street art, che ora tende a declinarsi come riqualificazione di aree urbane degradate grazie a specifiche commissioni o a veicolare le ragioni della cultura di strada nei luoghi deputati del sistema dell’arte, convertendo la contestazione in visionarie ipotesi di critica costruttiva.
Il lavoro di Alessandro Battisti aka Etnik, attivo fin dagli anni ’90 sulla scena underground fiorentina e oggi apprezzato a livello internazionale, sintetizza  origini ed evoluzione di questo peculiare linguaggio artistico in un’inconfondibile cifra espressiva che trapassa dai bozzetti, ai dipinti, ai muri e agli oggetti scultorei. La matrice principale del suo disegno è sempre il lettering che tende a diventare tridimensionale e camaleontico assumendo la forma delle figurazioni che il suo andamento suggerisce e genera. In linea con le problematiche da cui la street art ha avuto origine, il suo soggetto e campo d’indagine privilegiato è lo sregolato sviluppo della città contemporanea vista come ipertrofica prigione ostile ad ogni forma di vita naturale. Nei muri e nei dipinti (realizzati su materiali da costruzione inutilizzati o scarti della produzione industriale) gli elementi più comuni del paesaggio urbano vengono accorpati e compressi in composizioni geometriche labirintiche in cui il punto di vista diventa poliedrico attraverso raffinate illusioni ottiche di piani ribaltati e prospettive multiple. In queste caotiche accumulazioni, che sembrano cresciute su se stesse come progressione inarrestabile di un errore iniziale, emerge una precisa volontà di saturazione che stravolge le proporzioni e gli orientamenti degli oggetti reali nell’intento superiore di ottimizzare lo spazio in un incastro morfologico che prevale su ogni altra ragione.

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Tralicci dell’alta tensione, palazzi, mattoni, blocchi di cemento armato, muri, strade e segnali stradali perdono la loro destinazione d’uso per diventare l’indiscriminata materia prima di un cantiere impazzito che cresce su se stesso come una conturbante escrescenza tumorale. La città in espansione celebrata dalle Avanguardie Storiche sembra essersi ribellata alla sovranità umana e dichiarare la propria autonoma vocazione a fondare mondi autosufficienti sospesi in un universo artificiale. Ogni agglomerato architettonico sembra essere un satellite alla deriva in un indefinito spazio post human appena contrastato dalla silenziosa resistenza di qualche elemento vegetale che riesce ad insinuarsi, nonostante tutto, nell’inespugnabilità della struttura. Il fragore della metropoli si è estinto, rimangono solo i relitti di un epocale naufragio della razionalità come suggerisce il tenue accompagnamento sonoro di pioggia e cinguettio di uccelli in cui è ambientata la mostra, che richiama l’abbandono dei ritmi produttivi e forse presagisce una possibile ripresa della vita.
Se l’intento principale dell’artista è esprimere una posizione critica nei confronti dei macroscopici e perpetrati errori progettuali che sacrificano una sana abitabilità degli ambienti periferici e industriali in nome di sovrastanti interessi capitalistici, l’innegabile fascino delle sue città impossibili sembra esprimere una persistente fiducia nelle potenzialità della pianificazione architettonica. I suoi dipinti infatti si possono anche leggere come implosioni o esplosioni di futuristici congegni abitativi, di cui verifica la realizzabilità nella produzione di oggetti scultorei che potrebbero virtualmente derivare da ogni disegno – progetto. Il rapporto conflittuale tra l’uomo e il suo habitat urbano appare quindi provvisoriamente risolto nel reame astratto di un’utopia che, per il momento, riesce a progettare un futuro artificialmente armonioso se completamente disabitato. Così i metafisici cubi in cui ogni elemento metropolitano viene compresso fino a diventare texture e puro volume intercambiabile dimostrano l’equilibrata ripartizione del tutto nelle sue parti costitutive, mentre gli esplosi analizzano le infinite possibilità combinatorie di forme e cromatismi finalmente liberi di attrarsi e comporsi.
Info:

Etnik Errorism
a cura di Claudio Musso
12 dicembre 2015 – 21 gennaio 2016
Galleria Portanova 12
Via Portanova 12, Bologna

Italo Bressan e Marco Pellizzola. Viaggio nell’ombra

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Proseguirà fino al 16 gennaio 2016 alla Galleria Studio G7 la tappa bolognese di Viaggio nell’ombra, mostra itinerante di Italo Bressan e Marco Pellizzola che nel corso di circa un anno ha interessato diversi spazi espositivi in Italia e in Europa. Il progetto riunisce una serie di lavori recenti dei due artisti, entrambi docenti all’Accademia di Belle Arti di Brera, che trovano nella tematica dell’ombra il punto di convergenza e confronto delle loro rispettive ricerche.
Fin dagli esordi a metà degli anni ’70 il lavoro di Bressan si configura come pittura pura in cui il colore, steso a campiture liquide in calibrate giustapposizioni e sovrapposizioni, declina il principio del color field painting in un’armonia lirica che rifiuta ogni rigidità minimalista per darsi come energia luminosa. Sulla tela il colore sembra assumere una consistenza quasi gassosa e si dilata in onde cromatiche il cui andamento ricorda la propagazione del suono nell’aria; sulla superficie pittorica si susseguono pulsazioni tonali localizzate che implicano il concetto di tempo nel loro manifestarsi come progressive rivelazioni. In quest’astrazione fluida il colore oltrepassa i limiti del quadro per diventare evocazione mentale e sensoriale e l’immagine è un campo di tensioni controllate che si risolvono in un soffuso spettacolo pirotecnico. L’interesse dell’artista, però, non si esaurisce nell’innegabile efficacia dell’impatto visivo, che è solo una conseguenza del suo intento di risalire all’origine della pittura attraverso un vocabolario di elementi ridotti ai minimi termini per esaltarne le intrinseche potenzialità espressive. La ricerca dei fondamentali della visione lo porta inevitabilmente ad affrontare il concetto di ombra, nella sua doppia valenza di traccia che raddoppia una presenza e di oscurità che al tempo stesso occulta e racchiude l’intero spettro cromatico.

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La prima accezione è esemplificata dai dittici in cui la parte superiore dipinta ad olio su tavola trova il proprio corrispettivo in quella inferiore costituita da un doppio strato di vetro in cui il colore è depositato dal retro con toni, estensione e densità speculari alla zona sovrastante. La superficie trasparente inoltre permette di proiettare sulla parete a cui è accostata l’inafferrabile ombra della pittura che supporta. L’opposizione ombra-luce e le loro possibili interazioni sono invece indagate in un’altra serie di dipinti in cui il fondo bianco ospita frammenti di materia carboniosa che sembrano cadere dall’alto oppure dove il fondo nero è interrotto da meteore luminose ottenute dalla scalfittura dello strato scuro superficiale. Anche in questo caso la dicotomia tra ombra e luce dà origine ad un moltiplicarsi dei piani spaziali in un generale sovvertimento di polarità: l’ombra, solitamente accostata ad una sottrazione di segno negativo, diventa materica e aggettante, mentre la luce si ottiene per detrazione e materializza un’assenza. Il nero d’altra parte è la somma di tutti i colori e Bressan ne indaga gli indefinibili riflessi e sfumature in una sequenza di tele dove esso deriva dal graduale sovrapporsi di differenti campiture cromatiche, lasciando a vista qualche lembo della superficie sottostante per suggerirne la stratigrafia.
Se la combustione è vita ed il carbonio ne è la traccia, proprio il carboncino è il medium privilegiato di Marco Pellizzola nella sua serie grafica presentata in mostra: affascinato dalla sua pastosa fragilità lo utilizza per disegnare secchi e tinozze che contengono il cielo con le sue costellazioni. Se solo il buio permette di vedere il firmamento, anche l’ombra, come impronta di ciò che esiste ed è destinato a scomparire, può essere un tramite per svelare il misterioso legame tra il mondo materiale e quello incorporeo. Così un uccellino di terracotta si posa su un piano dove si allunga ingigantita la sua sagoma nera realizzata in cartoncino e il chiodo dorato che la fissa al suolo sembra attestarne l’esistenza vincolandola all’unica posizione coerente con il suo raddoppiamento. Mentre per le culture arcaiche l’ombra era una proiezione mostruosa del corpo umano, spesso associata al regno dell’oltretomba, per l’artista è una presenza onirica che ci costringe a guardare in profondità nella nostra essenza, un luogo di indagine e consapevolezza.

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Se la creazione artistica implica un continuo confronto con la realtà declinato nelle infinite gradazioni dei suoi possibili esiti nell’alterna oscillazione tra vero, verisimile, finzione e astrazione, Pellizzola nelle sue sculture a carattere installativo escogita poetiche analogie per indagare il segreto legame tra l’uomo e la natura. Con l’immediatezza delle favole antiche inventa ironici e malinconici personaggi-emblema che sembrano nascere dalla zona d’ombra del nostro inconscio, come gli uccelli da richiamo che passeggiano sotto le loro gabbie chiuse e vuote issate su altissimi piedistalli in Gabbie senza titolo (2007). L’iniziale suggerimento di spensieratezza per la libertà conquistata cede il passo all’indefinibile malinconia di uno spaesamento che si stempera nell’intreccio astratto delle sbarre delle gabbie e dei loro basamenti che si allungano verso l’alto come incombenti proiezioni di un destino ineluttabile.

 

Info:

Italo Bressan, Marco Pellizzola.
Viaggio nell’ombra
5 dicembre 2015 – 16 gennaio 2016
Galleria Studio G7
Via Val d’Aposa 4a, Bologna

 

Silvia Giambrone. Archeologia Domestica Vol.I

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La galleria CreArte Studio di Oderzo (TV) ha recentemente presentato Archeologia Domestica Vol.I, personale di Silvia Giambrone che riunisce una selezione di opere recenti incentrate sul tema della violenza, spesso inespressa, insita nel quotidiano e sulle altrettanto inconsce strategie di esistenza con cui l’individuo ne rimuove o ne affronta l’occulta minaccia. Il lavoro della giovane artista siciliana che vive e lavora a Roma scandaglia i precari equilibri di tensioni contrastanti che danno forma alle ambivalenze dei comportamenti umani facendone emergere gli aspetti più flebili per scongiurarne la definitiva sparizione. Alla continua ricerca di nuove dolorose armonie poetiche, il suo linguaggio nasce dall’incessante rinegoziazione tra un’intensa dimensione emozionale, che rappresenta l’autenticità dell’opera e la sua più intima ragion d’essere, e l’impeccabile rigore estetico con cui ne individua la traduzione visibile più consona. Una delle matrici principali del suo percorso artistico è infatti proprio la poesia, da cui mutua l’attitudine a percepire ciò che di solito viene ignorato per restituirlo come nuda evidenza, come domanda assillante con cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi, come deflagrazione di inquietudine che la bellezza amplifica anziché placare.

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Dalle devastazioni conclamate della guerra che alternativamente infiamma ogni parte del mondo ai sottili soprusi alla base delle convenzioni sociali che regolano la convivenza umana, l’individuo, ancor più se di sesso femminile, è oppresso da uno stato di allerta continua che penetra anche nelle pieghe più recondite della vita privata insidiando l’apparente tranquillità del focolare domestico. Nulla sembra poter offrire protezione, si è costantemente Sottotiro dei nostri conflitti interiori che fanno fronte comune con imprevedibili minacce esterne, come mostra la video performance del 2013 in cui Silvia Giambrone viene puntata con un mirino laser da un invisibile antagonista. Inizialmente infastidita dalla condizione di bersaglio, l’artista reagisce all’ansia arrendendosi al rischio e instaurando un rapporto quasi giocoso con l’intimidazione in un estremo tentativo di esorcizzare la paura. Dall’accettazione del conflitto e dall’esplorazione delle sue possibili declinazioni narrative, emotive ed esistenziali nascono le altre opere della mostra che, come sottolinea il curatore Fabrizio Pizzuto, trovano in questa performance la propria matrice ideale.

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Se gli oggetti di cui ci circondiamo sono le estensioni materiali delle nostre abitudini e le tracce delle nostre esperienze, quando la casa si rivela un luogo ostile anch’essi si trasformano in altrettante proiezioni del disagio. Così avviene ad esempio nella serie Vertigo (2015), composta da coppie di immagini stampate su carta da pacco ricavate dalla scannerizzazione di comuni accessori domestici: ogni accostamento sembra attivare inesplicabili rapporti di tensione tra i due, che influenzandosi reciprocamente, evocano misteriose associazioni d’angoscia. La connessione in campo neutro sembra inoltre smaterializzare gli oggetti per presentarli in una dimensione concettualizzata, sospendendoli nel recondito limbo mentale delle ossessioni inespresse. La violenza può essere anche un’impronta indelebile nell’anima che continua a condizionare il presente nonostante si tenti di rimuoverla dalla memoria: nella serie Testiere (2015) l’artista presenta le sagome di diverse testiere di letto che appaiono come fantasmi su lastre di zinco corrose dall’acido. Il cristallizzarsi della sparizione, che avviene su un materiale tagliente in aperta opposizione ad ogni facile intimismo, ne materializza l’assenza come trauma resistente che diventa incancellabile presenza.
Se le immagini ed i ricordi possono essere destabilizzanti, nemmeno gli oggetti più fragili risultano innocui, come i paralumi in vetro rovesciati (Fiat Lux, 2015)in cui Giambrone comprime brandelli di tessuti liturgici utilizzati per la celebrazione cattolica del rito eucaristico, che ricordano la forma di una bomba molotov artigianale. Esplicitamente allusivi alla secolare connessione tra religione e sopraffazione che accomuna le principali fedi religiose mondiali se vissute in modo assolutista, in questi oggetti modificati risuona l’avvertimento che la violenza può esplodere immotivatamente in qualsiasi circostanza.

Fiat Lux

Come sopravvivere quindi alla battaglia dell’esistenza individuale che ciascuno combatte solo tra le pareti della propria casa? L’artista lo suggerisce assieme a tre compagni attori nella performance Nobody’s Room realizzata in galleria all’inaugurazione della mostra, in cui i soggetti recitanti declamano alcuni punti di un testo del poeta e drammaturgo bosniaco Nedzad Maksumic dedicato all’arte di sopravvivere in guerra. Togliendo i riferimenti più specifici ai disastri bellici, gli interpreti di fronte ad aste da microfono che sorreggono coltelli, mezzelune e altre suppellettili domestiche acuminate, affilano le parole in una solipsistica coralità che trasforma la paura in un potente inno alla vita che si eleva al di sopra di ogni emergenza.

 

Info:

Silvia Giambrone. Archeologia Domestica Vol.I

14 novembre – 13 dicembre 2015

Crearte Studio

Palazzo Porcia,Piazza Castello,1 Oderzo (TV)

George Grosz e Luca Vitone. Berlin 192010

Luca Vitone

La Galleria de’ Foscherari presenta Berlin 192010, un progetto di Luca Vitone che mette a confronto l’immagine della capitale tedesca sotto la Repubblica di Weimar con quella del periodo della Repubblica Federale dell’unificazione dopo la caduta del muro. La città del primo dopoguerra che divenne in pochi anni centro nevralgico della creatività internazionale è raccontata da un prezioso corpus di opere di George Grosz, mentre il cambiamento intercorso dopo la caduta del muro è affrontato da una serie di lavori dell’artista genovese che, dopo ripetuti soggiorni, ha deciso di stabilirsi proprio nella capitale tedesca. La sua pratica artistica, che nasce dall’intersezione di memoria personale e collettiva e dal rapporto dialettico con l’archivio del passato, è da sempre incentrata su un’idea di ri-conoscimento che sfida le convenzioni culturali in un itinerario aperto di risposte possibili che suscitano altre domande. Il socialismo libertario che negli anni ‘90 ha trasformato Berlino in laboratorio diffuso di tutto ciò che rappresenta la ricerca culturale richiamando per la seconda volta creativi di ogni ambito, sembra svelare oggi una matrice coercitiva che in parte contraddice l’utopia di una proposta veramente alternativa. Sorge il dubbio che la poliedrica apertura mentale tedesca che sosteneva le sperimentazioni più radicali come postulato di una società consapevole dell’autonomia e della libertà individuale dei suoi cittadini possa essere nient’altro che un’immagine ufficiale. Dopo aver idealizzato la Germania fino ad eleggerla propria patria elettiva l’artista affronta il dubbio che la supposta consapevolezza del popolo tedesco possa essere frutto di un’imposizione accettata che relega la protesta in luoghi e momenti deputati.

Il lavoro di Vitone è da sempre incentrato sulla creazione di una semantica artistica alternativa che porta in superficie i segni impliciti  dei luoghi sui quali riflette scandagliandone il lato oscuro; come è avvenuto ad esempio a Bologna nel 2014 per la rassegna ON quando ha installato in una via molto trafficata della città cinque luminarie con simboli massonici per ricordare la tragedia della strage alla stazione del 1980 richiamando la persistenza nell’Italia degli ultimi vent’anni delle ramificazioni della loggia P2. O come Per l’eternità, la scultura invisibile presentata alla Biennale del 2013 dove l’essenza di rabarbaro che aleggiava nel Padiglione Italiano rievocava l’inconsapevole inspirazione delle polveri di Eternit da parte di chi ha vissuto o lavorato a contatto con questo materiale altamente tossico.

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In linea con l’emblematica essenzialità del suo linguaggio e con l’obiettivo di essere testimone del proprio tempo attraverso il continuo confronto tra sé e il mondo che lo circonda, l’artista per la mostra Berlin 192010 raccoglie mappe, riviste e oggetti provenienti dalla sua quotidianità affiancati dai colori della bandiera nazionale e da altri elementi che alludono alla cultura tedesca. Il filo conduttore di questa presentazione è dato dalle finestre prelevate dalla sua abitazione che compaiono oscurate da campiture nere, rosse e gialle o diventano diaframmi attraverso i quali guardare un panorama berlinese concettualizzato in cartine topografiche e incisioni di differenti epoche e stili. Si passa quindi dalla supposta neutralità di una mappa scolastica ad una turistica in cui le icone di bar e ristoranti sono più evidenti di quelle che contraddistinguono i monumenti ad un’antica stampa pubblicata su un quotidiano che rappresenta una città idealizzata composta esclusivamente dai suoi edifici di rappresentanza. Il nesso tra queste rappresentazioni astratte del tessuto urbano e l’intreccio di vicende personali e collettive che le hanno prodotte è costituito dagli oggetti che compaiono in ogni installazione: un giocattolo infantile, un mazzo di rose rovesciato o una lapide marmorea che Vitone trovò nel suo appartamento berlinese quando vi si trasferì. Il nome del defunto, Ambrosius Jung, non può fare a meno di evocare il padre della psicologia analitica ed è, allo stesso tempo,  il termine tedesco che indica la giovinezza, mentre le sue date di nascita e morte (1875-1946) risultano fatalmente prossime agli albori del nazionalsocialismo e al termine della Seconda Guerra Mondiale. Se la lapide di questo sconosciuto sembra un’implicita commemorazione dell’umanità impazzita che si contorce nei dipinti di George Grosz, Vitone dedica un personale epitaffio alla Berlino della sua giovinezza attraverso un video in soggettiva dove attraversa in bicicletta la parte orientale della città soffermandosi sui dettagli del cambiamento. Dall’alba al tramonto percorre strade affollate, trafficate o sinistramente deserte canticchiando una versione distorta dell’Internazionale in cui sostituisce alle parole del testo originale i nomi delle attività commerciali che incontra lungo il suo tragitto. Questo accostamento provocatorio sembra suggerire che le ideologie e i regimi del passato condividono con le politiche globalizzate della nostra contemporaneità l’intento di creare un ordine artificiale capace di instaurare una controllata coesistenza di esseri umani. Ma, la storia lo dimostra, si tratta sempre di un tentativo fittizio e l’imponderabile esploderà inaspettatamente anche quando non sembra esserci nessuna possibilità di deviazione come nell’installazione composta da tre biciclette destinate a girare perennemente in tondo attorno ad una pianta di crisantemi posata su una tovaglia nuziale.

 

Info:
Luca Vitone – Berlin 192010
31 ottobre 2015 – 19 febbraio 2016
Galleria de’ Foscherari
Via Castiglione 2/b Bologna
lunedì – sabato 10.00 – 12.30 / 16.00 – 19.30

Slaven Tolj . L’arte militante

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Per Artissima 2015 la Galleria Michaela Stock di Vienna ha presentato “Achille’s Heel”, personale di Slaven Tolj, artista multimediale nato a Dubrovnik che, dopo aver curato il Padiglione della Croazia alla 51° Biennale di Venezia, dal 2013 dirige il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Rijeka. I suoi esordi sono profondamente segnati dal socialismo che ha improntato la sua adolescenza e dalla formazione all’Accademia di Belle Arti di Sarajevo dove ha potuto entrare in contatto con le più aggiornate pratiche artistiche beneficiando dell’atmosfera relativamente libera dell’arte performativa jugoslava degli anni ’70 e ’80. In seguito la sua ricerca si è precisata come approfondimento e comunicazione delle laceranti conseguenze sociali della guerra e della disintegrazione dell’ex Jugoslavia per ampliarsi sul finire degli anni ’90 con l’inclusione di tematiche relative alla recente incursione negli stati post totalitari dell’Est Europa di interessi capitalistici e spregiudicate speculazioni corporative e politiche.
Nel suo lavoro la critica politica e socio culturale si concretizza in performance, body art, installazioni site specific e ready made modificati che compongono una strategia espressiva unitaria attraverso la quale Tolj ricerca una comunicazione intima con lo spettatore invitandolo ad interrogarsi su come i media ufficiali interpretino la memoria storica e l’attualità in modo intenzionalmente parziale o distorto. La sua pratica minimalista e radicale prevede la smaterializzazione dell’artefatto e l’esplorazione dei limiti del corpo e delle emozioni istintive per ridurre ai minimi termini la mediazione linguistica e suscitare la partecipazione del pubblico inducendolo a completare con la propria percezione individuale ciò che l’artista deliberatamente omette.
Così nella performance “Globalisation” eseguita nel 2001 al festival newyorkese “Body and the East” Tolj finisce in coma etilico dopo aver consumato un litro di vodka e uno di whisky in 15 minuti per incarnare il luogo di incontro tra Oriente e Occidente simboleggiati dai due diversi liquori, mentre in “I’m dangerous, kill me in front of my children’s eyes” (2011) siede di fronte a queste parole scritte su un muro bianco con un sottofondo di carillon rivivendo la tragica contraddizione dell’uccisione violenta di Osama Bin Laden di fronte alla figlia.

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L’arte deve suscitare una presa di coscienza attiva delle reali ripercussioni nella vita quotidiana degli intrecci di potere che sovrastano i cittadini, si deve offrire come strumento di erosione dei falsi messaggi del sistema, procede per aneddoti lampanti per indagare i risvolti personali di problematiche solitamente affrontate come generalizzazione. Visceralmente legato alle vicende della sua città natale, Tolj incentra molte delle sue opere sulla testimonianza vissuta in prima linea delle vicende della guerra e dell’assedio capitalistico che è subentrato alla violenza bellica con la nuova insidiosa coercizione mediatica che oggi logora la libertà della popolazione.
In “Map of the city” (2006) ad esempio l’artista riadatta la piantina posta all’ingresso di Dubrovnik al termine del conflitto: in aperta denuncia dell’invasione del turismo di massa che snatura ampie zone della città, sostituisce nella legenda informativa la segnalazione dei luoghi colpiti dai bombardamenti durante l’accerchiamento dell’armata jugoslava del ’91-’92 con l’indicazione delle nuove attività commerciali che ne impoveriscono il tessuto sociale. Nel 2012 Tolj è il principale animatore di “Srđ je naš!”, una manifestazione popolare di protesta sfociata in un referendum contro la costruzione di un campo da golf che avrebbe privatizzato il monte sovrastante Dubrovnik. In una mostra all’Art & Crafts Museum di Zagabria l’artista rielabora quest’esperienza disseminando palline da golf sulle sculture antiche della collezione permanente in un’ironica assimilazione del museo con il monte Srđ, entrambi campi da golf inappropriati dove l’imposizione di una destinazione d’uso incongrua limita l’originaria fruibilità di un bene pubblico. Immagini fotografiche delle sculture corredate di palline vengono poi abbinate agli slogan con cui i politici locali tentavano di mistificare la privatizzazione come sviluppo a vantaggio della collettività, stravolgendo il significato dei motti sportivi di cui si ammantavano i loro discorsi propagandistici.

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Stanco di lottare, nel 2013 Tolj si trasferisce a Rijeka a 600 chilometri da Dubrovnik dove lascia la sua famiglia e inizia una silenziosa battaglia privata contro la solitudine che ispira la serie fotografica intitolata “Ulica Branimira Markovića” dall’indirizzo del suo nuovo domicilio. Nelle stanze asettiche popolate da oggetti insignificanti e commoventi disegni fatti dalle sue figlie, l’eroe della contestazione Tolj incontra la fragile umanità di Slaven che combatte altrettanto strenuamente per la propria esistenza individuale e la difficile conciliazione tra sfera pubblica e privata rende l’uno il tallone d’Achille dell’altro, come suggerisce il laconico titolo di questa retrospettiva.