Le Nevralgie Costanti. 43 Sintomi

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Dopo la pausa estiva riaprirà ancora per qualche giorno alla Blu Gallery 43 Sintomi, personale di Mirko Rossi (Nogara, 1978) in arte Le Nevralgie Costanti, un percorso di 43 disegni che esorcizzano la dolorosa sindrome esistenziale di un corpo ridotto a contenitore di mostruosità aliene. Poco più che manichini disarticolati, fragili figure femminili atteggiano le loro membra in eleganti pose che richiamano le immagini delle riviste di moda esibendo lacerazioni, organi interni ribaltati in superficie e rigogliosi grovigli di escrescenze pseudo organiche. Nulla in questi organismi sembra avere una funzionalità precisa; la pelle è solamente allusa perché può indifferentemente squarciarsi, lasciando intravedere insondabili buchi neri o intrecci di tessuti biologici, oppure assottigliarsi fino a scomparire rivelando parte dei meccanismi molli e infecondi che contiene. Se qualche forma di vita può esistere, in questo scenario da deserto post umano, è proprio nelle embrionali carnosità di quegli organi illogici, ancestrali e pulsanti centri nevralgici da cui la sofferenza ha origine. Consumati e al tempo stesso animati dagli impulsi dolorosi, i corpi si rivestono delle loro emanazioni che diventano tentacoli, corna, capelli, fasci di nervi, reticoli di vene o lacrime sanguinanti.
Sottili tratti a china registrano la lenta espansione del malessere in una narrazione minuziosa che si trasforma in raffinato automatismo decorativo, opponendo il brulicare di un fantasmagorico horror vacui al fondo asettico di fronte al quale sono sospese le figure.
Memori della visionarietà mistica di Moebius, dell’inquietante stile biomeccanico di Giger e di certe preziosità della storia dell’arte come alcuni dettagli delle opere di Moreau o Klimt, i personaggi creati da Le Nevralgie Costanti vivono della propria alienazione che risucchia ogni loro forza assieme allo sguardo dello spettatore. Lo straniamento visivo che deriva dall’improvviso giustapporsi di profondità e bidimensionalità rende equivalenti ed interscambiabili i pieni e i vuoti, entrambi coinvolti nella stessa fantascientifica metamorfosi e disponibili ad accogliere la gestazione di mostruosità aliene forse più innocue della follia umana.

Info:

Le Nevralgie Costanti, 43 Sintomi
a cura di Chiara Ioli
Blu Gallery
Via Don G. Minzoni, 9 Bologna

Paolo Chiasera Il paradosso del museo come avanguardia

Tupac

Erigere monumenti destinati alla distruzione, appiccare roghi, mascherarsi all’interno di un museo, ripercorrere le colline attorno a Totnauberg sulle tracce di Heiddeger, allestire mostre nello spazio fittizio di una tela. La poliedrica creatività di Paolo Chiasera si addentra nelle implicazioni fisiche e metaforiche del museo invitandoci a considerare criticamente il luogo di coesione di una comunità artistica internazionale sempre più caratterizzata dal predominio di potenti e carismatiche figure individuali. Se, come diceva Aristotele citato da Chiasera in una recente intervista, un’azione “è ciò che essa è rispetto allo scopo che le compete”, compito dell’artista è manifestare un’idea epurandola da tutto ciò che la può confondere e renderla accessibile nella sua apparenza visibile. A prima vista ermetiche, le sue opere rifiutano la concettosità esponenziale che accomuna certe estreme derivazioni del concettualismo nato negli anni ‘60 per aprire una nuova strada inaspettatamente diretta che raggiunge il concetto attraverso l’immaginario. Ogni suo lavoro propone livelli di lettura stratificati che scompongono il significato nelle varie tappe del percorso cognitivo attraverso il quale l’artista arriva a determinare la forma in grado di riflettere i processi sotterranei che determinano la significazione nella cultura contemporanea. L’opera spesso cambia stato, appare come la registrazione di un momento concatenato ad altri in una serie di trasmutazioni in cui ciclicamente si avvicendano costruzioni, decostruzioni e ricostruzioni che inseguono la costante evoluzione del linguaggio e del significato con il mutare del contesto.
Con Tupacproject (2005) ad esempio, Chiasera indaga le possibilità di costruire un monumento contemporaneo in grado di interagire con l’ambiente circostante, riflettendo al tempo stesso sulla necessità di un luogo appropriato e di una determinata materialità affinché un oggetto assuma funzione celebrativa. Il progetto consiste nella costruzione di una statua in calcestruzzo a grandezza naturale montata su un basamento alto 5 metri del rapper Tupac Amaru Shakur, ucciso a Las Vegas nel ’96 in uno scontro a fuoco tra gang rivali. Inizialmente posizionato all’esterno del MARTa Herford Museum in occasione di una mostra intitolata (my private) Heroes, ha successivamente abitato a Bologna sotto il ponte di via Libia, in una scuola superiore multirazziale dell’East London per poi tornare definitivamente a Herford su richiesta di Frank Gehry. Misurandosi con le proporzioni classiche della statuaria senza adottarne alcuni accorgimenti come il progressivo aumentare delle dimensioni verso l’alto per ovviare alla distorsione prospettica della vista dal basso, il monumento a Tupac innesca una sottile riflessione sulla percezione architettonica come combinazione di abitudini culturali e intuizione empirica. La scelta del calcestruzzo, cromaticamente simile al marmo ma molto più vulnerabile suggerisce una modalità di celebrazione della memoria in cui la dissoluzione finale diventa il presupposto della sua reale assimilazione in nuovi possibili processi costruttivi. L’altezza del piedistallo inoltre, se da un lato enfatizza il distacco tra l’eroe ed il pubblico ricostruendo artificialmente la distanza storica che ancora manca per una considerazione critica del personaggio, dall’altro costituisce un allettante invito rivolto ai passanti ad appropriarsi del monumento con scritte e graffiti, creando un dialogo destinato a proseguire su un sito web appositamente creato.
Il tema della coscienza storica ed il ruolo del museo nella sua formazione e trasmissione è l’idea centrale di The Trilogy (2006), una serie di lavori nati come investigazione della possibilità di rifondare la mitologia storica di Vincent Van Gogh, Cornelius Escher e Pieter Brueghel. In tre video Chiasera indossa maschera e abiti dei tre artisti del passato impegnati in altrettanti viaggi immaginari: Vincent scala le pendici del monte Etna, Cornelius si infila in un recipiente simile ad una bara al MAMbo di Bologna, attraversa la montagna di legno allestita da Hans Schabus alla 51° Biennale di Venezia per riemergere sul tetto del MARTa Herford, Brueghel visita le catacombe di Genova. L’aura carismatica di questi personaggi, che li ha resi protagonisti anche della cultura di massa in un impoverimento delle loro identità proporzionale alla diffusione consumistica delle loro opere, innesca con lo spettatore una sfida a discernere i confini tra la sua percezione del passato, l’affidabilità della memoria e la reale storicità di queste figure.
La reale comprensione di un’opera d’arte si può raggiungere solo attraverso lo studio comparato di fonti differenti e mediante il continuo confronto, come suggeriscono i suoi Exhibiton Painting, mostre create nello spazio rappresentativo di una tela che accostano lavori di artisti contemporanei e del passato ad altri non ancora realizzati. Se una mostra è un pensiero che collega le opere per costruire un possibile senso del mondo, Chiasera estende la pratica curatoriale alla pittura, intesa come libero spazio di immaginazione ed emancipazione dai limiti linguistici, concettuali e fisici che spesso condizionano l’organizzazione di una retrospettiva museale. La raffigurazione pittorica di opere altrui in questo caso non vuole essere una citazione ma il presupposto per la creazione di un dialogo a cui l’osservatore è invitato a partecipare completando mentalmente l’esperienza della mostra.