Nick van Woert Nature calls

NvW_Untitled (Yellow Statue)

Il Mambo durante i mesi estivi presenta a cura di Gianfranco Maraniello Nature calls, prima retrospettiva museale di Nick Van Woert, classe 1979, nato a Reno nel Nevada, “la più grande città piccola del mondo” dove le effimere architetture dei casinò e del divertimento notturno subentrano alla natura aspra del deserto sul quale sorge. La riflessione dell’artista, incentrata sulla vulnerabilità dell’uomo in rapporto all’habitat ormai irrimediabilmente artificiale in cui deve vivere, si esprime attraverso sculture e installazioni che sperimentano varie possibilità di metamorfosi e ibridazione tra forme e materiali. Il filo conduttore della sua opera è infatti la manipolazione di oggetti e materia per far emergere i valori ed i significati di cui sono portatori e generatori autonomi, intendendo l’arte come specifica forma di conoscenza della struttura delle cose in opposizione all’ingannevole primato dell’apparenza.
Per capire i meccanismi sottesi a ciò che ci circonda è necessario anzitutto scomporre, ed è proprio da questo principio che nascono le opere in plexiglass costituite da parallelepipedi identici sovrapposti all’interno dei quali materiali e prodotti eterogenei vengono accumulati e accuratamente separati per genere, come Home & Garden (2011) o So Fresh So Clean (2011). L’artista, che proprio in riferimento a questa serie si definisce “pittore paesaggista”, sottopone ad una radicale classificazione gli elementi che compongono l’illusoria varietà della vita quotidiana, rivelando come misure e forme standardizzate improntino la nostra percezione pur rimanendo invisibili. La comodità e la piacevolezza offerte dai moderni materiali artificiali, che rimandano ad una vita pulita, colorata, leggera e perennemente giovane, è una copertura che maschera l’orrore della caducità e nasconde impensabili minacce. Gel per capelli e cloro se mescolati possono innescare un’esplosione, l’erba sintetica è facilmente infiammabile e comuni attrezzi da lavoro diventano oscuri presagi se accostati a ossa animali e finti arti umani. Questi paesaggi intossicati, che svelano la natura inquietante delle banali presenze che popolano il nostro ambiente domestico, denunciano la grande finzione alla base di una società che adotta i canoni della produzione di massa come stile di vita. Niente è come sembra, conveniamo a questo punto con l’artista, anche se poi questa acquisita consapevolezza non riesce a neutralizzare del tutto il fascino conturbante delle sue collezioni di oggetti, che continuano a soggiogare lo sguardo con la loro insidiosa bellezza artificiale.
Nick van Woert è un giovane uomo che cerca di negoziare con l’incertezza della crisi del XXI secolo nel fallimento delle utopie progressiste che avevano improntato le ricerche della precedente generazione artistica e i suoi lavori materializzano instabili equilibri tra poli opposti in continua verifica.
La tensione tra natura e cultura è affrontata ad esempio in una serie di suggestive opere scultoree che rielaborano copie prefabbricate di statue grecoromane in fibra di vetro attraverso violente mutilazioni e colature di materiali industriali o rifiuti organici. I feticci della classicità, scelti con indifferenza dall’artista in un magazzino di arredi per giardini, rivelano l’illusorietà del lusso che rappresentano e la loro reale natura di vuoto simulacro dopo essere state sottoposte ad azioni distruttive che ne stravolgono la manierata compostezza. Ancora una volta la sostanza effettiva del soggetto si identifica nell’inscindibilità di significato e presenza fisica: questi impostori culturali trovano dunque nuova completezza nella combinazione con agglomerati spesso informi di materiali altrettanto artificiali tramite i quali vengono riammessi a pieno diritto nel dialogo artistico. Così le tre grazie di Yellow statue (2014) palesano la loro divina presenza in una nuvola di uretano fluorescente come se fossero state fagocitate da chissà quale insetto alieno acquisendo una nuova squillante bellezza. Lady lady (2011) è una Venere crivellata di buchi imprigionata dal poliuretano verde che sembra uscire dal suo ventre forato rendendo maldestro il suo classico ancheggiare, mentre in Black statue (2014) prende corpo la funesta apparizione di una demoniaca Madonna in una densa massa nera che ne cela il volto maledicente.
Surrogati di antichità ricevono un’adeguata integrazione tramite l’inserimento di concrezioni materiche illusoriamente naturali che sostituiscono le parti mancanti asportate dall’artista. Il torso e la testa dell’Haruspex (2010) sono dunque rimpiazzati da una colonna stratificata di rifiuti prelevati dallo studio dell’artista compattati con poliuretano: le preziose venature quasi marmoree che vengono così esposte diventano nuove interiora da esaminare per esercitare la divinazione. In Horror vacui (2010) assistiamo alla metamorfosi di un’irriconoscibile divinità femminile, moderna Dafne che sceglie di annullarsi nel poliuretano, in un fiammeggiante castello di aggregazioni dorate che ricordano le stalagmiti create dalla sabbia bagnata quando viene fatta scivolare tra le dita. Di Nature girl (2012) rimangono invece solo le gambe classicamente atteggiate: tutto il resto è evocato da ramificazioni rocciose ricreate dall’addensamento di metalli e scorie di carbone che rivelano un imprevisto antropomorfismo.
In bilico tra mistificazione e rivelazione, van Woert dissemina la mostra di magmatici meteoriti (Untitled 2014) che brillano di una lucentezza tossica e schiumosa, forme enigmatiche posate come un ostacolo lungo il percorso del visitatore. Da alcune di esse emergono le estremità di attrezzi in ferro non più identificabili come se fossero antichi reperti aggrediti dai secoli, mentre la più nascosta è percorsa da sorprendenti cavità pastose e biancastre che ne rivelano la struttura interna. Con questa operazione l’artista ribadisce come la sua maniera di rianimare oggetti altrimenti inerti sia mostrarne gli anfratti più reconditi ed esplorare le caratteristiche fisiche delle loro materie costitutive, facendo a questo modo scaturire composizioni più suggestive ed eloquenti di qualsiasi scaltra mistificazione.

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L’illusione della luce

BROODTHAERS

Fino al 31 dicembre le splendide sale del settecentesco palazzo Grassi a Venezia ospitano L’illusione della luce, una retrospettiva a cura di Caroline Bourgeois con opere di venti artisti dagli anni sessanta a oggi che offrono diverse declinazioni del tema della luce, indagato nelle sue implicazioni semantiche e percettive. Il visitatore, seguendo il concatenarsi delle antiche stanze, è invitato ad attraversare ambienti diversificati, ciascuno dedicato al lavoro di un artista che propone la sua personale “illuminazione”.
La mostra si apre con un’opera realizzata dal californiano Doug Wheeler che trasforma l’atrio del palazzo in uno spazio saturo di bianco accecante in cui il visitatore sperimenta la perdita di ogni riferimento percettivo nell’impossibilità di fissare lo sguardo su una superficie riconoscibile. L’immersione in questo campo d’assenza incontaminato, ottenuto attraverso una complessa struttura a cupola ed una sapiente calibratura dell’illuminazione, permette di percepire la luce come materia evocandola in una dimensione quasi tattile. L’artista, attivo dagli anni ’60 con installazioni ambientali che coinvolgono il pubblico enfatizzando l’esperienza fisica dello spazio, è uno dei pionieri del movimento Light and Space assieme a James Turrell e Robert Irwin. Quest’ultimo è rappresentato in mostra da una sequenza di tubi al neon lasciati a vista che trasformano lo spazio con le differenti tonalità delle loro emissioni luminose, regolate dallo spettatore tramite un interruttore a parete. La sua ricerca estetica, caratterizzata da un approccio più distaccato espresso da alterazioni ambientali minimamente invasive, è finalizzata ad acuire la sensibilità percettiva dell’osservatore sollecitandolo ad una consapevole interazione con l’ambiente circostante galvanizzato dall’intervento artistico.
Julio Le Parc, uno dei principali protagonisti della Op Art, interpreta invece la luce come movimento per creare un’arte tridimensionale che si relaziona con il pubblico in modo immediato e diretto, coinvolgendolo in un’esperienza aperta ad ogni interpretazione. La sua opera Continuel lumière cylindre è un grande disco fluttuante nel buio che ipnotizza lo sguardo con le sempre differenti combinazioni di fasci luminosi che si intersecano sulla sua superficie. Anche l’installazione di Vidya Gastaldon innesca una suggestiva sollecitazione sensoriale: una delicata cortina di fili di lana colorati che a distanza sembra materializzare la luce in un pulviscolo arcobaleno, se attraversata restituisce la sensazione di una carezzevole pioggia floreale. L’opera, che coniuga l’estetica minimalista con un immaginario psichedelico, è un gioioso invito a seguire le nostre pulsioni più sensibili e fragili.
La percezione può ingannare anche quando ciò che si vede appare di ovvia lettura, come suggerisce Robert Whitman con Light bulb: da una lampadina accesa che pende dal soffitto sembra colare un sottile filo d’acqua, in realtà olio minerale, mentre la luce cambia di intensità. In linea con la teatralizzazione di spazi domestici che fin dagli anni ’60 impronta le performances e i filmati dell’artista, anche qui oggetti banali si animano evocando un’allarmante atmosfera onirica. La latente e imprecisata minaccia si trasforma in tragedia conclamata nel film di Bruce Conner, realizzato utilizzando riprese effettuate nel 1946 dal governo americano per documentare il primo test nucleare sull’atollo di Bikini. Il cadenzato succedersi di esplosioni immense e sublimi accompagnate da una colonna sonora minimale si alterna ad inquadrature di lugubre calma fisse sul paradiso naturale in bianco e nero che sta per essere sconvolto. La contemplazione dell’orrore nella sua manifestazione più eclatante è un ammonimento a prendere una posizione impegnata sulle problematiche della convivenza globale, alla luce dei dolorosi insegnamenti della Storia.
Un eccesso di luminosità diventa bagliore accecante che impedisce di vedere: è questo lo stratagemma percettivo utilizzato dal collettivo canadese General Idea nella serie di quadri White AIDS, in cui le lettere che compongono il nome della malattia sono dipinte in bianco su uno sfondo altrettanto bianco. La negazione dell’evidenza in un chiarore uniforme, riprodotta viralmente in numerosi esemplari, rappresenta il silenzio che avvolge le vittime dell’epidemia del secolo e testimonia contro l’inazione e l’inettitudine del governo americano nel far fronte alla crisi della salute pubblica.
Anche per Marcel Broodthaers la pratica dell’arte corrisponde ad un susseguirsi di prese di coscienza per stabilire i rapporti tra l’oggetto e la sua immagine e tra il segno ed il significato della scrittura intesa anch’essa come oggetto. L’ambientazione Le salon noir ricostruita in mostra è un omaggio al suo grande amico Marcel Lecomte: una stanza in cui tutti gli arredi sono velati di nero ospita una simbolica veglia funebre del poeta belga, a cui prende parte anche il feretro appoggiato alla parete in posizione verticale. Il profilo del defunto appare scomposto in negativo e in positivo nei recipienti che sostituiscono la salma, mentre alcuni suoi effetti personali sono conservati in una campana di vetro accanto al biglietto da visita dell’artista che testimonia la sua partecipazione alla cerimonia. Nel surreale accostamento di questi elementi il bianco materializza la luce di una sintassi mentale che dispone gli oggetti come parole colmando il vuoto tra il visibile e il dicibile per confrontarsi con la paura ancestrale della morte.
Luci e ombre della storia individuale e collettiva ritornano nell’installazione del vietnamita Danh Vo, che mette a nudo le pareti di una sala del palazzo per farle diventare una grande bacheca su cui raccoglie vecchie fotografie di ragazzi vietnamiti e documenti personali che rimandano alla tematica del colonialismo. I candidi tendaggi che si frappongono tra l’osservatore e le immagini rimandano alla fragilità della coscienza, perennemente indecisa tra l’impulso e la paura di far luce nelle sue pieghe più intime e potenzialmente dolorose.
La multiforme varietà di interrogativi sollevati dagli artisti presenti in mostra sui molteplici significati della luce si arricchisce idealmente delle domande e delle riflessioni dei visitatori che si addentrano nelle loro stanze mentali, accendendo il percorso con ulteriori pulsanti possibilità e implicazioni.