Pozzati 1963-1968: la scuola dello sguardo

Concetto Pozzati, "Il guardone ha la pupilla aperta?", 1965

Concetto Pozzati, “Il guardone ha la pupilla aperta?”, 1965

La storica galleria de’ Foscherari, che negli anni ’60 era il cuore delle sperimentazioni artistiche bolognesi, ripropone uno spaccato di quegli anni con la retrospettiva Pozzati 1963-1968: la scuola dello sguardo, una raccolta di 24 dipinti realizzati in quel breve arco di tempo dall’artista di origini padovane trasferitosi giovanissimo a Bologna per studiare architettura e pubblicità. Il titolo della mostra richiama il clima dell’École du regard del cinema e della letteratura francese, che suggestionò profondamente il maestro nei suoi esperimenti di oggettivazione della realtà. L’innegabile matrice pop della sua figurazione viene infatti declinata come gioco comunicativo di assortimenti possibili tra le immagini, che ha radici nel futurismo e nel gusto manipolatorio della materia proprio della linea moderna italiana e nell’ironico citazionismo inglese che non ha la pretesa, come quello americano, di cancellare la storia. Pozzati è un grande regista di immagini che lavora su prelievi e reminescenze manipolate orchestrando ogni elemento con sorridente leggerezza nella creazione di un mondo pittorico che si sviluppa per successive addizioni. La dimensione cercata, in liminare equilibrio tra rappresentazione e presentazione, diventa espressione di un’ambiguità positiva, intesa come attraversamento della superficie delle cose in cerca di nuove possibilità combinatorie. La storia dell’arte e la quotidianità si contaminano a vicenda nella loro perenne disponibilità ad essere riutilizzate attraverso la rielaborazione dei materiali più disparati, come acrilico, olio, smalto, plastica, neon o specchi. Il risultato è una pittura vitale e gioiosamente dissacratoria in cui le immagini innescano un dialogo magrittiano con le parole che compongono i titoli dei quadri, generando ulteriori vivaci sedimentazioni concettuali. Un pomodoro blu al centro di una croce composta da specchi che ne ripetono la sagoma diventa quindi Sant’Andrea Pom, mentre A guardia della qualità si erge un improbabile monumento che esibisce frutta e organi umani ingigantiti, “cosificati” dalle gradazioni monocrome che ne scolpiscono i volumi sulla tela.

Gerald Thomaschutz Bilderwelten

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La galleria B4 di Bologna ha dedicato i mesi di maggio e giugno a Bilderwelten, prima personale italiana del pittore austriaco Gerald Thomaschütz, che dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Vienna nel 1974 si è dedicato costantemente all’impegno artistico.
Orientato fin dagli esordi verso una pittura figurativa che ha radici nelle atmosfere nitide e stranianti della Nuova Oggettività e nelle dolorose deformazioni dell’Espressionismo di matrice mitteleuropea, racconta monologhi di solitudine e disagio esistenziale come se fossero le vere trame della vita nascoste dietro le apparenze. Esclusivo fulcro d’interesse è l’uomo, che l’artista esamina impietosamente adottando nel corso degli anni differenti registri visivi derivati dall’esplorazione delle possibili gradazioni tra i due poli del “realismo irreale” e dell’alterazione espressiva.
L’essere umano dunque viene ridotto a brutale scarabocchio imprigionato nel colore o ad irriverente mostriciattolo crocifisso nei dipinti degli anni ’90, mentre in alcuni ritratti del decennio successivo il suo volto è scandagliato nelle più intime pieghe caratteriali con esiti che ricordano la vibrante scomposizione cromatica di Kokoschka e le derive caricaturali di Otto Dix. In certi lavori scarne figurine, compresse tra il fondo nero e il piano ribaltato del tavolo al quale siedono, annullano i propri lineamenti nel manifestare segrete inquietudini. Gli stessi personaggi compaiono racchiusi da contorni più netti in solitarie stanze dove incontrano animali esotici o insetti ingigantiti che sembrano materializzarne l’enigmatico pensiero in una bellissima luce meridiana.
Il mondo d’immagini che Thomaschütz ha scelto per quest’ultima mostra è una selezione di opere realizzate negli ultimi due anni in cui una sobria tavolozza cromatica intonata al bruno mette in scena l’incomunicabilità e l’alienazione dell’esistenza dei nostri giorni. Omini dall’aspetto insignificante sembrano sperduti su un palcoscenico troppo grande per la loro fragilità: stretti nei loro abiti da impiegati si ignorano a vicenda impauriti e sospettosi, rinunciando al conforto della solidarietà reciproca. Esseri maldestri ed insicuri, nati in una società meccanicamente meritocratica che non ammette errori, accettano le alterne quotazioni della loro dignità come destino ineluttabile.
Così La premiazione mostra come l’unico riconoscimento possibile sia una provvisoria salvezza dallo sprofondamento nel terreno che si apre sotto i piedi dei malcapitati finalisti e La classifica isola i candidati su piramidali piedistalli bianchi. La gola è una voragine che si apre al centro di una tavolata e tutti gli astanti la guardano pietrificati sperando che non sia il proprio turno di vittima sacrificale del sistema, mentre La pausa nel combattimento dello sfortunato colletto bianco all’angolo del ring sembra essere solo una momentanea sospensione alla raffica di colpi che riceverà di lì a breve.
Ognuno è solo nel proprio cono d’ombra, esposto alla piega maligna che possono prendere gli eventi quando la sfortuna si allea con gli intrighi altrui: lo accennano i dipinti di Thomaschütz e ne era convinto Goljadkin ne Il Sosia di Dostoevskij, incapace di riconoscere nei suoi famigerati nemici le proiezioni delle sue paure. Proprio al protagonista di questo romanzo si ispira il pittore in alcuni quadri in cui compare l’inquietante presenza del doppio, che amplifica la pochezza e la solitudine del personaggio ritratto. Se “le brave persone vivono senza ipocrisie e non sono mai doppie”, come sentenziava Goljadkin rivolgendosi al suo servo Petruska, allora il mondo evocato da questi dipinti è veramente insidioso, a giudicare dalla proliferazione di uomini identici appena mascherata dalle loro fattezze poco appariscenti. Uguali tra loro sono I dignitari schierati dietro la balaustra con fare accusatorio, ma sembrano essere infidi gemelli anche la maggior parte dei componenti di un capannello di confabulatori in combutta contro un loro identico nell’ombra ne Il palcoscenico. Gli omini sono soli anche nella vita privata dove la donna diventa una presenza irreale da evocare virtualmente (L’assenza) o una gelida testimone che aggrava il disagio con la sua insoddisfatta intransigenza (La conversazione).
In questa serie di quadri, dove il taglio fotografico dell’immagine evidenzia l’impianto teatrale delle scene raffigurate, l’artista esprime una vena più intima della sua poetica, come se il conflitto dei protagonisti fosse ripiegato dentro loro stessi consumandoli dall’interno, rendendoli piccoli grumi senzienti sproporzionati alla scena spoglia che li ospita. E proprio questa piccolezza li avvolge di pudore e lascia trasparire l’indulgenza e la comprensione che il loro creatore ha per loro al punto da non esitare, discretamente, ad offrire a qualche volto puntuto le proprie sembianze. Con un’ironia melanconica che toglie drammaticità al dolore Thomaschütz ritrae le umili meschinerie quotidiane dei suoi personaggi che, come Goljadkin, prudentemente si preparano a fare finta di niente per eludere le loro ingombranti sconfitte.
Decidere, contrariamente a loro, di rinunciare alla fittizia protezione offerta da un livellamento che annulla la libertà dell’immaginazione apre nuove possibilità alla figurazione che riesce ad evadere dal malessere con un atteggiamento di divertita lucidità. Così L’incubatore silenzioso ritrae il dittatore coreano imperturbabilmente circonfuso da un’aureola luminosa che assomiglia al fungo dell’esplosione atomica e I fratelli strabuzzano gli sguardi stralunati dalla tela rivolgendosi al visitatore come impacciati e teneri burattini.

Daniela Comani My film history

Daniela Comani My film history

La Galleria Studio G7 dedica i mesi estivi a My film History – Daniela Comani’s top 100 films, un progetto di Daniela Comani sviluppato in collaborazione con la galleria e presentato per la prima volta in Italia nel 2013, nell’ambito della collettiva al MAMbo Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea. L’artista, nata a Bologna nel 1965 e diplomatasi presso l’Accademia di Belle Arti, nel 1989 (anno della caduta del Muro) si trasferisce a Berlino dove attualmente risiede.
Il suo lavoro, che si esprime attraverso media diversificati come disegni, video, performance, installazioni e produzioni editoriali, è incentrato sull’analisi delle abitudini culturali della nostra società e sui meccanismi celati dietro la loro apparente neutralità, con particolare attenzione alle tematiche della memoria storica e degli stereotipi di genere.
My film history è una selezione di 100 film scelti tra i classici della cinematografia internazionale presentati attraverso una collezione di DVD e poster ed un catalogo che ne raccoglie le locandine con le relative sinossi in italiano, tedesco e inglese. Le grafiche originali sono scrupolosamente rispettate eccetto una sostanziale differenza che rischia di sfuggire ad uno sguardo superficiale: ciascuna di esse è stata riadattata dall’artista invertendo i ruoli femminili e maschili dei personaggi, modificando le parole del titolo e talvolta introducendo emblematici segnali visivi. Così Il Padrino diventa la Madrina e Marlon Brando porta il rossetto come gli efferati cacciatori di taglie de La Buona, la Brutta e la Cattiva, mentre Catherine Deneuve in Beau de jour sfoggia baffetti duchampiani e Queen Kong svetta tra i grattacieli brandendo un aitante giovanotto svenuto.
La sottile operazione concettuale innescata dall’artista secondo un meccanismo apparentemente innocente e giocoso provoca una vera e propria deflagrazione della trama che all’improvviso si ritrova priva del proprio retaggio di certezze acquisite e per questo aperta all’incontrollabilità degli sviluppi soggettivi.
Daniela Comani si impegna quindi su un duplice fronte: la destrutturazione di un linguaggio fortemente codificato come quello cinematografico attraverso piccoli elementi stranianti che bastano a creare lo scacco percettivo e la riflessione critica sui cliché maschili e femminili che deriva da questo corto circuito.
La sospensione del senso, che in primo luogo proietta lo spettatore in una dimensione equivoca, è un invito ad esplorare i luoghi mentali dell’immaginazione interpretativa per ricostruire la propria personale versione della storia sperimentando impreviste connessioni tra gli elementi della rappresentazione ora liberi dalla coercizione implicita in ogni forma di fruizione passiva. Guardando le locandine e leggendo il compendio delle narrazioni modificate secondo le linee di genere si è inoltre sfidati a focalizzare la presenza delle donne nei film proposti riconsiderandone il ruolo secondo le nuove associazioni di idee generate dall’azzeramento iniziale.
A questo punto diventa palese lo scarto tra l’iperdeterminazione dello stereotipo e l’inaspettato possibile pluralismo della realtà, rivelando quanto gran parte di ciò che nella nostra società appare come ordine naturale sia invece il prodotto di una stratificazione culturale.
Ripercorrendo le trame alterate, incontriamo dunque un casalingo annoiato che decide di prostituirsi a ore per comprare vestiti alla moda mentre la moglie è al lavoro (Deux ou trois choses che je sais de lui), un’elegante milionaria che ingaggia un giovane e ingenuo prostituto come accompagnatore per un viaggio d’affari (Pretty man) o le vicissitudini di quattro fratelli lasciati soli con il padre mentre la madre combatte al fronte durante la Guerra di Secessione americana (Little men). L’allegro spogliarellista Angelo vuole assolutamente avere un figlio e mette incinta l’amica della sua ragazza che invece non ne vuole sapere (Un homme est un homme) mentre nella Sicilia degli anni ’60 un minorenne viene sedotto dalla fidanzata di suo fratello e la madre deve a tutti i costi salvare l’onore della famiglia (Sedotto e abbandonato).
In linea con altri progetti precedenti, come ad esempio la serie fotografica Un matrimonio felice dove l’artista dava le sue sembianze a entrambi i membri della coppia o le Novità editoriali in cui rielaborava i titoli e le copertine di grandi classici della letteratura, la permutazione dei generi permette a Daniela Comani di rendere immediatamente percepibile la convenzionalità alla base del nostro subconscio culturale. La sua ironica e metodica messa in scena di universi paralleli bizzarri ma teoricamente attuabili dichiara la condizione illusoria di ogni pretesa oggettività assoluta, sottolineando la compresenza di molteplici verità. Coerente con questo intento l’artista sembra assumere una posizione neutrale e puramente enunciativa verso gli sviluppi della messa in discussione dei ruoli maschili e femminili al centro di queste serie di lavori, lasciando al pubblico la libertà di trarre le proprie conclusioni.
La sua personale resistenza ai meccanismi culturali e sociali consolidati sta quindi non nell’ennesimo parziale giudizio ma nello svolgimento stesso delle sue operazioni artistiche, efficaci grimaldelli che scardinano certezze utilizzando addirittura le stesse modalità della loro costruzione. Come avviene in My film history, dove la ripetizione, ovvio strumento per consolidare stereotipi, viene applicata al loro esatto opposto neutralizzando entrambe le posizioni.