Subodh Gupta Everything is inside

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What is my local is your global and vice versa.”
Subodh Gupta

Negli ultimi anni i grandi collezionisti e le istituzioni museali hanno manifestato un crescente interesse per gli artisti dei cosiddetti Paesi Emergenti: l’immediatezza e l’intensità comunicativa che li contraddistinguono hanno nella diretta esperienza di conflittualità sociali e politiche una motivazione più urgente delle compromissioni tra arte e mercato che spesso indeboliscono la creatività occidentale.
Esponente paradigmatico di questa nuova generazione di artisti impegnata a portare sulla scena internazionale le contraddizioni e le specificità culturali dei loro Paesi d’origine, l’indiano Subodh Gupta dopo un’articolata retrospettiva alla National Gallery of Modern Art di Nuova Delhi è approdato al MMK1 di Francoforte per la più ampia personale dedicatagli finora in Europa. Diventato famoso per le sue monumentali installazioni–accumulazioni di suppellettili domestiche nuove e usate, il suo lavoro (che comprende anche scultura, pittura, video e performance) esplora le contrastanti pulsioni della contemporaneità indiana in cui convivono le conseguenze del boom economico e i valori religiosi e tradizionali che continuano ad improntare la quotidianità.
Banali oggetti d’uso e materiali come sterco di vacca, terra grassa, iuta, bronzo, marmo e acciaio inossidabile rispecchiano per lui gli aspetti fondanti della società indiana e si caricano di ulteriori significati legati al suo vissuto personale e familiare. Dall’infanzia trascorsa in un villaggio rurale dell’India nord-orientale alla crescita professionale a Nuova Delhi seguita dal successo internazionale, la biografia e l’opera di Gupta traghettano le sue radici locali in una dimensione globale. Lo sfaccettato ritratto dell’India che emerge nell’indissolubile commistione di passato tradizionale e presente globalizzato innesca una riflessione che conduce a valori e simboli di carattere universale.
L’opera che accoglie il visitatore nella sala centrale di MMK1 è l’installazione This is not a Fountain (2011-2013), una massa apparentemente omogenea di stoviglie metalliche consumate dall’uso da cui affiorano semplici rubinetti che emettono tintinnanti flussi d’acqua. Il carattere uniforme delle suppellettili prodotte industrialmente viene eroso ed umanizzato proprio dalle tracce di usura che attraverso ammaccature, sbeccature e incrostazioni fanno intuire le storie personali di chi le ha utilizzate.
Incentrata sulla memoria inscritta negli oggetti d’uso è anche l’allestimento intitolato Pure (I) (1999-2014) che ripropone un lavoro performativo e scultoreo messo in scena per la prima volta nel 1999 in una zona periferica di Delhi. Dopo aver chiesto agli abitanti dei dintorni di affidargli temporaneamente alcuni oggetti di famiglia a cui attribuivano un significato speciale, Gupta li alloggia in buche appositamente scavate in un appezzamento di terreno cosparso da una mistura di terra grassa e sterco di vacca. Nella religione induista le mucche sono adorate come “sostenitrici della vita” e al loro sterco vengono attribuite proprietà purificatrici sul piano fisico e spirituale. Per questo motivo nelle regioni rurali è prassi comune trattare il terreno con la stessa miscela di terra e sterco utilizzata dall’artista come modo rituale per distinguere le aree abitative da quelle destinate all’agricoltura o all’allevamento di bestiame. Nell’installazione in mostra Gupta ha recuperato gli oggetti originali utilizzati nel 1999 seppellendoli in uno strato di terriccio sul quale il visitatore può camminare a piedi scalzi. Percorrendo le pungenti asperità del suolo ci si può affacciare sulle buche che accolgono gli oggetti: un vaso, un paio di occhiali, scarpe sformate dall’uso, attrezzi da lavoro la cui commovente solitudine rimanda ad abitudini di vita forzatamente essenziali che così inumate arrivano a sfiorare la sacralità.
L’opera di Gupta rappresenta le strategie di sopravvivenza dell’essere umano e le sue capacità di adattamento: per Date by Date (2008) ad esempio ricostruisce un ufficio amministrativo indiano prelevando dalla realtà sedie, tavoli, armadi, macchine da scrivere e raccolte di incartamenti avvolti da stinti panni rossi. Gli sgangherati ventilatori appesi al soffitto accordano il loro ronzio sull’evocata folla di impiegati che, giorno dopo giorno, ha lasciato i segni della propria routine sugli strumenti di lavoro che ogni notte sono assicurati l’uno all’altro con catene per evitare che vengano rubati. In un’immaginaria quiete domenicale l’artista riesce a rendere percepibile la confusione e la lentezza che sostanziano quel mondo, ammantandole di nostalgia.
Dai colori impolverati della burocrazia al freddo scintillio dell’acciaio inossidabile: negli ultimi cinquant’anni, da quando l’India si è liberata dalle ingerenze del colonialismo inglese, i piatti di questo materiale si sono diffusi in tutti gli strati della popolazione diventando simbolo del progresso in una tendenziosa assimilazione della produzione di massa con un improbabile avvenire di uguaglianza sociale. L’installazione Faith Matters (2007-2008) consiste in un tavolo con nastro trasportatore sul quale scorrono decine di lucidi contenitori per alimenti, alludendo al sistema usato nelle grandi metropoli indiane per recapitare il pranzo in ufficio agli impiegati. Visivamente lo schieramento di portavivande suggerisce sagome di grattacieli stagliate contro l’orizzonte, avveniristici nella loro smagliante perfezione richiamando al tempo stesso la forma troncoconica dei minareti degli antichi mausolei. A livello concettuale questo complesso meccanismo è metafora della circolazione mondiale dei tipici piatti nazionali come eclatante conseguenza della globalizzazione culturale ed economica che ha stravolto l’ancestrale ritualità della nutrizione.

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Flavio Favelli Come into my life

Flavio Favelli Come into my life

In un popolare brano musicale degli anni ’80 la cantante afroamericana Joyce Sims rivolgeva all’ascoltatore lo stesso suadente invito che Flavio Favelli ha ripreso nel titolo della sua ultima personale bolognese a cura dello Studio Carlotta Pesce: Come into my life. Per questo progetto l’artista è stato invitato ad interpretare le stanze vuote di un appartamento al primo piano di via Belle Arti 31 destinato all’alienazione dopo la scomparsa degli storici proprietari, celebrandone la memoria in un nuovo coinvolgente intreccio di vissuto personale, artistico e generazionale. Attraverso procedimenti di accumulo, decostruzione e assemblaggio Favelli mette in atto la sua personale strategia di oggettualizzazione del ricordo. Nata per esorcizzare il dolore di certi avvenimenti traumatici del proprio passato, la sua poetica è incentrata sull’utilizzo di oggetti appartenenti all’immaginario borghese italiano degli anni Sessanta e Settanta di cui mette a fuoco il potenziale evocativo, sentimentale e immaginativo. Manipolare, trasformare e ambientare questi reperti di storia recente, sistematicamente acquistati al mercato antiquario e collezionati nel suo studio, attiva imprevedibili qualità e connessioni di senso che affondano le radici nel repertorio di immagini inconsapevoli della nostra memoria collettiva. Contro la cancellazione delle tradizioni locali provocata dalla recente accelerazione dell’economia globale, l’artista ricostruisce un passato così tenacemente sedimentato nelle pieghe del presente da suggestionare ancora la nostra percezione del mondo. Scegliere accuratamente gli oggetti di cui circondarsi è da sempre una questione simbolica, un mascheramento connesso al rituale della costruzione dell’identità che a posteriori rischia di svelare proprio ciò che si tentava di nascondere. Il lavoro di Favelli esplora questo pozzo senza fondo facendone emergere ed interagire le sotterranee implicazioni e i desideri rimossi: il corto circuito che ne deriva fa esplodere la retorica del vivere in una libera miscela di ricordi amplificati e modificati, allusioni culturali alte e basse, disagi serpeggianti e lucide analisi di costume sociale.
Se le sculture e le installazioni di Favelli ricostruiscono le sue stanze mentali rendendone tangibili le atmosfere, l’appartamento di via Belle Arti 31 svuotato degli arredi appare subito all’artista “psicologicamente grande”, uno spazio denso di stratificazioni emotive e storiche rese pulsanti dall’assenza.
Le impronte sulle pareti degli oggetti domestici rimossi e le tracce di accadimenti famigliari altrimenti destinate a diluirsi nel ricambio generazionale trovano una naturale corrispondenza con la sua poetica: a differenza dei luoghi normalmente deputati all’arte, quest’ambiente si rivela non solo contenitore ma soprattutto attivatore di senso per la densità del vissuto che implica. Gli interventi di Favelli, antologicamente rappresentativi delle sue più ricorrenti strategie operative, sembrano quindi fare da cassa di risonanza alla spontanea mappa simbolica del luogo, potenziandola con un ulteriore percorso di rimandi.
Anzitutto le fonti di luce: lampadari d’epoca assemblati tra loro diventano nuove tentacolari creature sospese nel tenue alone del proprio riverbero, suggerendo come la regalità minore del salotto borghese sia l’estrema derivazione delle nobili sale da ricevimento dei secoli trascorsi. I lampadari inoltre comunicano una valenza calda e affettiva che conduce direttamente alla galleria di piccoli orrori accuratamente allineati in vetrina che alberga in molti ricordi d’infanzia. L’impersonalità del neon al contrario riaccende una luce diagnostica e ministeriale sulle fratture e i traumi del passato che rivelano così la loro persistente presenza appena sotto la pelle delle convenienze.
Il lavoro manuale attraverso il quale l’artista distorce l’aspetto e la funzione dei suoi oggetti d’affezione da un lato si pone come tentativo di perpetuare un’eccellenza artigianale sul punto di scomparire, dall’altro esprime il suo irrealizzabile desiderio di correggere ciò che è stato ricostruendolo a modo suo.
Un’intera parete è rivestita da un mosaico di specchi graffiati che non essendo più riflettenti richiamano e negano al tempo stesso il tema del riconoscimento dell’immagine di sé: se lo specchio è lo strumento con il quale solitamente controlliamo il decoro del nostro aspetto prima di uscire, per l’artista diventa metafora dell’occhio della società che riesce a violare con il suo occulto condizionamento anche l’intimità domestica.
La dimensione privata connessa all’idea di casa come rifugio dell’individuo è rappresentata dalle tende che schermano le finestre da sguardi indiscreti, ma i pesanti tendaggi simili a quinte teatrali che proteggono alcune stanze dell’appartamento in via Belle Arti sono inefficaci contro un’intrusione già avvenuta. L’interiorità più segreta che va in scena in queste stanze è infatti irrimediabilmente permeata di sollecitazioni massmediatiche, per cui l’erotismo è un palinsesto a luci rosse di foto ammiccanti con censure démodé e gli ingrandimenti di alcune popolari marche di prodotti di consumo diventano accattivanti come sogni. Lo scandagliamento del linguaggio pop della pubblicità che con martellante insistenza ha insinuato le sue fascinazioni nel nostro quotidiano si fonde con l’ossessione collezionistica di Favelli, rappresentata in questa mostra dalla serie di lattine di tè Twinings che rimandano all’esotica attrazione di suo nonno per la cultura inglese come espressione dell’imperialismo coloniale.
Ogni trasloco è uno sradicamento i cui segni sono visibili solo nel delicato momento in cui la casa è spoglia, quando i muri e le superfici iniziano a sussurrare le trame di vita di cui sono stati testimoni. L’artista immortala ed enfatizza questa circostanza transitoria con un mosaico di carte da parati che suggeriscono gli avvicendamenti del gusto e della destinazione d’uso della medesima stanza, mentre un manto nero ricopre le poche sedie rimaste a suggellare per un attimo la presenza di chi se n’è andato per sempre.