Haim Steinbach Once again the world is flat

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Si è da poco conclusa al Kunsthalle di Zurigo un’ampia retrospettiva dedicata a Haim Steinbach, israeliano d’origine e newyorkese d’adozione protagonista dagli anni ’80 della nuova scultura americana, consacrato a livello internazionale dalle partecipazioni a Documenta IX nel ’92 e alle Biennali veneziane del ’93 e ’97. Once again the word is flat ripercorre oltre quarant’anni della sua produzione artistica, concepita come investigazione dello statuto dell’oggetto in arte attraverso l’esplorazione degli aspetti psicologici, estetici, culturali e rituali della collezione ed esposizione di oggetti già esistenti. Fin dagli esordi nei primi anni ’70, quando partecipava alla riflessione minimalista sulla pittura realizzando quadrati monocromi incorniciati da barre colorate in calcolata giustapposizione, il suo lavoro è animato dalla tensione dialettica tra una rigorosa aspirazione formalista e la compromissione con la tattilità sensuale dei materiali. In breve tempo infatti sostituisce la pittura con riquadri di linoleum che riproducono l’accostamento di motivi decorativi storici e popolari, livellando componenti culturali alte e basse in un implicito annullamento delle gerarchie del giudizio estetico. I materiali da rivestimento veicolano i diversi stili di forma, colore e decorazione della tradizione che rappresentano e il fatto di essere scelti ed esposti su una parete li ricollega all’originaria funzione della pittura di proiettare l’immaginazione nello spazio sociale e architettonico.
Evoluzione naturale di questo gesto è la sua amplificazione tridimensionale mediante gli scaffali su cui dalla fine degli anni ’70 comincia a disporre oggetti provenienti da diversi contesti mescolando vecchio e nuovo, fattura artigianale e produzione di massa. Le mensole di Steinbach, sicuramente debitrici nei confronti dell’estetica pop che “presentava l’ovvio ma non era affatto ovvia” ed emblematiche del periodo come le coeve vetrine di Jeff Koons, sono implicate solo marginalmente nel dibattito artistico sulla cultura di massa a cui il suo lavoro è stato spesso accostato dalla critica. All’inizio si tratta di ripiani modulari sostenuti da supporti prefabbricati acquistati in magazzini di ferramenta, la cui severità formale ne enfatizza la funzione di “dispositivi scenico-linguistici” che presentano gli oggetti sottraendoli all’anonimato e articolandone spazialmente la presenza nell’ambiente che li ospita. In seguito le mensole diventano più elaborate rispecchiando anch’esse, in quanto oggetti, precise coordinate culturali e condizionano la percezione dei manufatti che sorreggono assecondandone le forme e le suggestioni con sorprendenti analogie.
Gli oggetti sono parte del linguaggio come le parole ma riescono a sottintendere strutture di rappresentazione più precise e stratificate: ogni oggetto è la personificazione di un mondo perché nasce come estensione della nostra esistenza civilizzata e perché ha intrattenuto una relazione d’intimità con chi l’ha posseduto e utilizzato. Ciò che interessa all’artista è far rincontrare al visitatore la dimensione che gli è familiare in modo diverso valorizzando le cose che, facendo parte della quotidianità, di solito vengono ignorate. Quello di Steinbach si può definire un linguaggio del posizionamento che vuole interferire con l’ordine costituito attraverso la giustapposizione di elementi che grazie alla nuova, improbabile collocazione vengono riattivati e riescono ad interagire facendo scaturire significati alternativi, aperti all’interpretazione del visitatore. I titoli di queste composizioni non suggeriscono nessuna narrazione implicita limitandosi ad elencare gli oggetti presentati (tra i quali la mensola non occupa una posizione grammaticalmente subordinata). L’ostentata neutralità dell’enumerazione sottintende una radicale riflessione linguistica di matrice concettuale che indaga l’aleatorio potere connotativo della parola e la sua identità artistica di oggetto trovato al pari degli altri.
Sugli scaffali di Steinbach dunque si avvicendano sequenze eterogenee delle cose più disparate presentate nella loro ripetizione e singolarità come set da pic nic, giochi di gomma per cani, confezioni di detersivo o cereali, un recipiente portabiscotti a forma di Snoopy, una collezione di gioielli stile Deco, orsacchiotti in uniforme mimetica, solette usate accanto a tappi di sughero, una scarpa femminile rivestita di tagliatelle dorate. L’effetto inquieta e sembra risvegliare una dimensione perturbante che giace immediatamente al di sotto della superficie della quotidianità, connessa con la tendenza dell’individuo a costruire la propria identità accumulando gli oggetti su cui proietta i propri desideri, disponendoli secondo i propri principi soggettivi di piacevolezza. Ancora una volta il mondo è piatto: la poetica dell’artista, in cui potenzialmente tutto è sullo stesso piano e sembra poter trovare un accordo con tutto, riflette il radicale cambiamento cognitivo innescato dalla circolazione digitale di informazioni, immagini e parole che ha creato una nuova forma di indifferenziazione sovvertendo le tradizionali nozioni di valore.
L’aspetto più importante è proprio la componente umana che continua a resistere nel suo universo di oggetti che conservano le tracce della loro storia e richiedono la partecipazione dello spettatore per diventare nuovamente significanti. Per questo l’allestimento della mostra di Zurigo assume un forte carattere ambientale: l’artista tramite pareti artificiali crea ambienti inclusivi che richiamano interni domestici in cui vecchie installazioni dialogano con opere più recenti e con prestiti selezionati dai musei locali. L’istanza scenica e compositiva alla base della gestazione delle singole opere viene quindi estesa allo spazio intero, moltiplicandone i ritmi strutturali ed i nessi intuitivi in un nuovo contesto che riesce a connettere le abitudini private di accumulazione e la convenzionalità del collezionismo pubblico.
Emerge così la personale interpretazione di Steinbach della pratica artistica come aspetto onnipresente nella nostra esistenza sociale e dell’oggetto d’arte come dispositivo di mediazione in grado di farci interagire con le dinamiche sotterranee su cui si basano le nostre consuetudini per poter incontrare nuove stratificazioni di significato.

 

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Artelibro

Artelibro 2013

Dal 18 al 21 settembre si terrà a Bologna l’XI edizione di Artelibro, la cui formula è stata ampliata in un ancora più ambizioso Festival del Libro e della Storia dell’Arte che ha assunto carattere internazionale dopo il gemellaggio con il Festival de l’Histoire de l’Art di Fontainebleau.
In linea con la vocazione originaria, il cuore della manifestazione rimane l’incontro con il libro antico e la promozione della lettura, mentre il tema ITALIA: TERRA DI TESORI affronta la questione del patrimonio artistico e culturale italiano sottolineando la necessità della sua adeguata valorizzazione.
Al tradizionale appuntamento con l’editoria d’arte contribuiranno i librai antiquari dell’ALAI – Associazione Librai Antiquari d’Italia – che parteciperanno alla grande mostra-mercato di Palazzo Re Enzo e del Podestà in cui sarà possibile sfogliare e acquistare libri di pregio e consultare oltre cinquanta riviste specializzate italiane e straniere. Novità di quest’anno è la presenza di una sezione dedicata alle gallerie d’arte moderna e contemporanea italiane dal titolo PROGRAMMA ITALIA. Miti, Archetipi, Nuove Iconografie, da un’idea di Sergio Risaliti. Attraverso le opere degli artisti presentati in mostra l’Italia emerge infatti come matrice di modelli creativi che si sono mantenuti vitali attraverso i secoli, mantenendo vivo il dialogo con un illustre “passato senza tempo” che si rivela oggi inesauribile fonte d’ispirazione e consapevolezza.
Nell’ambito del ricco programma di incontri, eventi e conferenze che animeranno le principali sedi culturali cittadine, sabato 21 settembre ritornerà infine la Serata d’Autore con apertura straordinaria dalle 20.30 alle 22.30 di nove delle Gallerie d’Arte moderna e contemporanea di Confcommercio Ascom Bologna.
Per il programma completo consultare il sito: www.artelibro.it

Gioacchino Montagna Velleitario tentativo di dissipare il buio

Gioacchino Montagna Allegra brigata

A partire dal 28 agosto la galleria Fantomars Arte Accessibile presenta Velleitario tentativo di dissipare il buio di Gioacchino Montagna, artista misterioso celato dietro uno pseudonimo che lo colloca in un immaginario e forse inesistente passato. Le sue opere, realizzate in tecnica mista su tavola, fanno rivivere una schiera di personaggi che ritagliano il proprio spazio di esistenza contro fondali bui rischiarati da tenui accensioni luminose in qualche modo irradiate dalla loro presenza. I soggetti sono immagini rubate da riviste e foto d’antiquariato ingrandite e applicate sul piano pittorico per essere poi interpretate con pennellate che ne cancellano parzialmente i dettagli rendendo evanescente la loro fisicità. Il prelievo conserva la memoria delle loro piccole vicende umane che la pittura trasferisce in una labile dimensione mentale, una zona liminare dove il ricordo si confonde con la visione. Una madre sostiene la sua bimba in posa sulla sedia, ballerine di cabaret sfoderano sorrisi di mestiere allacciandosi in una danza coordinata, una candida processione carnevalesca si ferma stupita per l’ultima volta o forse per sempre.
L’arte è un mezzo per mostrare ciò che le apparenze nascondono, così nei personaggi di Montagna la pittura che ne amalgama i connotati li predispone ad interpretare l’eterna commedia umana, intesa come incessante dibattersi nel mondo alla ricerca di un senso che spesso soccombe alle mistificazioni dell’esteriorità. Il riscatto e la liberazione partono dall’interno, come fanno intuire i luminosi occhi puntuti di ogni figura che sembrano sprigionare luce ostentando indifferenza verso le azioni che i loro corpi stanno meccanicamente compiendo. Non sembra esserci dolore in questa artificiale rappresentazione bidimensionale dove una sposa anziana può sorridere enigmatica mentre viene trafitta dal salto di un cervo e un’equilibrista grassoccia percorre con leggerezza la sua fune sospesa nel vuoto. Solo un’indefinibile, surreale malinconia emanata da un popolo di ombre dallo sguardo ardente che con la sua muta semplicità riesce ad assomigliarci così tanto da risvegliare la nostra inquietudine.

Gioacchino Montagna Gran varietà

Bill Viola Chi siamo? Dove siamo? Dove andiamo?

 
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I was born at the same time as video. Bill Viola

Si è recentemente conclusa al Grand Palais di Parigi un’ampia retrospettiva di Bill Viola, prima monografica francese dedicata ad un video artista: ripercorrere quarant’anni della sua straordinaria carriera ha fatto rivivere la storia di un mezzo tecnologico ed espressivo che ha condizionato le nostre abitudini visive con una radicalità paragonabile alla prospettiva brunelleschiana nel Rinascimento. Le prime videocamere portatili apparvero infatti sul mercato alla fine degli anni ’60 e nel 1971 Viola studente universitario a Syracuse cominciava a cimentarsi con il Super8 al corso sperimentale di Jack Nelson prima di diventare il giovanissimo assistente di Nam June Paik.
La video arte delle origini, nata in ambito Fluxus come processo non commercializzabile capace di penetrare in situazioni anomale e di veicolare l’opposizione ai media di massa, in quegli anni sembrava poter concretizzare la promessa concettuale di rifondare l’arte dalle radici senza gli infingimenti della rappresentazione. Bill Viola, affascinato come i suoi contemporanei dalle potenzialità linguistiche della nuova tecnologia, fin dagli esordi concentra la sua ricerca sulla percezione del Sé, indagando la compresenza di memoria, realtà e visione nella mente umana in una continua tensione verso l’affinamento delle capacità sensoriali per restituire alla coscienza ciò che di solito passa inosservato.
Nel video The reflecting pool (1977-79) l’inquadratura è fissa su uno stagno e sull’immobilità del bosco circostante: gli unici eventi percepibili sono le diverse ondulazioni dell’acqua e i riflessi che lasciano intravedere il passaggio di persone inesistenti sulla scena principale. L’opera indaga le contraddittorie apparenze del reale in un tempo che appare incommensurabile benché costellato di accadimenti puntuali presentando alcune tematiche ricorrenti nel lavoro di Viola come l’immersione dell’individuo nella natura e l’acqua intesa come diaframma tra il regno dei vivi e quello dei morti o dei non nati.
Il video è una forma d’arte immediata, le immagini in movimento che circondano, inseguono e irretiscono lo spettatore creano un campo energetico in grado di modificarne la condizione interiore con un’efficacia analoga a quella che aveva il propagarsi del suono della musica sacra nelle cattedrali medievali. Il tempo artificialmente dilatato, rallentato e ripetuto focalizza e amplifica il momento presente come in una pratica di meditazione che fa riemergere le istanze più profonde dell’anima. Così avviene ad esempio nel dittico Man Searching for Immortality/ Woman Searching for Eternity (2013) in cui su due lastre affiancate di granito nero sono proiettate le immagini di un uomo e di una donna che anziani e nudi come i progenitori biblici esplorano con una rudimentale torcia elettrica gli anfratti delle loro carni rugose prima di svanire nel buio dal quale provengono.
La nascita, la morte, la trascendenza, il tempo, lo spazio: nella produzione più recente di Viola l’essere umano ha una centralità assoluta e l’arte riprende l’antica funzione di tramite fra il mondo di Dio e quello degli uomini. La potenza delle immagini che il video permette in quanto registrazione diretta e cruda della realtà vuole risvegliare la sensibilità viscerale di un pubblico occidentale troppo sottomesso al dominio della mente. La presenza incarnata dell’uomo sulla terra ha una durata limitata, al termine della quale si è destinati a tornare nel regno delle ombre che custodisce il segreto del nostro destino: il dubbio e lo smarrimento sono le uniche certezze possibili di fronte a questi avvenimenti insondabili che l’arte contemporanea tende ad eludere come equazioni irrisolte. In Heaven and Earth (1992) il soffitto e il pavimento di una stanza sono collegati da una colonna divisa a metà da uno spazio vuoto in cui sono collocati due schermi affrontati su cui appaiono in bianco e nero i volti di un neonato e di una donna anziana agonizzante. Nel volto dell’uno si può intravedere il riflesso dell’immagine dell’altra in un indescrivibile incontro che prova a materializzare il punto di intersezione tra la vita e la morte.
I grandi interrogativi rifiutano ogni approccio razionale, sono misteri universali che vanno esperiti ed abitati con naturalezza come suggeriscono i grandi mistici orientali secondo i quali la vita umana è un lento passaggio dal materiale allo spirituale verso la liberazione nell’infinito oceano dell’essere.
Nella metafisica visiva di Viola elementi primari come fuoco e acqua sono metafora di metamorfosi e rigenerazione: il loro potenziale distruttivo è strumento di catarsi per l’individuo che solo attraverso l’annichilimento di sé può arrivare alla trascendenza. Nel video Ascension (2000) l’annegamento di un uomo che lentamente si abbandona sott’acqua fino ad inabissarsi nelle inconoscibili profondità dove non penetra luce è in realtà un presentimento di rinascita per analogia con l’immersione amniotica.
Il corpo con la sua gestualità involontaria diventa dunque un potente strumento di conoscenza che conduce verso la zona proibita delle energie emotive più profonde, spesso ritenute pericolose per la loro incontrollabilità. The Quintet of the Astonished (2000) mostra i volti di cinque persone che, senza interagire tra loro, lentamente modificano le loro espressioni facciali manifestando in successione dispiacere, rabbia, gioia e paura. Il piano ravvicinato chiama l’osservatore dentro lo spazio d’azione coinvolgendolo nella sperimentazione di queste emozioni estremizzate in ondate crescenti di tensione interiore e pressione emotiva che arrivate al culmine si sciolgono in più deboli ondate di sbigottimento. L’espressione intensificata delle passioni dilatate fino a diventare universali conduce alla purificazione com’era intesa dagli antichi greci nelle tragedie, un’apoteosi dell’umano temprato dal dolore dell’esistenza che trova riscatto nella pietà.
L’unicità del lavoro di Bill Viola, scultore del tempo e maestro della tavolozza cromatica digitale, sta nel distillare una complessa cultura filosofica, poetica ed artistica in immagini essenziali di inconfutabile immediatezza che travalicando ogni categoria artistica costringono lo spettatore a chiedersi assieme a lui: “Chi sono? Dove sono? Dove sto andando?”.