Sicioldr Elogio dell’Abisso

Sicioldr The devouring mother

Fino al 10 gennaio alla Blu Gallery sarà visitabile Elogio dell’Abisso, prima personale del giovanissimo Alessandro Sicioldr che vive e lavora tra Tuscania e Perugia. Autodidatta, ha studiato a lungo le opere dei grandi maestri della storia dell’arte per sviluppare la raffinatissima tecnica grafica e pittorica attraverso la quale ora trasforma in figura il suo complesso immaginario. Le nere acque dell’inconscio sono gravide di  folli visioni in perenne metamorfosi e il segno delicato dell’artista ne asseconda le gemmazioni con tenui trapassi chiaroscurali. Il suo universo biomorfo genera uova archetipiche, rami che diventano vene, corpi metafisici in balia delle loro trasformazioni e grappoli di volti con pallidi incarnati fiamminghi ravvivati da morbosità purpuree. Il regno vegetale si intreccia senza soluzione di continuità con quello animale creando labirinti visivi in cui la pacata precisione esecutiva rinsalda la logica surreale dell’insieme.
Con intrigante ambiguità l’artista descrive un territorio liminare dove i tempi lenti di esecuzione permettono alle sue proiezioni mentali di evolversi liberamente sul piano pittorico e decantarsi in figure verisimili nelle loro incongruenze che custodiscono impenetrabili segreti. Nelle immagini più articolate piccoli uomini primordiali e incolpevoli si ritrovano stupiti in uno scenario da Resurrezione della carne all’interno del quale  sembrano rinascere come cellule di un organismo più grande ma in qualche modo analogo al loro stesso corpo. Gli antichi trattati di medicina intrisi di metafisica congetturavano che alcune delle molecole trasportate dal sangue, gli spiriti vitali e animali, fossero all’origine delle affezioni e dell’indole umana; allo stesso modo Sicioldr sembra considerare l’abisso dell’interiorità come inestricabile coacervo organico e psichico in cui hanno origine la vita biologica e le sue implicazioni emotive.
Dipingere per lui significa aprire l’occhio dell’introspezione su profondità inaccessibili alla razionalità per farne emergere l’intrinseca vocazione mitopoietica pur conservandone intatto il mistero. Lo sguardo magnetico delle sue creature incontra quello dello spettatore facendolo precipitare nell’amniotico buco nero della realtà parallela che le ha generate e con la quale forse tutti abbiamo a che fare nelle nostre percezioni più intime. La loro alterità infatti si addentra nelle pieghe dell’inconscio collettivo e ne materializza i sussurri come parte costitutiva e forse rimossa della nostra identità.
Inquietante ed enigmatica, la pittura di Sicioldr è un distillato di preziosità materiche e di colti richiami ai dettagli e alle atmosfere degli illustri artisti del passato sui quali è maturata la sua estetica; se l’arte è il sottile filo rosso lungo il quale si dipanano le ossessioni della creatività umana, il giovane tuscanese ne ripercorre i tòpoi per lui più significativi in una seducente catena di affinità elettive.

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Giulio Paolini Opera grafica e collage

PHOENIX, 1992 serigrafia fustellata e matita su carta, tiratura 60esemplari, lavoro in 9 pezzi di cm 50x70 cad cm

Lo Studio G7 ha inaugurato la nuova stagione espositiva con una mostra incentrata sull’opera grafica di Giulio Paolini arricchita da alcuni pezzi unici eseguiti in anni recenti a matita e collage. In linea con il tema del patrimonio artistico e culturale italiano proposto quest’anno dallo staff curatoriale di Artelibro, la galleria ha scelto di affidare alle opere del maestro con cui collabora dal 1974 la propria esortazione all’irrinunciabilità della conoscenza storica. Il complesso lavoro di Paolini infatti attraverso procedimenti di frammentazione, citazione e duplicazione esplora il museo inteso come luogo atemporale dove si manifesta la storia dell’arte, una linea continua in perenne divenire sempre suscettibile di revisioni e nuove indagini critiche. Mettendo in scena il teatro della rappresentazione artistica con i suoi strumenti specifici e i suoi peculiari meccanismi di creazione e fruizione, l’artista indaga l’azione del vedere e del fare arte come eterna attesa da parte dello spettatore e dell’autore del manifestarsi della verità dell’opera. Ermetica, oracolare e intraducibile, l’opera ha origine nell’assoluto che ha generato i capolavori del passato e preesiste al suo creatore: l’artista è il primo testimone oculare della sua epifania ed il messaggero che la indica al mondo. L’opera è immateriale, senza peso come lo sguardo che posiamo sulle cose e il suo corpo è il vuoto in cui si stratificano i valori, le memorie e le mitologie depositate dalla storia che chiedono di arrivare in superficie. L’immagine è un oggetto incorporeo al di là del piano della visione, un varco su una dimensione mentale parallela dove si esprime la potenziale perfezione della forma di cui ogni quadro rivela un’eventualità emblematica. Nella poetica di Paolini il disegno implica un’ottica fotografica perché illustrando un gesto, una distanza o un’assenza fissa un momento di eternità dell’immagine regolato e misurato dallo spazio. La profondità creata dal movimento della linea dà adito alle imprevedibili  soluzioni della forma e la sua traiettoria si irradia all’esterno della cornice relazionandosi con l’autore e lo spettatore in reciproco e continuo riflesso. L’artista è in volontario esilio nel luogo profondo in cui dimorano le opere del presente e del passato; ospite del museo come lo spettatore, ne condivide lo spazio di contemplazione all’interno del quale entrambi vengono a loro volta osservati dall’opera che stanno guardando. La rassegna proposta dallo Studio G7 permette al visitatore di ricostruire l’universo filosofico di Paolini ripercorrendo alcune delle sue ossessioni concettuali: la poetica del frammento che evoca il fascino delle rovine classiche, l’abdicazione dell’autore che si immedesima in una cornice senza quadro e in una poltrona vuota, la rappresentazione degli strumenti del fare artistico o la scomposizione dell’immagine che ne mette a nudo la struttura. Appaiono inoltre alcune sue ricorrenti controfigure, come il distaccato valet de chambre che guida lo sguardo dello spettatore lungo le linee di fuga della costruzione prospettica o il disegnatore in abiti settecenteschi che fissa le coordinate spaziali del proprio campo visivo.

 

Wolfgang Weileder. Meridiano

Wolfgang Weileder Foce del Rubicone, Adriatic Sea, Italy, 2014 - Archival ink on mat archival cotton paper (unframed) - 183 x 150 cm

Fino all’8 dicembre il MAMbo dedicherà una sala della collezione permanente a Meridiano, mostra curata da Gino Gianuizzi che riunisce dodici lavori fotografici di Wolfgang Weileder appartenenti alla serie Seascapes. L’artista tedesco, che dal 2000 risiede nel Regno Unito dove è docente di scultura contemporanea alla Newcastle University, attraverso scultura, installazione, fotografia e performance indaga le interazioni dell’uomo con l’ambiente in cui è immerso alla ricerca di un inedito equilibrio visivo tra tempo e spazio, permanenza e transitorietà. Il progetto Seascapes, in ideale dialogo con i celebri paesaggi marini in cui Hiroshi Sugimoto inseguiva una visione eterna e immutabile, per la prima volta abbandona il contesto urbano per concentrarsi sull’incontro tra cielo e mare che tanto aveva affascinato il fotografo giapponese. Viaggiando in tutto il mondo Weileder nelle ore che precedono e seguono il tramonto realizza migliaia di scatti a distanza di pochi secondi con una camera fissa su una medesima inquadratura; l’immagine finale deriva dalla ricomposizione di questa sequenza temporale mediante un software che seleziona nello stesso punto di ciascuna ripresa una banda verticale della larghezza di un pixel che viene allineata alle altre in successione cronologica. Attraverso questo procedimento l’artista riesce a rendere la percettibilità del cambiamento in visioni potenti che manifestano l’indissolubilità del nesso spaziotemporale: sotto e sopra la linea statica dell’orizzonte il tempo accade come somma di infinitesimali variazioni verticali. L’apparente impersonalità del mezzo tecnologico che per un attimo sembra poter racchiudere l’infinito in una formula verificabile trascina invece lo sguardo in un’immensità ancora più profonda che fa emergere l’aspetto qualitativo del tempo, il Kairos divinizzato dagli Antichi. La permanenza del mare e del cielo immortalati a questo modo  sorprendentemente deriva da una combinazione di transitorietà cicliche, come l’alternarsi di notte e giorno, le diverse ondulazioni dell’acqua che catturano o assorbono la luce e le migrazioni delle nuvole. In questo scenario matematicamente incommensurabile la vita è un punctum, un fatto accidentale che interrompe la pacata declinazione dell’infinito come una barca che solca l’oceano o una roccia che emerge dall’acqua.