Giulio Vesprini. Forma G00

Vesprini Struttura 29 - G023

Il viaggio di Giulio Vesprini nell’universo delle forme astratte comincia con un diario su un’agenda Moleskine in cui raccoglie i suoi appunti visivi a matita sperimentando le diverse durezze della grafite in una serie di disegni ispirati al motivo della pietra lunare. La sagoma della gemma, che deve alla sua struttura lamellare la proprietà di rifrangere internamente la luce assumendo l’aspetto lattiginoso e luminoso che la caratterizza, diventa il pretesto per un’analisi grafica delle variazioni di segno e texture che una forma minerale può supportare. Le venature e le stratificazioni della pietra vengono liberamente interpretate come superfici geometriche in grado di generare autonomi pattern di riempimento che eludono la tridimensionalità alla ricerca di una sfaccettatura puramente ideale ed analitica. Come in un antico manuale di anatomia questa dissezione mentale dà origine a calibrate composizioni di linee che talvolta sembrano suggerire una derivazione biomorfa richiamando fasci di muscoli, i cerchi concentrici che indicano l’età del legno o misteriose aggregazioni di tessuti epiteliali al microscopio.
Spiritualmente affine ai padri dell’Astrattismo mondiale nell’intento di sintetizzare la realtà visibile in campiture geometriche autoreferenziali, Vesprini ne allenta il rigore reintroducendo l’eccezione e l’imperfezione che derivano dai limiti strutturali dei materiali e delle tecniche che utilizza o da imprevedibili sviluppi figurativi. Profondo conoscitore delle discipline tipografiche tradizionali e affascinato dall’idea di riproducibilità differente che comportano, enfatizza l’unicità di ogni opera con interventi a mano libera o collage. Nella serie Struttura, ad esempio, incentrata sulle variazioni armoniche di un cerchio rosso che incontra elementi lineari neri di diverso spessore e inclinazione, l’artista esplora raffinate e minimali combinazioni di stesure con densità e andamenti di volta in volta variati. La sequenza, nata in occasione di una mostra parigina come interpretazione grafica degli arrondissements della capitale francese, condensa  in ogni immagine l’impronta architettonica ed il vissuto sociale di ciascun distretto. Ogni opera è contrassegnata da un codice alfanumerico specifico che rilegge la topografia della città come controllata progressione dall’ordine essenziale dei quartieri più eleganti alla massima complessità della tavola dedicata all’XI arrondissement, teatro del recente attentato alla sede di Charlie Hebdo. Il linguaggio astratto che l’artista sceglie come proprio codice espressivo dunque, pur mantenendo la propria storica vocazione a presentare senza rappresentare, si apre alle interferenze della vita per creare nuovi dispositivi di pensiero carichi di risonanze emotive.

Info:

Giulio Vesprini – FORMA G00
25 settembre – 24 ottobre 2015
Galleria Portanova, 12
Via Portanova 12, Bologna

 

Maria Rebecca Ballestra e Julien Friedler. The Truth of the Labyrint

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Un viaggio sciamanico alla riscoperta del legame che accomuna gli esseri viventi in un unico destino, un percorso interiore alla ricerca di una consapevolezza più profonda, un incitamento a perdersi per esplorare nuove connessioni di senso, un testo filosofico che invita alla contemplazione e alla libertà di pensiero e la sfida di asservire l’armamentario concettuale dell’arte ad una riflessione esistenziale. The Truth of the Labyrinth è un progetto di Maria Rebecca Ballestra in 9 tappe, concepito nel corso della sua recente residenza in Arizona incentrata sull’esperienza del selvaggio e ispirato ai testi dell’omonima raccolta dell’artista belga Julien Friedler. La prospettiva del viaggio, da sempre centrale nel lavoro di Ballestra come strumento per conoscere e relativizzare differenze culturali spesso all’origine dei violenti conflitti d’interessi che infiammano la nostra contemporaneità, diventa spunto per affrontare tematiche ancestrali come il linguaggio, la memoria, il sacro, la morte, il corpo, l’immaterialità e il soverchiante mistero della natura.
Accogliendo l’invito alla contemplazione di Friedler, secondo il quale la percezione delle energie vive che abitano il nostro pianeta è condizione necessaria per costituire una moderna mitologia fondata sull’arte, Ballestra trasforma la sua permanenza nel Deserto del Sonora in un itinerario dell’anima concettualizzato attraverso la simbologia del labirinto.
La prima tappa racconta il suo immediato spaesamento di fronte alla Natura incontrollabile e imprevedibile, l’accettazione dell’impotenza e il superamento delle proprie barriere mentali nell’incontro con il sacro che pervade le più primordiali forme di vita. Un labirinto di spine dunque richiama i cactus che secondo gli indiani O’Odham custodiscono le anime degli antenati, un vortice di piume allude ai corvi imperiali che dall’alto avvertono gli orsi della possibile presenza di prede, mentre un ghirigoro circolare di parole rimanda al dedalo linguistico con cui l’uomo nomina le cose per districarsi dalla complessità dell’indifferenziazione originaria. Nella misura in cui la realtà viene organizzata in categorie precostituite diventa più fragile l’identificazione dell’essere umano con la natura: anziché riconoscersi parte di essa, l’uomo tende a porsi come soggetto che si relaziona con un altro da sé trasformato in oggetto delle sue azioni e pulsioni.
Mettersi in gioco e percorrere il labirinto diventa quindi un viaggio iniziatico verso il suo punto nero centrale, la Morte, per tornare ad essere Uno con il Divino in tutte le sue manifestazioni e attraversare paesaggi ormai misconosciuti dello spirito. Presupposto fondamentale di questa rigenerazione è un radicale azzeramento delle abituali sovrastrutture mentali per riscoprire la terribile bellezza della Universo come venne celebrata dal poeta ambientalista americano John Robinson Jeffers che definì la propria poetica con il termine di “inumanesimo”. Inhumanism è quindi la parola che anche Maria Rebecca Ballestra incide su alcune pietre naturalmente levigate in un tacito monito a riflettere sulla transitorietà delle azioni umane di fronte alla persistenza di una Natura potente e distante.
Sviluppando le implicazioni della metafora del labirinto ed esplorando i possibili approdi della filosofia naturalistica, la seconda tappa del progetto è incentrata sul labirinto virtuale delle informazioni telematiche. Assimilando la tecnologia digitale al sistema nervoso dell’uomo, entrambi incapaci di discernere tra simulacro e realtà quando collegano i dati a loro disposizione per costruire una rete di senso, l’artista costruisce una parete modulare di piastrelle che riproducono un diagramma delle sinapsi cerebrali associate ad alcune parole chiave. La connessione, perfetta nel proseguimento del motivo su ciascun modulo, risulta in realtà interrotta dallo spazio che lo separa dagli altri, instillando il dubbio sulla sua reale efficacia nel generare una verità assoluta.
Dai labirinti si fecero affascinare anche Italo Calvino, Roland Barthes e Jorge Luis Borges e le lunghe conversazioni sull’argomento che intrattenne con loro hanno indotto Franco Maria Ricci a realizzarne uno di piante di bambù nel parco della Masone nei pressi di Fontanellato. Facendo omaggio a questa suggestiva opera architettonica naturale, Maria Rebecca Ballestra propone come tappa conclusiva della mostra il suo personale labirinto di bambù e parole. Alle canne di bambù, simbolo orientale di crescita spirituale per la perfezione del loro slancio verso l’alto, vengono associati alcuni frammenti del poema Sulla Natura di Parmenide di Elea e del testo La veritè du Labyrinte di Friedler e un video in cui Carl Gustav Jung disquisisce sul tema di Dio e della morte. Addentrandosi nella distinzione Parmenidea tra verità assoluta e opinione fallace e nel paradosso della negazione del mondo fenomenico e tangibile che implica, l’artista evoca il turbamento, la perplessità e la solitudine dell’uomo che forse non arriverà mai a comprendere pienamente la ciclicità della vita, l’immanenza del Divino nell’Universo e la sua eternità.

Info:
Maria Rebecca Ballestra e Julien Friedler, The truth of the labyrinth
5 settembre – 31 ottobre 2015
Galleria Spazio Testoni
Via D’Azeglio, 50 Bologna
martedì-venerdì 16.00 – 20.00, sabato 10.30 – 13.00 e 16.00 – 20.00
domenica, lunedì e altri orari su appuntamento

Steve McCurry. Photographs from the East

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Fino al 10 ottobre il Museum für Gestaltung-Schaudepot di Zurigo dedica un’ampia retrospettiva al lavoro di Steve McCurry riunendo più di 130 scatti fotografici, realizzati tra Afghanistan, India, Pakistan, Tibet e Sri Lanka, che raccontano gli ultimi 27 anni di attività di uno dei più influenti fotoreporter dei nostri giorni.
Autore della copertina del National Geographic in assoluto più famosa, che ritrae una ragazza afghana con l’orrore della guerra impresso negli occhi verdi sbarrati di fronte all’obiettivo, McCurry descrive se stesso come un fotografo che vive “sull’orlo dei conflitti”. Da sempre interessato a documentare con scatti di intensa e indiscussa bellezza persone e paesaggi lacerati dalle guerre e civiltà sul punto di scomparire a causa della globalizzazione, ottenne fama internazionale nel 1979 quando, travestito da Mujahedeen, riuscì a contrabbandare le prime immagini dell’invasione sovietica in Afghanistan. In questa serie in bianco e nero si evincono già alcuni aspetti fondamentali del suo lavoro, come la fascinazione per un’umanità quasi biblica che sembra appartenere ad un passato ormai lontanissimo e la perfetta orchestrazione di immagini che bastino da sole a raccontare un luogo e una storia. La maggior parte dei suoi scatti hanno come protagoniste le persone che ha incontrato durante i suoi numerosi viaggi in Asia, avvicinate con rispetto in attesa del momento pregnante in cui i loro volti lasciano trasparire la profondità dell’anima e il loro spesso tragico vissuto personale. La disarmante crudezza di questa rivelazione individuale viene quindi amplificata e trasfigurata in visione lirica da un’estetica sontuosa che permea di sé ogni dettaglio rendendolo perfetto senza essere artificioso, in una narrazione che diventa epica contemporanea del cammino dell’Uomo incontro al suo destino.
Contrariamente a quanto accade oggi nella società occidentale, in Oriente la popolazione appare compenetrata di religiosità anche nelle più semplici scene di vita quotidiana, dove il misticismo dei suggestivi templi e moschee che si vedono sullo sfondo si riverbera negli abiti tradizionali indossati dalle persone e nella ritualizzazione dei loro gesti. Questo mondo atavico oggi convive e si scontra con le infiltrazioni del progresso tecnologico e del consumismo provenienti da Ovest, generando nuovi stridenti contrasti identitari che contribuiscono a minare equilibri già instabili.
Un padre stringe a sé il figlio assieme al kalashnikov, alcuni uomini si accovacciano sulle rovine delle proprie abitazioni distrutte dai bombardamenti, una vedova mendica in strada, due donne nascoste dal burqua viaggiano assieme ai loro bambini nel bagagliaio di un auto, due ragazzine si riparano dai monsoni sotto una ciotola, un monaco tibetano beve Coca-Cola seduto al tavolino di un bar fatiscente.
La risposta di McCurry alle tragedie di violenza, povertà, sottomissione e abbandono che documenta nei suoi scatti sta nel difficile equilibrio con cui riesce a conciliare un’impietosa presa diretta della realtà con tutte le suggestioni estetiche della sua ineccepibile padronanza del mezzo fotografico. Destinate a rimanere icone di stile imponendosi allo stesso tempo alla nostra coscienza collettiva, le sue immagini restituiscono dignità ai soggetti ritratti ammantandoli di grandezza senza scivolare in facili accentuazioni emotive. Lo sguardo critico ed eticamente impegnato del reporter quindi non impedisce all’artista di lasciarsi soggiogare dalle irripetibili combinazioni di luce, colori e forme che riesce ad astrarre dal caos della casualità, condensandole in visioni potenti dove le storie particolari diventano universali.
Da una coppia di pellegrini intenti a nutrire i colombi bianchi che tradizionalmente vivono di fronte alla moschea blu di Mazar-i-Sharif sembra dunque levarsi un vibrante inno alla pace, mentre il faticoso lavoro dei pescatori dello Sri Lanka, aggrappati a esili trampoli di legno oscillanti sulle onde, racconta dell’eterna lotta per la sopravvivenza che accomuna ogni popolo. Un gruppo di donne di fronte ad una bancarella di scarpe sportive al mercato di Kabul, ritratte di spalle e racchiuse nelle forme quasi coniche dei loro burqua colorati, apre una breccia discreta e ironica sulla condizione femminile in Afghanistan.
Se per McCurry la vocazione della fotografia è cogliere l’attimo irripetibile in cui si rivela un aspetto della vita che potrebbe altrimenti passare inosservato, i suoi scatti arrivano all’essenza delle persone e dei luoghi immortalati per restituirla nella forma assoluta di una Storia che non teme il passare del tempo e il mutare delle circostanze.

Info:
Museum für Gestaltung-Schaudepot
Toni-Areal, Pfingstweidstrasse 96, Zurich
Martedì-Domenica 10.00-17.00, Mercoledì 10.00-20.00