Altrimenti che essere

Didier Faustino

“II vero Desiderio è quello che il Desiderato non sazia ma rende più profondo.
(E. Lévinas, La traccia dell’altro, 1979)

Fino al 4 aprile sarà visitabile alla GALLLERIAPIU` Altrimenti che essere, progetto espositivo a cura di Andrea Bruciati che affronta il tema dell’alterità e della sensibilità di genere ispirandosi all’omonimo saggio di Emmanuel Lévinas. Parafrasando l’etica della differenza teorizzata dal filosofo francese che costituisce uno dei fondamenti teorici del multiculturalismo contemporaneo inteso come relazione tra diversità riconosciute e valorizzate, gli artisti invitati guardano il mondo da prospettive oblique per restituirlo in una visione critica e disturbante. Se il confronto con l’altro è inevitabile, l’unica forma di conoscenza e di superamento dell’estraneità si attua nel rifiuto dell’omologazione e nel rispetto del mistero e dell’alterità dell’altro senza voler ridurre le infinite possibilità dell’esistenza ad una misura comune.
Il processo creativo diventa quindi campo d’azione privilegiato per interventi di relazione intersoggettiva e innesca trasformazioni che mettono a nudo le fratture esistenziali di una società globale in cui l’individuo è ostaggio dell’apparente coerenza del sistema che lo sovrasta. L’arte nelle sue declinazioni più radicali riesce a percepire una realtà più autentica che si sottrae al linguaggio per difendere il privilegio della propria ambivalente unicità. La maternità dunque può essere evocata dalla respirazione corale di un gruppo di adolescenti o dalle movenze quasi erotiche di una danzatrice nel video e nella performance del duo Pietrowska/ Skarmea e il bacio diventa espressione d’insormontabile distanza nella maschera-dispositivo escogitata da Didier Faustino. Due amanti dialogano attraverso le alterne volute di fumo delle loro sigarette nell’elegantissima inquadratura bianca del filmato di Elodie Pong, mentre nel video di Athi-Patra Ruga il denso color nero di cui un cantante d’opera transgender si cosparge le mani gli imprime sul volto tracce indelebili della sua mimica teatrale. La scultura in salgemma e ghiaccio di Namsal Siedlecki si scioglie lentamente in galleria lasciando labili impronte bianche, effimere come il passaggio dei visitatori il giorno dell’inaugurazione le cui sagome si sovrappongono sul retro di un grande specchio nel disegno di Giacomo Sargenti per Davide Savorani. Il desiderio e la fascinazione si incarnano nel possesso di un’immagine negli scatti di Paul Mpagi Sepuya che ritrae la sua mano posata su foto di giovani ragazzi in un sottile gioco di moltiplicazione di piani visivi. Al contrario Tommaso De Luca modifica le sue stampe fotografiche con vistosi interventi a gouaches che smentiscono la presunta oggettività dell’immagine con l’esuberanza dei pattern grafici che ne condizionano la percezione.

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Mark Leckey Aspiring to the condition of cheap music

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Fino al 31 maggio sarà visibile al Kunsthalle di Basilea UniAddDumThs, nuovo lavoro di Mark Leckey nato come conseguenza e sviluppo di The Universal Addressability of Dumb Things, mostra itinerante organizzata da Hayward Touring che nel 2013 è stata inclusa nel Palazzo Enciclopedico della 55° Biennale di Venezia. La rassegna è la tappa conclusiva di un articolato progetto realizzato in collaborazione con il MADRE di Napoli e il WIELS Contemporary Art Centre di Bruxelles che fino a gennaio ha ospitato un’ampia retrospettiva  dedicata all’irriverente artista britannico vincitore nel 2008 del prestigioso Turner Prize.
Autodidatta, Leckey emerge sulla scena internazionale nel 1999 con il video Fiorucci Made Me Hardcore, emblematica sintesi tra arte visiva e cultura pop che ha rivelato fin da subito la centralità nel suo lavoro delle ripercussioni di musica, tecnologia e subculture pop nella costruzione dell’immaginario dei nostri tempi. Fluidità, fascinazione e reversibilità sono alcune delle parole chiave più attinenti al suo operato, una vera e propria ode al potere delle immagini veicolate dalla rete che rivela come la tecnologia sia in grado di creare desideri, memorie e fantasie.
Il progresso tecnologico e la diffusione capillare di immagini digitali rese vive dall’allettante superficie visiva dell’alta definizione hanno creato un nuovo universo sensoriale in cui si scatenano emozioni coinvolgenti e reali che riportano l’uomo ad una visione animistica del mondo, dove ogni cosa possiede uno spirito. Si instaura così un nuovo rapporto di affinità con gli oggetti che, grazie alla mediazione della rete sembrano perdere la loro costitutiva inerzia e trasformarsi in entità reattive, mutanti e profondamente sensuali. L’astratto cyberspazio generato da processi logici ed algoritmi matematici si è insinuato nelle pieghe dell’emotività individuale e collettiva scatenando imprevedibili conseguenze e voluttuosi eccessi che hanno radicalmente mutato il nostro modo di pensare le cose.
The Universal Addressability of Dumb Things è un’estensione della pratica di video collage con cui Leckey si appropria di immagini cercate su Internet da collezionare, campionare e stravolgere: per la mostra i suoi collaboratori sono stati incaricati di trovare, prendere in prestito o comprare i reali referenti che corrispondono a ciascuna delle immagini del suo sterminato archivio digitale. Il risultato è un babelico schieramento di oggetti in cui comuni manufatti della civiltà dei consumi si affiancano a curiosità naturalistiche, reperti archeologici, prestiti museali e opere d’arte contemporanea.
La fase successiva, che prende il nome di UniAddDumThs, prevede che questi reali artefatti tornino allo stato di informazione digitale da cui deriva il potere di attrazione che esercitano sull’artista, ripresentandosi come copie create con l’ausilio di una stampante 3D. La strana struttura e consistenza che assumono ne dichiarano immediatamente la natura di surrogati, il cui aspetto esanime richiama una condizione ontologicamente ibrida, sospesa tra il mondo digitale e quello materiale. Leckey suddivide le sue copie in quattro grandi regni (animali, uomini, macchine e mostri) rappresentati ciascuno da un diverso teatrino di oggetti. Su una riproduzione de ”L’incendio nella foresta” dell’irrequieto ed enigmatico pittore fiorentino Piero di Cosimo si stagliano gli animali, tra cui una testa di Minotauro di Nicola Hicks, la sagoma dell’ “Elephant of Celebes” di Max Ernst,  il celebre torso in marmo rosa di Louise Bourgeois di un cane a più seni e un barattolo di cibo per gatti Felix. L’uomo invece sembra essere scomposto in un puzzle di organi interni, cavità e feticci come una mano bionica, il vaso-utero di Stéphanie Rollin, la maschera mortuaria di William Blake o la “Rocking Machine” di Herman Makkink immortalata da Stanley Kubrick in Arancia Meccanica. L’unico pezzo veramente autentico di questa collezione è un reliquiario trecentesco a forma di mano prestato dal Victoria and Albert Museum, la cui auratica presenza diventa metafora del digitale come espansione di un indiscriminato desiderio di toccare e possedere.
Tra le macchine compaiono le canne di un organo, una nave di mattoncini Lego, una stampante 3D, scatole Amazon e l’ipertrofico “Machine bed” che accorpa confezioni di prodotti per la cura dell’auto, della casa e del corpo in un’installazione pulsante di desideri repressi. Il corridoio dei mostri, oltre a presentare le immagini fluorescenti di divinità e demoni appartenenti a diversi periodi storici e civiltà, propone l’ibridazione tra alcune delle creature precedentemente proposte: il “Nature study” di Louise Bourgeois acquisisce una cyber testa, il vaso utero svetta su  un corpo di cane e al fallo di Makkink si aggiunge un doccione medievale con occhi e bocca sgranati dal terrore.
In questo mondo artificiale vengono neutralizzate tutte le categorie e le scale di valori solitamente utilizzate per sistematizzare e decodificare la realtà: passato, presente, futuro, organico, inerte, originale e replica si annullano in un’unica tassonomia orizzontale aperta ad ogni nuova ipotesi additiva. La tecnologia per Leckey ha privato gli oggetti delle loro ombre e i dispositivi di mediazione che definiscono il nostro quotidiano approccio al mondo ingannano il corpo illudendolo di poter toccare e raggiungere queste immateriali proiezioni del desiderio. Per l’artista quindi replicare le cose è un modo di renderle più reali e di possederle ad un livello più intimo e la maniera più intensa di sentirsi presente è entrare nell’immagine includendo se stesso nei suoi collage digitali. Così le “Leckey legs” (2014) diventano una scultura feticcio a sé stante, segnalano la presenza dell’artista dietro una tenda in “Me and Annarose”(2009) e si specchiano sulla lucidissima superficie del rullante protagonista e seducente idolo sciamanico nel video “Pearl Vision”(2012). La paradossale esistenza di questo universo parallelo fatto di cose incorporee pronte ad espandersi con un semplice tocco di dita sulle nostre protesi digitali si può ironicamente e minacciosamente materializzare in qualsiasi momento, come l’enorme gonfiabile “Felix the Cat” (2013) che a stento viene contenuto dalle pareti del museo in un edonistico ingigantimento che esprime la norma e non più l’eccezione.