Giancarlo Bononi e Giuseppe Secchi. Percezione visiva

Percezione visiva

«Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro».
(Laszlo Moholy-Nagy)

La fotografia nella sua alterna oscillazione tra i due poli contrastanti dell’aderenza alla realtà e dell’astrazione delle sue forme visibili si è storicamente posta come uno sguardo sul mondo che passa attraverso la doppia mediazione del punto di vista dell’autore e del mezzo tecnologico inteso come strumento in grado di produrre registrazioni e memorie autonome. La nostra contemporaneità, basata sulla comunicazione e letteralmente “avvolta” nelle immagini grazie alla loro rapida e talvolta indiscriminata circolazione sul web, rende quanto mai attuale una riflessione sulle diverse potenzialità di percezione visiva offerte dalla fotografia e sulle possibili interpretazioni della rielaborazione digitale. Questa mostra propone due differenti ipotesi di approccio all’immagine attraverso le opere di Giancarlo Bononi e Giuseppe Secchi, amici di lunga data che hanno deciso per la prima volta di esporre assieme in questa sede dopo anni di dialogo e di scambio appassionato sul tema della fotografia.
Giancarlo Bononi presenta alcuni scatti inediti realizzati a New York in cui le geometrie dei grattacieli ripresi dal basso, le luci delle insegne pubblicitarie e il passaggio casuale delle persone diventano composizioni di nitida bellezza in cui l’occhio si può avventurare in sorprendenti profondità di campo alla scoperta di dettagli che forse sfuggirebbero all’osservazione dal vivo. Il suo approccio fotografico è infatti caratterizzato da una costante ricerca di perfezione ed equilibrio, da un’ambizione al bello espressa da una luce che struttura le forme e ne arresta la transitorietà in un attimo che diventa scultoreo. Nel suo lavoro l’esercizio di osservazione del soggetto che prelude allo scatto diventa una forma di costruzione dell’immagine che elimina dal campo visivo ogni elemento che non sia strettamente necessario, in un bilanciamento di pieni, vuoti, ombre e luci che rivela la sua dimestichezza con i capolavori della storia dell’arte. Così un lembo di tessuto rosso in controluce si accende di raffinate suggestioni caricandosi di un’imprevedibile sensualità, mentre un elegante torso di donna si staglia contro il fondo nero come moderna reincarnazione di un frammento di statuaria classica. Esplicitamente ispirati alla mitologia sono infine gli scatti della serie Trinacria che celebrano l’ordine e l’armonia del corpo ritratto nel pieno della giovinezza e del vigore rivisitando il concetto classico di divinità come immortale sublimazione dell’umano.
Diametralmente opposte al trionfo dello sguardo ricercato da Bononi, le opere di Giuseppe Secchi del ciclo Immagini di un’esistenza propongono suggestivi scorci architettonici che attraverso la rielaborazione digitale vengono liberati dai loro referenti materiali per rivivere nel non-luogo del progetto e della rappresentazione mentale. Rifacendosi alle teorie sull’immaginazione e sull’immaginario di Jean Paul Sartre, il fotografo nei suoi scatti accetta la sfida di negare la consistenza del dato reale per far emergere dal visibile le imponderabili forme della coscienza che sfuggono agli organi di senso.
Appartenere al mondo per lui significa sospendere il pensiero razionale ed entrare in risonanza diretta con l’oggetto osservato per raccontarne le suggestioni attraverso procedimenti di alterazione cromatica, sfocatura e sovrapposizione. Il suo sguardo randagio esplora il mondo in cerca di impercettibili meraviglie catturando le cose in una visione rarefatta e al limite dell’immaterialità in cui le sensazioni diventano storie aperte ad ogni possibile interpretazione.

INFO:

Percezione Visiva

28 marzo-15 aprile

Caffè Letterario della Biblioteca Laudense

Via Fanfulla 3, Lodi

 

 

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Flavio De Marco Marina

Flavio De marco, Paesaggio, 2014, acrilico su tela

Fino al 21 marzo sarà visitabile allo Studio G7 Marina, personale di Flavio De Marco incentrata su una serie inedita di dipinti e disegni realizzati in varie località del Mediterraneo. La mostra nasce come emanazione del progetto Stella esposto nel 2014 alla GNAM di Roma in cui l’artista presentava il suo progetto di isola artificiale concepita come Superluogo ipertecnologico mediante un sofisticato repertorio di rappresentazioni di paesaggi reali e citazioni della storia dell’arte. Il tema del paesaggio è affrontato come approccio culturale al problema del rapporto uomo/natura in relazione ai radicali mutamenti percettivi innescati dalla multimedialità, indagando lo sguardo storicizzato dell’uomo occidentale contemporaneo che si approccia alla natura anche attraverso il filtro mentale dei suoi stereotipi stratificati. La superficie dipinta diventa quindi uno spazio critico in cui la finestra albertiana si converte in schermo e monitor, trasformando il luogo dell’artificio nell’orizzonte mentale entro il quale l’artista sceglie di abitare e progettare il suo linguaggio. L’analisi razionale e l’ispirazione istintiva si alternano nei differenti registri stilistici che spesso convivono e si sovrappongono sul medesimo supporto: pittura gestuale, campitura bidimensionale, acquarello, pastello o collage che individuano brandelli di paesaggi e interfacce grafiche dei sistemi operativi informatici . In Marina le vedute che l’artista ritrae non vengono rappresentate in modo diretto ma sono pretesti di sperimentazione linguistica attraverso i quali verifica le possibilità del suo alfabeto di segni di accrescere il repertorio iconografico della pittura inteso come enorme software da cui attingere. L’intento non è esibire le diverse declinazioni della pittura come processualità, ma interrogarsi sul significato del nostro vedere e sulla frammentazione del nostro immaginario sempre più plasmato dai canoni della simultaneità e della parzialità. La piattezza strutturale delle immagini che riducono il paesaggio a fondale intercambiabile rispecchia un mondo appiattito sull’orizzontalità della comunicazione che ha rinunciato alla profondità della prospettiva per il nuovo sguardo panottico che i nuovi sistemi operativi evoluti sembrano aver messo a disposizione . Il paradosso della contraddizione tra la libertà della finzione e lo sguardo spersonalizzato che produce emerge come inevitabile interferenza della casualità che in pittura riesce a penetrare anche nella composizione più rigorosa. Così nelle opere del ciclo Marina il montaggio di tipologie sembra voler accogliere l’imponderabile dei mezzi pittorici, invitando segretamente l’osservatore soffermarsi sul percorso delle pennellate e sull’irripetibilità dei tratti di pennarello che compongono l’immagine in attesa di un clinamen epicurèo.

Check Point

Benyamin Reich, T'filin schel jad, 2005

Fino al 28 marzo alla Galleria Spazio Testoni di Bologna sarà visitabile la mostra Check Point realizzata in collaborazione con Werkstattgalerie di Berlino; la collettiva coinvolge tre giovani artisti attivi sulla scena internazionale in una riflessione sulla conflittualità israeliano-palestinese che da decenni sta infiammando le vicende mediorientali e non solo. Attraverso le sculture in filo metallico del milanese Fabrizio Pozzoli e le immagini fotografiche di Benyamin Reich e Lea Golda Holterman, entrambi di origine israeliana e berlinesi d’adozione, la mostra riflette sulla difficile coesistenza tra culture quando la violenza ostacola la comprensione. Check Point significa luogo di scambio e passaggio obbligato, snodo del pensiero, barriera e attraversamento, intreccio e limite, come il visitatore può immediatamente sperimentare percorrendo la gabbia che Fabrizio Pozzoli ha collocato all’ingresso della galleria.  Il percorso materializza l’esortazione a guardare oltre e attraverso  il recinto di un orizzonte mentale precostituito, richiamando allo stesso tempo l’idea di prigione connessa alle vicissitudini belliche. Al centro della gabbia The missing hours, un essere umano stilizzato della serie Oversize in filo di ferro ossidato, accosta le mani al volto in una smorfia di disorientamento amplificata dalla profondità delle sue orbite cave. I fili di ferro intrecciati che compongono la gabbia sono anche un diaframma che condiziona la fruizione delle immagini fotografiche collocate all’esterno sovrapponendovi un ulteriore piano di visione attraverso il quale la distanza fisica diventa  partecipazione emotiva.
Le vedute innevate di Benyamin Reich sono le tappe di un viaggio nell’inverno della Germania nordorientale che l’autore trasforma in itinerario della memoria privata e storica. I luoghi fotografati richiamano infatti alcuni scorci della Galizia, la regione più settentrionale dell’ ex Impero Austo-Ungarico oggi divisa tra Polonia e Ucraina, zona da cui proviene una parte della famiglia dell’artista. La spessa coltre bianca che ammanta il paesaggio attenuando i riferimenti  geografici amalgama suggestioni e ricordi in un’immagine rarefatta che si anima con l’affiorare del ricordo. Così una postazione per cacciatori che svetta nel bosco è assimilata alla torre di guardia di un campo di concentramento evocando l’arbitrario privilegio di decidere dall’alto la vita o la morte altrui e le rovine di un muro medievale alludono alla separatezza delle comunità ultraortodosse e alle barriere fisiche e mentali con cui si separano dalla società odierna. Discendente di una nota famiglia di rabbini, Reich ha dedicato una serie di scatti alla vita di un villaggio ultraortodosso in cui l’ossequio alla tradizione diventa chiusura e rifiuto del dialogo con il mondo esterno. Con uno sguardo rispettoso e intenso che non rinuncia  a sorridenti note di leggerezza, il fotografo ci offre un accesso privilegiato a questa realtà separata, ritraendone ritualità e protagonisti. Una coppia di giovani sposi in abiti tradizionali accetta quindi di posare nell’intimità della propria stanza da letto contravvenendo al divieto di sedersi assieme, mentre un ragazzo di spalle si avvolge il tefillin attorno al braccio in una preghiera del mattino che sembra assumere una connotazione erotica e voyeuristica.
Anche  Lea Golda Holterman nella serie di scatti Orthodox Eros riflette sulla percezione che i giovani uomini Ortodossi hanno di sé in relazione alla contemporaneità con una galleria di ritratti seducenti come le fotografie di moda o le icone della storia dell’arte condivise dalla nostra memoria collettiva. Il risultato è uno straniamento dell’identità dell’uomo Giudaico che enfatizza le qualità dei soggetti neutralizzandone l’ingombrante substrato tradizionale per restituirli nell’essenzialità della loro libera espressione.
Libertà che talvolta sembra dilagare in un’acritica contaminazione culturale, come suggeriscono alcune immagini di ragazzi Palestinesi che interpretano gli abiti del consumismo contemporaneo ibridandoli con la tradizione: il kefiah quindi può essere un’elegante camicia di Guy Laroche avvolta attorno al capo, un giovane guerrigliero indossa disinvoltamente di fronte all’obiettivo una maglia Emporio Armani, mentre una sagoma femminile si staglia contro un cielo assolato esibendo l’ambivalente eleganza del suo chador.
Nelle immagini dei due fotografi la Terrasanta emerge come coacervo di pulsioni  contrastanti che trovano provvisori equilibri di coesistenza nell’eterodossa bellezza di ogni scatto. Il disequilibrio esistenziale diventa ponderata composizione anche nel lavoro di Fabrizio Pozzoli che fa da contrappunto alle fotografie: i suoi elaborati intrecci in filo metallico suggeriscono una ricerca di senso che sembra voler scarnificare l’aspetto delle cose per materializzarne le contraddizioni interne. I suoi soggetti, esseri umani stilizzati che cercano di adattare i propri corpi alle inospitali strutture in cui l’artista li colloca, sono forse destinati all’eterna incomunicabilità a causa delle barriere che il  piccolo mondo in cui sono relegati impone loro. Così la maternità è un lapidario buco nel ventre di una donna gravida, la coabitazione diventa silenzio e il ristoro del bagno viene negato dai chiodi arrugginiti che riempiono la vasca in dialogo con gli scatti di Reich e Holterman che documentano il rituale delle abluzioni prescritte alle donne dall’ortodossia prima di ripresentarsi al marito dopo il ciclo mestruale.

Nicola Alessandrini Della mia carne

rifugi-demergenza

Si è conclusa in febbraio presso la galleria Portanova 12 la personale dell’illustratore e street artist Nicola Alessandrini Della mia carne, titolo estrapolato dal passaggio del Libro della Genesi in cui Dio crea l’uomo e la donna. Anche la creazione artistica nelle figure metamorfiche di Alessandrini è intesa come trasformazione e passaggio di stato, come viscerale nudità che accomuna gli esseri viventi nel segno della carne e della sofferenza. I suoi soggetti sono corpi umani e animali scandagliati nell’intimità degli organi interni, privati della loro originale integrità, smembrati e ricomposti in assurde ibridazioni.  Il filo conduttore di questa dissezione grafica è quindi la carne che diventa frammento e frattaglia da macello per urlare la propria solitudine senziente. Guardarsi dentro per l’artista significa spogliarsi degli abiti e della pelle, oltrepassare il limite della forma che nel dettaglio continua a rimanere perfetta, divorarsi per rinascere in un non luogo di organicità primordiale. Accostandosi alla violenza delle deformazioni visive di Francis Bacon e del loro ribaltamento interno/esterno e alla conturbante monumentalità delle opere in formalina di Damien Hirst, l’artista sembra approdare ad una visione tenera della carne che dichiara la propria costitutiva vulnerabilità. I segni di grafite con cui costruisce i corpi, sempre verisimili nel grande e nel piccolo formato, sono allo stesso tempo ferite e strumenti d’indagine naturalistica, aderiscono alle superfici e strutturano i volumi per poi dichiararne l’esistenza fittizia con libere interferenze gestuali, sono pianti di bambini e grida di animali che invocano comprensione.

Dal 28 aprile l’excursus della galleria Portanova 12 sui giovani artisti impegnati nella grafica e nel muralismo prosegue con la personale di Salvo Ligama che interpreta la pittura e l’incisione come scomposizione digitale di teatri d’oggetti caricati di inedite valenze simboliche e visive.