Roberto Capatti. La curiosità discreta di un fotografo intimista

Roberto Capatti

“Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi ed il cuore.
È un modo di vivere.”
(Henry Cartier-Bresson)

Roberto Capatti (classe 1959, nato a Jolanda di Savoia in provincia di Ferrara) ha scelto la fotografia come fedele compagna di vita fin dalla primissima adolescenza, quando intorno al 1970 ottenne in regalo dal padre la sua prima reflex, una Ferrania Eura usata. Affascinato dalle foto in bianco e nero con cui all’epoca lo zio Marino di Bologna ritraeva i parenti documentando la loro realtà di poveri contadini coinvolti nella bonifica del Delta del Po che in quegli anni trovava il suo assetto definitivo, comincia ben presto ad intuire come la fotografia possa essere strumento di analisi e conoscenza oltre che d’espressione. Animato dall’istinto e supportato tecnicamente dall’attento studio delle riviste di settore, intraprende la sua avventura fotografica con naturalezza, come se l’obiettivo fosse un mezzo per isolare i segreti frammenti di bellezza ed emozione che spesso nella nostra frenetica quotidianità passano inosservati.
Discostandosi da certe tendenze della fotografia contemporanea che ricercano l’effetto immediato, la crudezza espressiva o la perfezione patinata, Capatti si avvicina ai suoi soggetti con delicatezza, quasi timoroso di veder svanire l’irripetibile armonia di un istante che la sua acuta sensibilità riesce a cogliere. Non sono quindi gli attimi spettacolari quelli che ispirano la sua creatività, ma i tesori confidenziali che possono offrire al suo sguardo la vita familiare, le passeggiate nei centri storici delle città che visita o i paesaggi naturali dove ama vagabondare in cerca di animali da ritrarre. I suoi scatti registrano l’avvicendarsi della luce alle diverse ore del giorno, i cambiamenti meteorologici che nell’arco delle stagioni riescono a trasfigurare l’aspetto di un luogo o le impercettibili variazioni d’umore che un volto umano inconsapevolmente esprime. Estraneo all’enfasi e alla messa in posa, il suo metodo fotografico condivide con l’approccio documentaristico la paziente attesa dell’istante significativo che nel suo caso non si traduce nell’eclatante contingenza ma in un’armonia apparentemente fortuita di forme e colori. Se l’attimo è imprevedibile e fuggente, nulla è lasciato al caso nella sua traduzione in immagine: costantemente alla ricerca delle composizioni che la realtà offre allo sguardo di chi le sa riconoscere, Capatti costruisce attorno ad esse la più rigorosa delle inquadrature per renderle universalmente intellegibili.
Così il soffitto a grottesche di una fuga di portici bolognesi prosegue idealmente nella chioma di un albero che si intravede oltre la luce dell’ultimo arco, la parte superiore della facciata dell’ex chiesa di S. Lucia è esclusa dalla foto ma compare nel riflesso di un’auto parcheggiata lì davanti, una statua della Madonna issata su colonna trova idealmente il suo sacro baldacchino nel coronamento dell’abside che si scorge alle sue spalle.
A volte una foto sembra suggerire una storia, come quella dei due ragazzi rimasti in spiaggia nonostante l’imminente tempesta, della dama che raccoglie il timo lungo il sentiero di un’antica rocca o del padre che amorevolmente confronta la propria pancia con quella della nuora incinta. Oppure può essere una notazione sottilmente umoristica: due ragazzi di colore si mimetizzano tra le sculture lignee tribali che stanno vendendo al mercato, S. Petronio benedice la folla dall’alto della sua nicchia in surreale relazione con la maschera femminile che modella il peduccio collocato in perfetto asse con la sua venerabile testa, un putto del Giambologna sostiene un delfino a cui qualche buontempone ha offerto un mozzicone di sigaretta e sul quale per giunta si è posato uno ieratico piccione.
Al centro dell’interesse di Capatti sono sempre gli avvenimenti della vita e certe irripetibili coincidenze in cui si creano inedite relazioni compositive tra elementi in realtà a sé stanti, come avviene ad esempio nel dialogo tra due ragazzi accanto alla scultura Il Bacio di Guy Lydster o nell’ironica scala di neri costituita dalla tonaca di due religiose che ascoltano l’audioguida in una chiesa sullo sfondo di una lapide marmorea dello stesso colore. Le assonanze morfologiche e geometriche individuate dall’inquadratura e dalla scelta del punto di ripresa si prolungano quindi in impreviste simmetrie di atteggiamento tra i soggetti ritratti e le architetture o gli oggetti che li circondano. Nei suoi scatti tutto sembra essere vivo e ogni componente dell’immagine si offre nella sua dimensione più intima, rispecchiando la sorniona meraviglia con cui il fotografo esamina ciò che accade davanti ai suoi occhi. La sua presenza dietro le quinte, divertendosi ad osservare non visto, riesce a raggiungere la delicata condizione in cui l’accadimento è più vulnerabile e indifeso per trasformare la sua impalpabile apparizione in una rappresentazione artistica che ne conserva intatta la leggerezza. Ogni luogo trova quindi la sua anima nei volti e nelle attitudini delle persone che lo attraversano e che lo abitano, mentre le sculture e le immagini votive che costellano i centri storici italiani, quello di Bologna anzitutto, si umanizzano nel dialogo di sguardi e nell’analogia gestuale che intercorre tra loro e gli occasionali passanti, a loro volta ritratti in atteggiamenti emblematici che ne rivelano i più intimi moti interiori.

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Pierluigi Fresia. The Iceberg Theory

Nei lavori di Pierluigi Fresia lo sguardo si immerge in paesaggi rarefatti che dilatano il tempo e allentano i riferimenti spaziali in un indefinito continuum visivo: atmosfere nebbiose, dettagli ingigantiti fino a sembrare forme astratte, cieli nuvolosi, antri oscuri e  acque minacciose diventano superfici evanescenti in bilico tra il sogno e il ricordo. Questi soggetti, fotografati in raffinatissime scale di grigio e amplificati in monumentali inquadrature che non ammettono imperfezioni, sembrano prendere a pretesto le apparenze visibili della realtà per catturare il vuoto e l’assenza traducendoli in immagine. A questo modo la fotografia, anziché creare certezze riproducendo brani riconoscibili del mondo reale, genera sensazioni di dubbio e spaesamento ulteriormente accentuate dalla sovrapposizione di parole e frasi evocative che non hanno alcun nesso evidente con le informazioni visive sottostanti. All’evanescenza  degli scatti si aggiunge quindi l’imponderabilità di un flusso di coscienza ermetico che introduce nuove sfumature di senso alla soggettività insita nella scelta di un punto di vista che privilegia le insondabili ragioni interiori dell’artista.
Lo spettatore dunque non è invitato a decifrare e riconoscere ma ad attraversare le parole e a inoltrarsi nelle immagini per abitarle e completarle con il proprio universo emotivo, ricreando dentro di sé una condizione analoga all’ispirazione che ha preceduto lo scatto. L’opera viene così liberata da una chiave di lettura univoca e il suo autore rinuncia  alla propria soggettività per sospendere il reale e suscitare la percezione di tutte le sue possibili implicazioni. Lo scarto tra testo e immagine quindi non deve essere affrontato come frattura da ricomporre ma come spazio mentale in cui elementi narrativi e visivi convergono nel mistero di un’impalpabile profondità evocativa dove l’invisibile sussurra e l’indicibile diventa labile apparizione. Fotografare per Fresia è mettersi in ascolto per guardare oltre e l’efficacia poetica dell’immagine sta nella sua potenzialità di essere soglia e tramite tra il nostro mondo e ciò che sta al di là. Allo stesso tempo ogni opera riflette su se stessa ed esprime una precisa presa di posizione del suo creatore riguardo ai codici artistici e al pensiero che li sostiene, recando impresse le tracce della sua personale elaborazione del linguaggio creativo.
Nella mostra The Iceberg Theory l’artista esplicita il proprio approccio  alla pratica fotografica parafrasando il principio dell’iceberg teorizzato da Ernest Hemingway, secondo il quale in una narrazione i sette ottavi di ciò che lo scrittore conosce rimangono sommersi per consolidare la credibilità del racconto e solo un ottavo deve essere manifestato. Se il senso ha radici in ciò che non si vede, l’autore deve essere pienamente  cosciente di ciò che non dice pur evitando di esplicitarlo, altrimenti le sue omissioni risulteranno lacunose. Dal punto di vista concettuale il lavoro di Fresia evidenzia come la fotografia, nonostante la sua presunta obiettività, astragga dal flusso indistinto del tempo isolati frammenti di realtà restituendone un’immagine parziale e avulsa dal contesto originario. Proprio questa sottrazione fa emergere la costante mediazione che intercorre tra l’uomo e la vita reale mostrando come anche una composizione apparentemente neutrale, come un gatto che attraversa la strada, un viale alberato o lo zampillare di un getto d’acqua, si presti ai più disparati suggerimenti di senso.
Portando alle estreme conseguenze questa riflessione l’artista presenta in mostra una serie inedita di lavori in cui le parole vengono sostituite da figure geometriche colorate che si sovrappongono alle immagini fotografiche occultandone in parte la visibilità. Ancora una volta lo spettatore è invitato a interrogarsi sul nesso, in questo caso non narrativo, tra le due tipologie di elementi che si sottopongono al suo sguardo mettendo alla prova la propria capacità di elaborare associazioni concettuali e rimandi morfologici nel tentativo di ricostruire l’unità visiva e di senso dell’insieme. Anche qui la dichiarata assenza di una soluzione univoca e definitiva rimanda al sommerso in cui si smarriscono le nostre possibilità interpretative, facendo affiorare un’inaspettata omologia di funzionamento tra il pensiero logico con cui indaghiamo le forme e l’approccio emotivo con cui solitamente ci accostiamo ad un testo poetico o a un’immagine suggestiva.

Info:
Pierluigi Fresia
The Iceberg Theory
a cura di Angela Madesani
10 ottobre – 30 novembre 2015
Galleria Studio G7
Via Val d’Aposa 4/a, Bologna

Felix & Mumford. CodeX

Felix & Mumford

Dopo aver fatto tappa a Berlino, Aruba e Amsterdam il duo artistico Felix & Mumford (alias Claire Fons, Rotterdam e Gamal Fouad, Alessandria d’Egitto) prosegue a Bologna la serie di mappature di luoghi trasformati da processi di gentrificazione iniziata nel 2012. Invitati da Gallleriapiù, che inaugura con loro la sua prima residenza artistica, si sono focalizzati sul distretto culturale Manifattura delle Arti, ex zona industriale degradata, recentemente convertita in polo culturale dopo una radicale ristrutturazione. L’area, analizzata in un articolo accademico di Giorgia Aiello che sottolinea l’arbitrarietà di un processo di riqualificazione imposto dall’alto, appare un luogo privo di identità precisa, dove la programmatica inclusione della diversità e della produzione creativa non riesce ad integrarsi nel tessuto urbano della città. Se fino agli anni ’90 la zona era associata a tutti i possibili rischi dell’abbandono, oggi la concentrazione di istituzioni di cultura alta, come il MAMbo o la Cineteca, e di spazi frequentati da un pubblico di nicchia, come il circolo Arcigay Il Cassero o alcune gallerie private (tra cui Gallleriapiù), la rende interessante e vivace. Ciononostante un’indefinibile impressione di vuoto aleggia tra i palazzi rimessi a nuovo e i moderni edifici costruiti secondo standard europei e quest’intercapedine di non-detto esprime il disorientamento dei cittadini non adeguatamente coinvolti nello stravolgimento del loro quartiere e la percezione di segregazione spaziale dei gruppi sociali che vi sono stati trasferiti.
La ricerca antropologica e concettuale di Felix & Mumford vuole far emergere la sfuggente intersezione tra i segni di riqualificazione che compongono l’immagine ufficiale del quartiere (come la trama delle pavimentazioni, delle facciate e degli elementi architettonici decorativi) e gli angoli “sporchi” che sono stati trascurati dal rinnovamento urbano o riscritti sulle nuove superfici. Gli artisti hanno sistematicamente raccolto, classificato e selezionato i graffiti e le tag incontrati durante le loro ricognizioni del quartiere, registrandone l’esatta posizione in una mappa-catalogo che ne permette la rintracciabilità e suggerisce un percorso di indizi che, liberamente collegati tra loro, danno vita a imprevedibili e arbitrarie narrazioni.
Se i più attuali piani regolatori delle città tendono a omologare l’aspetto di certe tipologie urbane trascurando le peculiarità locali per adeguarsi ad astratti standard precostituiti, spesso l’ultima frontiera di resistenza contro la spersonalizzazione è rappresentata proprio dalla casuale stratificazione di note, commenti e interiezioni come estrema modalità partecipativa alla res publica. I valori evocativi o simbolici veicolati dalla strada riescono a catturare la memoria pubblica istantanea di un singolo o di un gruppo sociale che lasciando traccia del proprio passaggio in un luogo, contribuisce a definirlo.
Queste parole trovate, frammenti casuali di auto-coscienza e auto-rappresentazione, formano nel loro insieme lo specifico compendio geolocalizzato del dissenso e dell’imprevisto a cui il duo attinge per creare la serie di dipinti presentati in galleria. Riproducendo manualmente su tela i segni anonimi che compaiono sui muri combinati con frasi e parole chiave del testo di Giorgia Aiello su stesure di colore che richiamano i materiali caratteristici del quartiere, come terracotta, alluminio e plexiglass, gli artisti restituiscono la loro analisi visiva come paesaggio semantico. La raffinata eleganza del risultato riesce a coniugare e ricomporre con inaspettato equilibrio estetico i codici visivi del piano urbanistico ufficiale e quelli di una variegata controcultura che oscilla tra street art e vandalismo.
L’essenziale rarefazione di segni propria del linguaggio concettuale e l’estrazione dal flusso del reale degli elementi strettamente inerenti al tema d’indagine materializzano in un’immagine unitaria ed efficace il complesso intreccio di suggestioni che si scontrano in questo luogo, suggerendo un possibile punto di accordo per precisare la sua latitante identità.
Affascinati dalla tradizione accademica di Bologna e ispirandosi alla scuola di glossatori che tra XII e XIII secolo riscoprirono e reinterpretarono i classici del diritto romano, Felix & Mumford completano le opere in galleria e il percorso urbano individuato dalla mappa con glosse multimediali che attraverso l’utilizzo dei QR code arricchiscono ogni lavoro di ulteriori informazioni e narrazioni. L’espansione spaziale del loro lavoro, che coinvolge senza soluzione di continuità interno, esterno e virtuale, invoca un terreno comune di riflessione e di appartenenza che la ristretta e privilegiata élite dell’arte dovrebbe condividere con un pubblico più vasto per una percezione veramente obiettiva del mondo che ci circonda.

Info:
Felix & Mumford. CodeX
26 settembre-21 novembre
Gallleriapiù
Via del Porto 48 a/b, Bologna
Martedì e mercoledì 14.30-19.30, giovedì e venerdì 12.00-20.00, sabato 11.00-19.00