Giancarlo Bononi Ut pictura poesis

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Dal Rinascimento italiano fino al primo Ottocento la formula oraziana Ut pictura poesis indicò la dottrina del paragone tra arti visive e letteratura: per le auctoritas antiche se la pittura riusciva a rendere sentimenti e concetti astratti nella concretezza della materia, la poesia poteva suscitare nell’ascoltatore immagini mentali fedeli come un dipinto all’oggetto della sua descrizione. Parafrasando Orazio, il titolo di questa mostra evidenzia la complessità dell’approccio di Giancarlo Bononi al medium fotografico richiamando idealmente alcune delle sue tematiche predilette.
I suoi scatti della serie Caravaggio e Trinacria sono infatti concepiti come quadri di figura in cui la tecnica di stampa impercettibilmente traslucida e la profondità degli sfondi sui quali si stagliano i personaggi ricordano le velature della pittura ad olio. Ogni presenza trova la giusta collocazione e posizione secondo gli antichi canoni della composizione, le carni assorbono la luce che scolpisce i volumi dei corpi e la rilasciano lentamente diventando un’ulteriore fonte luminosa. I panneggi che enfatizzano le forme hanno colori cangianti allusivi alla preziosità dei tessuti e gli oggetti che abitano la scena sono ritratti come lussuosi brani di natura morta.
La sfida è orchestrare nell’istantaneità di una posa un gruppo di personaggi i cui corpi e le loro parti occupano lo spazio in modo da crearne le linee di forza, assolvendo al tempo stesso al proprio compito in funzione della narrazione. La struttura ideativa e compositiva dell’immagine racchiude infatti una storia in cui i movimenti, i gesti e le attitudini dei soggetti raffigurati sono concatenati nello spazio in una simultaneità concentrata che racchiude ciò che è avvenuto e ciò che sta per avvenire. Il tempo diventa denso e l’azione si svolge in una dimensione latente che persegue un difficile equilibrio tra la riconoscibilità delle fonti iconografiche incarnate in contemporaneità immanente e la sublimazione di un’umanità di impertinente bellezza sospesa tra i modelli della storia dell’arte e le icone del nostro tempo. La fotografia plasma il reale trasformandolo in una poesia muta in cui analogie, paragoni, metafore e tutti gli espedienti retorici che mirano a rafforzare l’espressione narrativa vengono traslati nel proprio equivalente visivo.
Nella serie dedicata a Caravaggio, ad esempio, un Davide androgino recide con una cesoia la vita di Golia rappresentata da un turgido grappolo d’uva, mentre Narciso si lascia sedurre dal desiderio di sé leccando la propria immagine riflessa in un lago di cioccolata fusa. Come alle soglie del Seicento la luce colpisce il soggetto principale scolpendo nella fluidità del tempo un istante preciso che intensifica l’effetto complessivo in senso drammatico. Così ne La Morte della Vergine un’accolita postmoderna di astanti circonda la protagonista esprimendo le sottili variazioni del turbamento -dalla pietà alla fascinazione- come emanazione delle sue piaghe splendenti o nella Vocazione di S. Matteo un fascio luminoso è la rivelazione che folgora l’esattore e smaschera i cattivi consiglieri acquattati nell’ombra.
L’amore per l’arte e la cultura del passato ha guidato Bononi nella sua ricerca di bellezza assoluta, riscoprendone le radici nella mitologia classica, archetipo vitale che per l’autore continua a plasmare il nostro immaginario. Nasce così il ciclo Trinacria, una serie di scatti in cui il corpo umano emerge dal buio in una folgorante visione apollinea che ne esalta l’atemporale armonia, mentre anche i residui di contemporaneità inscritti nei corpi, come tatuaggi, fisionomie e acconciature, rinnovano l’ineffabilità del mito nel qui e ora fotografico. Ercole quindi viene accarezzato dalla luce che si sofferma su ogni dettaglio del suo fisico muscoloso offrendosi nell’oblio del sonno al trionfo dello sguardo dello spettatore, mentre Trinacria piega le sue membra fino a formare un’ipnotica triscele senza tradire alcuno sforzo.

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Salvo Ligama. 8 bit Un mondo a pixel

Salvo Ligama Eucarestia 2014

Uno dei tratti distintivi più evidenti della contemporaneità è l’inarrestabile espandersi della virtualità  computerizzata che nasce dal potere della rete di animare cose e immagini in un’illusione di realtà sempre più sofisticata.  Connessioni e congegni prodotti da processi logici e matematici si sono capillarmente insinuati nelle nostre abitudini percettive e comunicative cambiando radicalmente le modalità di approccio al mondo. Il voluttuoso regno digitale, che da un lato promette l’istantanea acquisizione di qualsiasi tipo di dato e sembra aver realizzato il prodigio della “presenza nell’assenza”, ha come presupposto una costitutiva presa di distanza che sostituisce l’accesso diretto alle cose con una negoziazione mediata.
Come si conciliano i tempi lunghi della pittura e la soggettività dei punti di vista che implica con l’indiscriminata e impersonale compresenza delle immagini virtuali che affollano la nostra quotidianità? Quale deve essere oggi il referente della sua rappresentazione e quale codice linguistico deve adottare per rilevare l’inestricabile intreccio di illusorietà e pragmatismo che caratterizza i nuovi modi di pensare la realtà nell’era digitale?
Da questi interrogativi quanto mai attuali prende avvio l’indagine di Salvo Ligama, giovanissimo artista siciliano che dopo aver partecipato a numerose esposizioni collettive ottenendo importanti riconoscimenti di critica, presenta alla galleria Portanova 12 la sua prima personale.
Nel suo lavoro, incentrato su silenziosi teatri d’oggetti che l’artista dispone nel suo studio per poi fotografarli e dipingerli a partire da un bozzetto digitale, la restituzione del visibile passa attraverso una scomposizione cromatica dell’immagine in pixel ingranditi che nega alla radice l’illusoria aderenza al vero dell’immagine virtuale, irridendone la spasmodica ricerca di una risoluzione massima. La scomposizione e la dissoluzione sono quindi strumenti di avvicinamento al soggetto che gli permettono di attingerne le proprietà essenziali per poi ricostruirlo in una nuova struttura che interpreta la profondità come sfaccettatura. Come gli oggetti sognati del Surrealismo questi brani di natura morta contemporanea, che guardati a distanza o con la mediazione di un obiettivo digitale ritrovano con la ricomposizione retinica la terza dimensione, si collocano nella zona liminare dell’inconscio, questa volta tecnologico.
Sul supporto pittorico la materializzazione dell’inconsistente epidermide telematica si confronta con gli spessori e le imponderabilità di una manualità non reiterabile che rilancia la sfida al mimetismo con l’inserimento di alcuni elementi dipinti a trompe l’oeil. Nascono così ulteriori implicazioni visive e percettive che l’artista padroneggia e raccoglie in composizioni di bilanciata nitidezza che dichiarano la loro discendenza dalla grande pittura dei secoli passati.
Il ripensamento dello statuto linguistico della pittura secondo i nuovi canoni di smaterializzazione e simultaneità suggeriti dalle nuove tecnologie non intacca in Ligama la sua vocazione a riflettere sull’uomo e sulla sua storia, facendosi portatrice di interrogativi universali e delicate suggestioni emotive.
Così una famiglia di coccinelle che si dirige verso un pane digitale diventa l’Eucarestia, uno schieramento di soldatini giocattolo combatte giganteschi frutti quadrettati ne La resa dei conti e  una bambola dagli occhi sgranati attaccata dalle vespe esprime l’impotenza delle donne vittime di violenza.

 

Xing Danwen. Ambiguità e utopie del contemporaneo in Cina

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Xing Danwen nasce nel 1967 (un anno dopo l’inizio della Rivoluzione Culturale) a Xi’An, antica città della Cina nord-occidentale lungo la Via della Seta, dove studia pittura all’Accademia di Belle Arti prima di dedicarsi, autodidatta, alla fotografia. Cresciuta in parallelo ai radicali cambiamenti apportati al Paese dal regime che poi tradì gli ideali di uguaglianza e partecipazione popolare al governo di milioni di individui con disastrose conseguenze sociali ed economiche, nel 1995 fa riemergere il clima di quel periodo nella serie di scatti intitolata Born with Cultural Revolution. In queste immagini in bianco e nero, dove una donna incinta posa nuda sullo sfondo della bandiera a cinque stelle della Repubblica Popolare Cinese e di alcuni ritratti del Presidente Mao, l’artista rievoca il mondo perduto delle sue origini. In linea con spirito dei tempi i suoi genitori, ingegneri in una società energetica statale, scelsero di chiamarla Danwen, che significa “cultura rossa”. Mentre il capitalismo di stato a partito unico si trasformava in dittatura, proprio dal radicale impulso al rinnovamento propagandato dal Grande Timoniere in lotta contro contro le ritualità, la cultura, le abitudini e le idee del passato, la fotografa ha tratto il desiderio di unicità e libertà che anima il suo lavoro.
Nel 1989 con la prima macchina fotografica acquistata ad Hong Kong in un mercato di strada, documentò le proteste studentesche inneggianti alla democrazia che sfociarono nella sanguinosa repressione di Piazza Tien’anmen. Negli anni successivi Xing si trasferì, assieme al marito tedesco dipendente della Lufthansa Airlines, nell’East Village di Beijing, un distretto abitativo in cui i giovani artisti della nascente avanguardia cinese condividevano uno stile di vita bohèmienne ispirandosi all’omonima mecca artistica newyorkese degli anni ’70 e ’80. Completamente diverse le tematiche della loro sperimentazione, che attraverso una performance con risvolti spesso cruenti e improntata dall’uso provocatorio della nudità, sfidava il sistema attirando la reazione coercitiva delle autorità governative, che nel 2001 fecero radere al suolo il quartiere per sostituirlo con un grande parcheggio. Testimone e protagonista di quel delicato periodo di transizione in cui la scena artistica locale si apriva agli impulsi provenienti dall’esterno e ambiva ad evadere gli angusti confini imposti dal regime, Danwen ha quotidianamente fotografato i suoi amici artisti nella serie A personal diary – China avant-garde in the 90’ . Preziosa testimonianza della cosiddetta “New Wave” che il governo disperse con arresti e punizioni esemplari, questa collezione di  350 foto scattate fra il 1993 e il 2003 racconta la sua esperienza underground in un potente affresco dei fermenti clandestini che trasformarono irreversibilmente l’arte contemporanea cinese ponendo le basi per il suo riconoscimento a livello globale.  Dai primi scatti in bianco e nero a impronta documentaristica, l’artista introduce progressivamente il colore trasformando l’iniziale nostalgia in una critica sociale più viva, esteticamente debitrice in questa fase allo stile di Nan Goldin, in un’avventurosa scoperta delle potenzialità espressive del medium fotografico. Si precisano a questo punto anche gli interrogativi fondamentali della sua ricerca artistica, incentrata sull’indagine delle conflittualità che caratterizzano la società cinese odierna: la coesistenza di globalizzazione e tradizione, le problematiche ambientali create dallo sviluppo, la difficile identità femminile della generazione nata dopo il ’60, il dramma dell’incomunicabilità e della solitudine nelle grandi metropoli.
Nel corso degli anni le sue immagini fotografiche acquisiscono una straniante perfezione formale che si avvale del perfetto controllo della rielaborazione digitale: l’artificio, che sembra escludere la partecipazione inquietano per la loro spietata freddezza.
Nella serie Duplication (2003), realizzata in una fabbrica di giocattoli, Danwen ritrae accumuli di parti di bambole prima dell’assemblaggio, creando surreali assembramenti di teste infantili, braccia e volti identici che sembrano evocare l’Olocausto o l’infanticidio femminile in Cina. L’eccellenza standardizzata derivante da un modello di progresso universale che ha rivoluzionato gli ideali estetici della contemporaneità emerge qui come sottile forma di clonazione che annulla l’individuo promuovendone l’omologazione in categorie socialmente accettabili e, per questo, più facilmente controllabili.
Sulla globalizzazione di un paesaggio urbano sempre più refrattario alle esigenze umane è invece incentrato il progetto Urban Fiction (2004-2008), in cui l’artista inserisce attraverso la rielaborazione digitale personaggi veri, spesso interpretati da lei stessa, all’interno di fotografie che riproducono modellini di abitazioni di lusso utilizzati in Cina per promuovere lo sviluppo immobiliare. Apparentemente lo spazio personale e le potenzialità individuali si espandono con la crescita del reddito, ma negli armoniosi cubi abitativi progettati per celebrare il nuovo nelle grandi metropoli  si annidano gli orrori del consumismo contemporaneo: solitudine, violenza, disperazione e corruzione. In un mondo perfetto progettato per esprimere uno stile di vita elevato si consumano suicidi, tradimenti e fobie nella completa indifferenza degli occasionali astanti, senza che i fatti più cruenti riescano a turbare l’alienante perfezione di un ordine che impone dall’alto il suo idilliaco pugno di ferro.
Affermata a livello nazionale e internazionale, Xing Danwen è presente nelle più importanti collezioni museali come il Metropolitan Museum of modern Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi o il Victoria and Albert Museum di Londra ed è rappresentata in Italia dalla galleria Officine dell’Immagine di Milano, che le ha recentemente dedicato la sua prima personale italiana intitolata Utopia.