Lawrence Carrol Ghost House

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Fino al 6 aprile l’area dedicata alle mostre temporanee del MAMbo si ammanta della raffinata e smunta bellezza di Ghost House, personale di Lawrence Carroll il cui titolo trae spunto dall’omonimo testo poetico di Robert Frost.
Il lavoro di Carroll è incentrato su una costante interrogazione della memoria e della percezione che assume la complessità del reale in un processo di stratificazione cromatica, materica e oggettuale in cui la pittura diventa corpo. Come Giorgio Morandi il suo discorso artistico verte sull’impossibilità di stabilire una verità assoluta immutata nel tempo e si serve di oggetti semplici per  sfrondare il mondo delle sue componenti episodiche ed effimere senza nascondere il sussulto della gestazione trasformata in storia. L’esplorazione della processualità creativa quindi rifiuta di condensarsi in una forma definitiva per darsi come organismo compenetrato dall’azione di un tempo lento, tonale ed esperibile che lascia tracce indelebili nel logorio delle superfici. Il bianco ingiallisce e si assottiglia rivelando le trame degli strati di colore sottostanti, la tela esibisce pieghe, tagli e cuciture, il legno s’incurva o crepa, la cera conserva i segni delle proprie ferite.
Statunitense di origine australiana, si ispira alle ricerche di Robert Rauschenberg, Donald Judd, Jasper Johns e Marc Rothko rifiutando l’enfasi sui materiali e ogni altro assioma legato al concetto di “avanguardia” per restituire la sua consapevolezza della storia dell’arte in una dimensione profondamente lirica e umana. La tela, veicolo di rappresentazione che continua allo stesso tempo a rappresentare se stessa, sembra attendere il momento in cui l’opera accade e si dà come tale e rappresenta una soglia attraverso la quale l’artista cerca di sondare il limite delle possibilità di questa epifania.
L’uso del colore in Carroll è apparentemente monocromo: nelle sue opere prevale una tonalità neutra, da lui definita off white color, ottenuta da strati successivi di pittura bianca da cui traspaiono segni, scritte, trame, tagli, suture e tracce di altri colori che amalgamandosi creano infinite sfumature e variazioni tonali. La pittura acquisisce un assetto scultoreo attraverso le volumetrie dei telai che moltiplicano le facce del dipinto in un ritmo alternato di rientranze e sporgenze e tramite l’assemblaggio di elementi e oggetti di vario genere che aggiungono alle opere le imprevedibili imperfezioni della vita. Le forme minimali costruite dall’artista inoltre rivelano la propria vocazione architettonica nella reciproca interazione innescata dalle diverse possibilità della loro collocazione spaziale che generano differenti tensioni.
Il linguaggio pittorico di Lawrence Carroll è basato su un sistema di tipologie, ciascuna contrassegnata da un nome che ne esplicita il nesso logico: alcune categorie indicano il procedimento di lavoro da cui l’opera trae origine (cut, erasure, insert e stacked paintings), altre si riferiscono ad un carattere percettibile (light, slip, sleeping, freezing paintings) o riflettono una modalità di presentazione (page, calendar, box, shelf, corner e table paintings). La mostra al MAMbo esplora queste differenti tematiche in un percorso espositivo che mette a confronto lavori realizzati in differenti periodi della sua carriera a partire dagli esordi alla metà degli anni Ottanta fino ai nostri giorni.
Le superfici pittoriche sono composte da un complesso strato materico, che nei cut paintings reintroduce il tema del disegno attraverso tagli di tela sottratti al dipinto e successivamente ricomposti tramite evidenti suture. Il sovrapporsi dei loro lembi modifica la percezione e lo spessore dell’opera, componendo una mappa che ne racconta il processo di realizzazione: il tempo dunque acquisisce una rappresentazione grafica e spaziale, mentre i tagli suggeriscono l’esistenza di una dimensione interiore del dipinto e il momento della sua manifestazione prima di essere nuovamente celata dalla toppa. La stratificazione si accentua negli stacked paintings, costituiti da sovrapposizioni a parete o su pavimento di tavole di legno e tele dipinte. La disposizione di questi elementi ricorda l’impaginazione di un libro, che il visitatore è invitato ad esaminare anche fisicamente sperimentando differenti punti di vista: “il fatto di non sapere fa continuare a guardare” afferma l’artista, che ci invita a cercare la bellezza cambiando posizione, chinandoci per indovinare le strutture interne, acuendo la sensibilità del nostro sguardo nel percepire infinitesimali trame di colore velate di bianco. La vita è complessa anche perché si impiega molto tempo ad occultare la nostra componente più intima con mascheramenti stratificati nel tentativo di proteggerci dall’esterno; l’opera di Carroll vuole riattivare il tempo inverso dell’introspezione e dell’approfondimento, rifiutando di farsi leggere in una contemplazione superficiale.
La pittura per lui è una questione quasi spirituale perché prende qualcosa dall’artista e la restituisce dando vita ai materiali che la costituiscono: in alcuni lavori la presenza di calchi delle sue mani in cera  e di scarpe sovrapposte al piano pittorico alludono alla fisicità della creazione artistica e al percorso conoscitivo tramite i quali l’opera si carica di senso. Ogni cosa nell’esistenza umana è temporanea e transitoria, così l’arte ne può assecondare l’essenza solo rendendosi disponibile al mutamento e la pittura è speciale perché offre la possibilità di azzerare tutto e ricominciare daccapo. A questo modo negli erasure paintings l’artista inserisce frammenti di illustrazioni e pagine di giornale ricoprendoli di pittura, in una cancellazione della memoria personale e collettiva che trae spunto dalla volontà di superare i suoi esordi come illustratore.
L’idea di rigenerazione è strettamente connessa al concetto di ciclicità, come la pratica di piegare e impilare tele già dipinte per predisporle ad un nuovo inizio, inteso come possibilità di un’ulteriore ridipintura o come rinnovamento dello sguardo dell’osservatore. La stessa idea impronta di sé il grande Freezing painting presente in mostra, in cui 900 litri di acqua ghiacciata sciogliendosi lentamente visualizzano il senso di sospensione di una materia che potrebbe in qualsiasi momento mutare stato. Ispirata al ciclo delle stagioni, l’opera allude anche alla circolarità della storia dell’arte che matura il cambiamento anche attraverso la periodica riconsiderazione dei suoi capolavori.
La rassegna si conclude idealmente con un’ironica attestazione di fiducia nelle possibilità della pittura: un libro di cera protetto da una teca di vetro reca incisa sul frontespizio la parola YES, capovolgendo a distanza di mezzo secolo la negazione a priori che campeggiava su fondo grigio nella celebre opera di Jasper Johns.

Calzolari Morandi Parmiggiani

Parmiggiani Calzolari

Fino al 28 febbraio sarà visitabile alla Galleria de’ Foscherari la mostra Calzolari Morandi Parmiggiani che affianca tre grandi protagonisti bolognesi, di nascita o d’adozione, come omaggio a Morandi a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Il filo conduttore che accomuna il solitario maestro di via Fondazza con i due artisti della generazione successiva è l’inattualità, intesa come rigore nel concepire il lavoro appartandosi dal mondo in un’intenzionale presa di distanza rispetto al proprio tempo. La scelta di non aderire a poetiche di tendenza coincide con la ricerca di valori stabili, sospesi dentro e fuori la contemporaneità, e con la volontà di misurarsi con il mutare dei tempi da un punto di vista esterno senza rimanere invischiati nella complessità delle eventualità contingenti. Distanza quindi non come nostalgia del passato o autoreferenzialità ma come partecipazione critica alle vicende dell’arte nell’intento di coglierne le contraddizioni e di mantenerne viva la dialettica.
Le opere in mostra instaurano un fitto dialogo di rimandi e citazioni tra libere concordanze di poetica e di elementi compositivi in un’atmosfera rarefatta che ne travalica le coordinate temporali. Morandi è rappresentato da una Natura morta del 1931, dove le vibrazioni tonali fanno fremere e ondeggiare le forme, e da una Nevicata del 1940 in cui le dense pennellate bianche del manto nevoso sembrano stratificarsi sui colori scarni del paesaggio rendendolo evanescente. Il ghiaccio ritorna nelle due strutture di Pier Paolo Calzolari: Natura morta del 2006, arricchita da una bottiglia di morandiana memoria, e Valori plastici C del 2005, esplicita citazione dei teatri d’oggetti metafisici in cui tutto si cristallizzava in un’algida verità di ordine e di misura. Il ghiaccio per Calzolari con il suo candore incarna l’assoluto e allo stesso tempo rispecchia l’idea a lui cara di opera d’arte come processo e accadimento per la sua continua, imprevedibile e autonoma trasformazione. La forma dell’essere diventa quindi inscindibile dal divenire, come avviene anche nel Piccolo omaggio del 2014, un bricco di porcellana da cui a intervalli regolari trabocca un liquido nero come caffè, creando sull’accidentato basamento sottostante una sorta di acquerello naturale sempre diverso. Oltre a richiamare gli oggetti insolitamente slabbrati della Natura morta del 1931, l’installazione sembra voler verificare la celebre frase morandiana “non c’è nulla di più astratto del visibile” perché la realtà, come sostiene Heisenberg, si modifica nel momento stesso in cui viene sottoposta ad osservazione.
Ritorna il bianco nei volumi del sarcofago in marmo di Claudio Parmiggiani, il cui coperchio leggermente scostato ha liberato uno sciame di farfalle che dopo aver lasciato l’impronta delle loro ali su una tela si sono fermate sulle pareti della stanza, in un perfetto contrappunto tra purezza formale e pulsioni esistenziali. La farfalla, che in greco si traduce psychè come anima, è un elemento ricorrente nel linguaggio dell’artista ed è metafora di ricongiungimento tra la dimensione fisica e quella metafisica. Come per Morandi anche per Parmiggiani l’Arte appartiene alla sfera dell’indicibile ed il mistero e la segretezza con cui preserva la sua verità nascono dal medesimo silenzioso incanto per le stratificazioni visibili della vita.

Calzolari Morandi Parmiggiani