Elmgreen & Dragset Biography

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L’Astrup Fearnley Museet di Oslo presenta Biography, prima grande retrospettiva dedicata al duo Elmgreen & Dragset, sodalizio artistico nato nel 1995 e impostosi sulla scena internazionale con eclatanti progetti site specific incentrati sul comportamento umano in relazione ai luoghi che ne condizionano le modalità esistenziali. Lavori provenienti da contesti differenti realizzati nell’arco di quasi vent’anni sono ora riuniti in un’unica articolata sede espositiva e creano un complesso universo in cui scultura, performance ed installazioni interattive dialogano tra loro immergendo il visitatore in una dimensione di narrazione totale. Gli spazi fisici del museo sono infatti orchestrati in modo teatrale, invitando il pubblico ad attraversare situazioni e ambienti stranianti che lo includono nel loro enigma senza concedergli un’intuizione definitiva. In ogni stanza, angolo o zona di passaggio sembra che si stia svolgendo una storia sfuggente, si ha l’impressione che qualcosa di importante sia appena accaduto e altro stia per succedere in un imminente imprecisato futuro.
Come su un palcoscenico si incontrano i reperti materiali di questi avvenimenti, indizi da decifrare per costruire una trama che diventa esperienza. Ci si ritrova dunque all’interno di The Mirror, una discoteca gay in cui a giudicare dal disordine la festa è già finita, anche se un giradischi continua a suonare la medesima suadente canzone e le luci rosse non sono ancora spente. Modern Moses è un neonato di cera abbandonato ai piedi di uno sportello bancomat automatico invece che in riva al fiume; il cancello su cui campeggia la scritta Miracle con tanto di avvoltoio appollaiato introduce in un desolante scenario dove si erge una torre di spazzatura mentre il collezionista galleggia annegato a faccia in giù nella sua piscina. Un ragazzino dallo sguardo assente contempla la scena dall’alto della scala antincendio e sembra essere sul punto di rinunciare per sempre al futuro che lo attende.
In ognuno di questi potenziali racconti si possono leggere più strati di significato che amalgamano componenti concettuali, spirituali, testuali e materiali: il loro avvicendarsi nel medesimo spazio fa emergere un ulteriore sfaccettato intreccio arricchito dalle conseguenze semantiche non del tutto pianificate scaturite dalla loro compresenza. Lo spazio sembra acquisire una propria capacità performativa, è carico di un’energia che trascina il visitatore nelle irresistibili orbite dei propri centri multipli.
Se il piano terra dell’esposizione è caratterizzato da ambienti ricostruiti secondo canoni di realismo illusionistico al punto da sembrare episodi di una realtà assurda ma possibile, salendo le scale ci si addentra nei meandri di un simbolismo più rarefatto, in cui l’innegabile aderenza al vero degli oggetti proposti si irrigidisce in una sorta di ieraticità museale. Si entra quindi in un antro nero dove un avvoltoio veglia una culla vuota, due paia di mani sembrano fluttuare in aria ingaggiando una battaglia di cuscini e un braccio esce dalla parete trattenendo un sacco che si suppone pieno di monete. La lacca bianca che riveste queste sculture in resina richiama la classicità accademica ma allo stesso tempo trasforma questi calchi di oggetti in un’apparizione spettrale. Uno stretto corridoio ospita lunghe mensole sulle quali si susseguono fotografie incorniciate che ritraggono situazioni legate al mondo omosessuale in diverse città del mondo, mentre il solitario He, ragazzo dorato assiso su una roccia nella stessa posizione della Sirenetta di Copenaghen, guarda malinconico dalla finestra le persone vere che passeggiano in riva al fiordo su cui si affaccia il museo.
La biografia messa in scena in questa sede racconta la difficoltà di strutturare un’identità nell’epoca dell’appiattimento mediatico e procede per frammenti come l’esistenza umana che rifiuta uno sviluppo lineare per assecondare le proprie mutevoli importanti priorità. I personaggi presenti in mostra possono rappresentare gli autori o il loro immaginario condiviso, ma impersonano anche sogni, paure e visioni del pubblico, che contribuisce alla storia aggiungendo l’eco dei fatti significativi delle proprie vicende personali. Fare arte per Elmgreen & Dragset significa costruire dispositivi di esperienza che riescano ad interagire con le persone in uno stato sospeso tra coscienza e sogno mettendo in risalto ciò che di solito è nascosto o si ignora. Spettacolari e ironici, costruttivamente distruttivi ma anche trasandati o intenzionalmente noiosi, i loro lavori non vogliono urlare la propria appartenenza alle alte sfere dell’arte, ma far ascoltare le domande che implicano. I segni visivi disseminati lungo il percorso parlano di questioni complicate, tradotte con audacia in un linguaggio così ostentatamente accessibile che corre il rischio di essere frainteso. Biography è un viaggio in una sostanza artistica capace di evocare tragedie personali, indignazione sociale e relitti di attività umane, emotivamente coinvolgente e spietata nel mettere a nudo i meccanismi sottesi alle convenzioni del vivere contemporaneo da cui nemmeno l’arte è immune.
L’esposizione si conclude infatti idealmente con una sala museale fittizia, alle cui pareti sono incorniciati strati di intonaco bianco prelevati dalle principali sedi espositive mondiali di arte contemporanea, rappresentate anche come un cumulo di parallelepipedi identici contrassegnati dal nome che ne evoca l’efficacia di icone culturali. Nello stesso ambiente convivono ignorandosi Irina, statuaria cameriera in bronzo dorato, un candido topolino tassidermizzato che sbircia la morte del collezionista al piano inferiore ed un reale imbianchino che come Sisifo è impegnato nell’inutile fatica di intonacare la stessa porzione di parete. L’imbarazzante cortocircuito creato dall’accostamento di elementi che risultano fittizi pur aderendo alla realtà secondo strategie concettuali o mimetiche fa affiorare la labilità di qualsiasi punto fermo, che si rivela in ultima analisi come nient’altro che un punto di vista. Con sorridente ironia l’installazione mette in scena le insidie del sistema dell’arte, dichiarando allo stesso tempo di condividerne le regole e di farne parte.

Lucio Saffaro Le forme del pensiero

L'identificazione della realtá Isokrator (opus X), 1955

La Fondazione Lucio Saffaro di Bologna, costituitasi un anno dopo la scomparsa dell’artista assecondandone la volontà, ha presentato in anteprima il documentario “Lucio Saffaro. Le forme del pensiero” prodotto da RAI Educational-Magazzini Einstein con regia di Giosuè Boetto Cohen, realizzato in collaborazione con CINECA da un’idea di Gisella Vismara. Pittore, poeta, scrittore, filosofo, matematico e musicologo, il solitario e misterioso Saffaro (Trieste, 1929-Bologna, 1998) nonostante l’ apparente estraneità al dibattito artistico contemporaneo ottenne fin dagli esordi uno straordinario successo di critica: l’amplissima bibliografia che lo riguarda annovera tra gli altri contributi di Accame, Arcangeli, Argan, Barilli, Calvesi, Cerritelli, Emiliani e Menna. Il documentario ripercorre l’affascinante storia di questa personalità introversa restituendone la complessa vicenda creativa attraverso le immagini dei suoi dipinti e disegni, documenti fotografici, filmati di famiglia e interviste ad amici ed estimatori con cui spesso dialogava.
“Indagherò sul senso originario del pensiero fino a trovare la sostanza prima dell’esistenza e le dimensioni del suo significato”, scriveva Saffaro appena ventunenne e proprio la priorità assoluta dell’esercizio del pensiero in cerca della perfezione è all’origine delle speculazioni matematiche ed estetiche che egli concretizzò nelle sue opere.
I primi lavori realizzati negli anni Cinquanta sono carichi di suggestioni metafisiche e surreali: in un teatro silente abitato da elementi plastici che interrogano lo spazio con prospettive impossibili compaiono personaggi la cui origine antropomorfa è interpretata con fantasia geometrizzante. Questi attori solitari decantano i loro monologhi di inquietudine esistenziale nell’araldica nobiltà dei colori preziosi di cui sono ammantati e nell’eleganza del loro incedere. Sono nobili figure provenienti da un tempo incommensurabilmente lontano nel passato o nel futuro, principi, poeti, cavalieri o congregati che impersonano alchemiche forme spirituali. L’arte esplora le dimensioni sconosciute dello spazio interiore in cerca delle connessioni segrete tra la realtà sensibile e l’empireo delle idee supreme di cui quest’ultima è riflesso.
Saffaro è un umanista contemporaneo innamorato del rigore geometrico della pittura italiana rinascimentale e appassionato studioso della scienza prospettica pierfrancescana. Proprio il suo interesse per alcune idee matematiche nate nel mondo classico e sviluppate dal sapere moderno innesca la sfida concettuale che lo induce a recuperare la tradizione antica reinventandola e conducendone le logiche alle estreme conseguenze verso inediti sviluppi.
Nel 1966 pubblicò il Tractatus logicus prospecticus, un manuale per artisti corredato da 120 tavole, ideale epigono di un’illustre genealogia che collega Platone, Archimede, Piero della Francesca, Luca Pacioli e Keplero. L’idea centrale del Tractatus e fondamento di tutta l’opera dell’artista è la dimostrazione logica, grafica e matematica della presenza dell’infinito all’interno del finito, in un’inesauribile catena di moltiplicazione. I dipinti degli anni successivi abbandonano la vena arcaica e lirica che trapelava dall’essenzialità delle forme per insistere su questo concetto addentrandosi in un labirinto di variazioni e contraddizioni. A partire dagli anni Settanta infatti assolute protagoniste dei suoi quadri sono figure geometriche solide che all’inizio sembrano sospese in un vuoto disarmante, mentre con il passare del tempo si relazionano con un complesso sistema di basamenti e piani d’appoggio sfaccettati che ne immobilizzano la posizione in una dimensione ancora più ambigua.
Come scriveva Marchiori, un enigma per Saffaro è un problema da risolvere in termini logici: le sue combinazioni e compenetrazioni di poliedri sono di fatto oggetti del pensiero resi visibili dalla pittura, figure teoriche che sono immagini e concetti al tempo stesso. L’irrisolvibile confronto tra l’io e l’infinito viene declinato in forme complesse che sfidano i limiti delle possibilità della conoscenza e condensano spazio e tempo in immagini di inquieta eleganza. Ognuna di esse tradisce l’emozione dell’artista che percepisce la presenza viva del Pensiero e tenta di catturarne l’essenza calandola sulla superficie della tela. La stesura sensibile del colore, che progressivamente abbandona il rosso e il verde per una delicatissima gamma di azzurro-grigio fa intuire le potenzialità dell’imprevedibile che resiste alla teoria e ci avverte che ogni evento è transitorio nel tempo.
La speculazione teorica di Saffaro alla scoperta di nuove classi di poliedri regolari raggiunge il culmine negli anni Ottanta, quando l’artista presentò Il poliedro M2 e La disputa ciclica alla XLII Biennale di Venezia curata da Calvesi. Le due grandi tele, esposte a confronto con le 60 tavole disegnate da Leonardo da Vinci per illustrare il De divina proporzione di Luca Pacioli, raffigurano due poliedri particolarmente complessi ideati in collaborazione con il CAD dell’ENEA mediante innovative tecniche di calcolo. L’eccezionalità di questi due dipinti, in cui la pittura, in linea con il tema “Arte e scienza”, è strettamente vincolata al rispetto dei risultati dell’elaborazione matematica e digitale, riporta la riflessione sull’apparente contraddizione che anima l’istinto creativo del pittore. Se da un lato il suo fare artistico trova la sua forza propulsiva nei procedimenti del sistema di pensiero scientifico, d’altra parte le nuove strutture suggerite dalla logica matematica trovano la loro esclusiva ragione d’essere nell’intensità del contenuto poetico che riescono a veicolare. Gli oggetti artistici raffigurati da Saffaro sono spiragli attraverso i quali l’infinito e l’astratto si danno come immanenti e le diverse possibilità dell’essere si rendono disponibili alla contemplazione terrena. La malinconia e la solitudine dell’uomo che si arrovella nell’impossibilità di accedere alla perfezione nel corso della sua esistenza trovano conforto nelle estemporanee visioni del Sacro e del Divino che solo l’arte può regalare. Il nostro destino sta nell’origine e l’angosciosa ricerca della verità che anima la nostra vita conoscitiva si risolve in un continuo attraversamento di queste due polarità.
La raffinatissima speculazione filosofica di Saffaro racconta un’esperienza interamente umana, che mette a nudo dubbi e fragilità universali nel raccoglimento di una pittura che il suo autore volle proteggere dagli strepiti e dai condizionamenti del sistema dell’arte e dalle logiche di mercato.
La sua figura appartata merita oggi di essere conosciuta più da vicino, ed è proprio questo l’obiettivo che si pone la Fondazione Saffaro con la realizzazione di un documentario televisivo destinato ad un ampio pubblico e con l’edizione del Catalogo generale, ancora in corso d’opera, delle 260 opere pittoriche dell’artista.