Arcangelo. Disegno 1983-2014

i sumeri 2014

Seguirò le tracce nere della vita e riconoscerò i compagni di viaggio. Arcangelo

A quattro anni di distanza dall’ultima personale bolognese, Otto Gallery propone un excursus storico del lavoro di Arcangelo con una mostra intitolata Disegno 1983 – 2014 che attraverso una selezione di opere su carta ripercorre i cicli più importanti della sua trentennale carriera. Il supporto cartaceo, versatile nell’assecondare il suo segno immediato e vibrante, ha accompagnato da sempre il suo percorso artistico, generando autonomi sottocicli tematici.
La ricerca di Arcangelo è profondamente radicata negli oscuri misteri della sua terra natia, il Sannio matrice di misteri, riti e credenze che nella sua opera si intrecciano con il suo vissuto personale ed emotivo, arricchendosi nel corso degli anni delle suggestioni riportate dai numerosi viaggi in Africa, nel Vicino Oriente e in Cina. Cercando un’adesione intima con le forze sotterranee di una natura animata da un’imperscrutabile e terribile sacralità, il suo pulsante universo visivo narra la potenza primordiale dell’origine, evocando il mito della genesi umana in un’unica suggestione ancestrale.
Gli anni ’80 sono dominati dalle atmosfere drammatiche del ciclo Terra mia, in cui il segno violentemente gestuale tracciato con carbone, terra e pigmenti puri individua frammenti di visione che celebrano l’asprezza di un paesaggio deformato dall’urlo di demoni antichi e stirpi guerriere. Nel decennio successivo l’impianto spaziale e cromatico si amplia nei Pianeti in una cosmologia di corrispondenze tra cielo e terra descritte da una brulicante scrittura di segni che si addensano nei centri nevralgici della composizione.
Dall’incontro con la cultura africana nel 1990 nasce il ciclo Dogon, dove tra delicate accensioni cromatiche compaiono figure primitive in orgogliosa armonia con l’ambiente che le accoglie. Dello stesso periodo le Stanze dei misteri, ispirate alle cerimonie religiose popolari del Sud Italia: evanescenti sagome incappucciate incedono silenziose tra buchi neri d’inchiostro ed esplosioni sanguigne, perpetuando l’efficacia di una millenaria sapienza rituale che riesce a rendere il divino immanente.
Nel 2001 il turbamento provocato dall’attentato al Word Trade Center fa nascere la serie dei Feticci, rappresentazioni claustrofobiche di un’umanità dolente e incredula incapace di trovare conforto nella spiritualità: nelle carte di quel periodo appaiono infatti figure esanimi giustapposte a pagine di libri di preghiere divenuti indecifrabili. Per arginare l’orrore l’artista si concentra di nuovo sulla sua terra d’origine e crea la serie dei Sanniti, dove un nuovo impianto cromatico ricco e prezioso interpreta l’affezione per la sua terra come gioioso e decantato paganesimo, privo dell’asprezza degli esordi. La visionaria trascendenza che sembra permeare la vita di stupore accomuna le genti del Mezzogiorno alle antiche civiltà dei Sumeri, dei Fenici e dei Segou, in una ricerca di autenticità che risuona come ammonimento contro le false certezze del pensiero occidentale.

Franco Guerzoni. Archeologie senza restauro

3_archeologie senza restauro 2014 cm28x48x5

Fino al 19 aprile in una sala della Collezione Permanente del MAMbo sarà visitabile la personale di Franco Guerzoni Archeologie senza restauro a cura di Gianfranco Maraniello. L’artista, a quarant’anni di distanza dal suo esordio bolognese alla Galleria Studio G7, presenta al pubblico un repertorio pensato come una sorta di bilancio artistico ed esistenziale che fa emergere la coerenza del suo lavoro, da sempre incentrato sul sogno di un passato irrimediabilmente perduto e sulla sopravvivenza delle sue tracce frammentarie. Nel corso degli anni questa filosofia visiva dell’abbandono e della rovina si è confrontata con la grande vicenda pittorica del XX secolo e le differenti formulazioni in cui si è declinata ricostruiscono l’evolversi del suo personale punto di vista nei confronti degli accesi dibattiti che periodicamente hanno messo in discussione i fondamenti delle pratiche artistiche.
I lavori dei primi anni ’70, fortemente influenzati dagli esiti concettuali delle ricerche sui nuovi linguaggi e dal dialogo con altri giovani modenesi suoi concittadini come Vaccari, Parmiggiani e Ghirri, utilizzano il mezzo fotografico come veicolo di immagini prelevate dalla realtà, sulle quali avvengono i successivi inserimenti artistici. Nella serie Antropologie (1976-1978) piccole fotografie di scaffali su cui si allineano libri e recipienti domestici presentano frammenti di vita sottratti al tempo e concretizzati attraverso la sovrapposizione di oggetti evocativi che ne scongiurano il destino di oblio.
L’installazione Archeologie senza restauro (2014) attinge allo sterminato archivio degli scatti che Guerzoni e l’amico fraterno Luigi Ghirri realizzarono negli anni ’70 durante le loro peregrinazioni per la campagna modenese in cerca di rovine contemporanee e luoghi abbandonati. Stampate su scagliola e montate su fragilissimi supporti di gesso disposti sulla parete con l’essenziale eleganza di un cielo zen, le immagini coinvolgono lo spazio circostante nella consacrazione della memoria che diventa materia.
Dalla ricognizione e rielaborazione dell’operato giovanile nascono inoltre le due Stanze (2014) che testimoniano l’evoluzione in senso scultoreo dei ritratti fotografici d’interni su cui l’artista sedimentava concrezioni materiche. La fotografia qui è occultata dalla struttura in gesso che la racchiude rendendo tangibile la solitudine di luoghi disabitati dal ricordo che si possono solo intravedere attraverso gli squarci del contenitore. In quest’ulteriore rielaborazione del medium fotografico prende corpo un’immagine in procinto di diventare altro che investiga le soglie della rappresentazione con una nuova fisicità stratificata. Dall’interdizione dello sguardo hanno origine anche le due Grotte (2014), lavori tridimensionali ispirati alle pitture preistoriche in sterco e grasso della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, murate dopo la scoperta per preservarne l’esistenza. Ripercorrendo idealmente la memoria antropologica nel tentativo di ricostruire e immaginare i decori sepolti per sempre assieme alle ambizioni e ai pensieri che li plasmarono, Guerzoni con le due strutture di gesso e carta in precario equilibrio, riflette sulla natura transitoria dell’opera d’arte.
L’eloquenza della pittura ritorna negli Strappi d’affresco (2012-2014), grandi tele su cui si accumulano stratificazioni di materiali sovrapposti: velo, gesso, stucco e cocci sembrano comporre una mappa di occultamenti ed emersioni che interpreta il tempo come profondità e sedimentazione. Dallo sgretolarsi delle superfici in rovina affiora l’intensità cromatica dei livelli sottostanti che conservano intatta l’emozione di un ritrovamento ancora palpitante di vita.
Appassionato di Calder e Calzolari, l’artista ha inserito congegni nascosti, da lui definiti segreti, all’interno di una Grotta e uno Strappo d’affresco: i leggeri movimenti di una carta sporgente e di un pendolo di stucco si mimetizzano con gli spostamenti d’aria di una stanza affollata, indirizzando al visitatore attento un criptato ammonimento percettivo sullo scorrere del tempo.
Conclude l’esposizione l’Affresco in corso d’opera (2014), lavoro installativo realizzato appositamente per il MAMbo: una tavola curva dalla parete si protende verso l’osservatore dietro un’impalcatura di tavole lignee tarlate e sconnesse su cui poggiano altri legni pigmentati e cocci archeologici. Tutto è abbandonato, come se l’autore avesse interrotto la sua opera lasciando al sedimentarsi del tempo il compito di propagarne l’irresolutezza in un ideale ricongiungimento della sua memoria personale con la millenaria storia dell’uomo. L’impalcatura infatti, soggetto privilegiato di specifiche campagne fotografiche realizzate assieme a Ghirri in gioventù, continua ad esercitare su di lui la propria potente fascinazione, che acquisisce qui una connotazione temporale attraverso le differenti torniture dei pali che ne compongono la struttura.
La mostra di Guerzoni, concepita come ambiente immersivo in cui le diverse tecniche da lui adottate nel corso della sua carriera si arricchiscono di nuove verifiche, fa affiorare l’autonomia del suo percorso artistico incentrato sul fascino degli oggetti sottoposti al tempo, inserendosi in un più ampio itinerario di indagine sui valori della pittura avviato dalla temporanea presenza del Museo Morandi nella cornice museale del MAMbo.

Alfredo Milani Grida di terra

Alfredo Milani

Le favole sono impietose nel rilevare debolezze e vizi dell’animo umano: spinti da vigliaccheria, orgoglio, falsità o pigrizia, i loro protagonisti trovano giusta punizione nella trappola della miseria e del dolore. L’armonia iniziale distrutta dall’errore  può essere ricostruita attraverso un paziente esercizio di virtù che riconduce il libero istinto alla rispettabilità.
Le Grida di terra di Alfredo Milani, in mostra alla Galleria B4 fino al 14 gennaio, pietrificano le più celebri creature della letteratura infantile in smorfie di rabbia, paura e follia che non sembrano prefigurare alcuna ipotesi di redenzione. Il mondo della fantasia è colto nel pericoloso frangente in cui si sovrappone alla realtà facendone emergere le incongruenze annidate appena sotto la superficie dell’ordine convenzionale. La creta, modellata con ruvidi colpi di stecca e dipinta a colori contrastanti e decisi, diventa materiale biologico tramite il quale le allegorie si dissolvono negli impulsi ancestrali che le hanno fatte nascere, liberate da ogni complesso di colpa.
Pinocchio dunque continua a mentire osservando indispettito il proprio naso che cresce, si incurva supplichevole al cospetto dell’impenetrabile giudice scimmia, nitrisce sguaiatamente quando un sortilegio lo trasforma in ciuchino fino ad irrigidirsi solo e intirizzito dopo che viene impiccato dal Gatto e dalla Volpe.
Commuovono e inquietano in queste sculture la totale incapacità dei personaggi di opporsi al proprio destino, le loro inutili proteste, il tenero stupore con cui subiscono ciò che accade. Nel bestiario umanizzato di Milani la controparte femminile di Pinocchio è Alice, che si ritrova sperduta in un paese di paradossi e non sense a causa della sua curiosità e di una magica pozione.
Come lei incontriamo quindi l’enigmatico Brucaliffo avvolto dalle spirali di fumo del narghilè, il paonazzo Humpty Dumpty nel suo fragile tentativo di comandare le parole, il gatto del Cheshire sempre sul punto di scomparire e un esercito agguerrito di carte da poker sparpagliato al suolo da un nonnulla.
La duttilità della materia asseconda le metamorfosi dei concetti che diventano creature conservandone intatta l’ineffabilità evocativa. Gridare è forse l’affermazione di esistenza più primordiale e le forme plasmate da Milani vibrano all’unisono trovando eco nelle più recondite profondità del nostro inconscio.