Gregori Maiofis Le trame visive della favola umana

Maiofis La ragazza invidiosa

In occasione di Arte Fiera la Pop/off/art Gallery ha presentato a Bologna alcuni lavori di Gregori Maiofis, raffinato artista visivo classe 1970 che vive e lavora nella sua città natale, la sofisticata San Pietroburgo dove “è artisticamente possibile ciò che non si potrebbe realizzare in nessun altro luogo”. Queste parole, pronunciate nel corso di un’intervista in cui spiegava le motivazioni del suo ritorno in patria dopo cinque anni trascorsi a Los Angeles, rivelano il profondo rapporto dell’artista con l’ambiente in cui crebbe e si formò culturalmente, fonte inesauribile della sua ispirazione.
Figlio del famoso illustratore Mikhail Maiofis, fin da piccolo nello studio del padre venne iniziato ai segreti dell’incisione all’acquaforte, mentre le illustrazioni dei capolavori della storia dell’arte che ammirava nei libri collezionati dal nonno architetto plasmavano il suo immaginario. Intellettuale eclettico, costruisce la sua visione del mondo amalgamando spunti letterari, politici, filosofici e la restituisce in immagini suggestive che trasformano in poesia la complessa stratificazione di significati e allusioni di cui sono portatrici. Il primo talento di Gregori Maiofis è quello di saper inventare storie, sviluppando racconti visivi che strutturano le sue riflessioni in trame ben precise in cui la voce narrante è costituita da immagini fotografiche concepite come pittura. L’artista infatti orchestra le pose dei modelli davanti all’obiettivo secondo i classici canoni della composizione, disponendoli come se fossero gli elementi testuali del discorso che ha in mente. La componente teatrale delle sue messe in scena si rivela quindi strumento narrativo che permette una compresenza di contenuti altrimenti impossibile e la sequenza che deriva dalla ripetizione variata di una stessa tematica verifica le diverse possibilità di un medesimo mitema.
Nella serie Fun at the piano, ad esempio, un orso ammaestrato compostamente seduto su uno sgabello si cimenta con vari modelli di pianoforte. L’apparente ingenuità dell’immagine, giocata su una rarefatta scala di grigi in cui la stampa bromoil gareggia con l’acquerello per la delicatezza dei passaggi tonali, è smascherata dalla graffiante ironia dei titoli che fanno leggere ogni elemento come un indizio. In Children’s album l’anomalo pianista suona sotto lo sguardo vigile di un busto di Tchaikovsky ridicolmente piccolo; in Motherland, brano di Natalie Merchant dedicato alle vittime dell’ 11 settembre, si irrigidisce alla pianola non ricordandosi l’inizio, mentre alla parete spicca una riproduzione paesaggistica che raffigura i suoi simili liberi nel bosco. L’esecuzione di 4’33’’ lo vede invece impegnato a svèllere i tasti di un pianoforte elegantemente modanato interpretando il silenzio della musica in un’accezione che forse anche John Cage avrebbe trovato interessante.
Il frequente utilizzo da parte di Maiofis di animali da circo addomesticati, oltre all’orso scimmie, cani, leoni, ed elefanti, ha le sue radici nella satira colta del favolista ottocentesco Ivan Krylov che attraverso le gesta di animali umanizzati stigmatizzava le stupidità del suo tempo. Nel lavoro dell’artista, però, piuttosto che esprimere una simbolizzazione precisa, assolvono ancora una volta la funzione di un artificio linguistico: lo straniamento che produce la loro immagine struggente e reale si fa prodigioso intermediario di sfaccettate verità.
Nella serie Proverbs l’acuto apparato analitico di Maiofis scompone, interpreta e sornionamente rielabora alcuni proverbi tramandati dalla saggezza popolare, norme di comportamento codificate in parole che veicolano giudizi sul mondo da verificare attraverso le immagini. Politics make strange bedfellows: un orso siede compunto su un grazioso letto ai piedi del quale si vedono raffinate scarpe femminili; Adversity makes strange bedfellows: sullo stesso letto l’orso consola la donna malinconica che si trova al suo fianco appoggiandole con delicatezza una zampa sulla spalla. In Closed mouth catches no flights un domatore infila la testa nelle fauci spalancate del leone, mentre in Two heads are better than one due scheletri si abbracciano dondolando i teschi accostati sullo sfondo di una colonna che regge un’aquila bicipite, stemma di sovranità su Oriente ed Occidente coniato ai tempi di Costantino.
Follie, ansie e debolezze dell’umana condizione vengono illustrate in questi scatti che assumono valenza universale proprio grazie all’umorismo con cui sono concepiti, senza rinunciare all’evidenza dei precisi riferimenti culturali e nazionali che emergono ad un diverso livello di lettura.
Know Thyself, ammonisce un uomo con maschera ferina indicando all’orso seduto davanti allo specchio il riflesso di entrambi: la sentenza delfica calata in panni animaleschi diventa immediatamente percepibile e porta con sé ulteriori implicazioni sullo statuto dell’arte che indaga le possibilità della rappresentazione mescolando componenti “alte” e “basse” della cultura.
L’articolata serie intitolata Artist and Model, composta da immagini irriverenti che incatenano lo sguardo con la nuda bellezza di giovani donne colte talvolta in situazioni sessualmente esplicite, nasconde in realtà un’articolata riflessione linguistica sul tema della rappresentazione. In queste messe in scena infatti le modelle posano per un pittore che volge le spalle all’obiettivo di Maiofis, lasciando bene in vista la tela su cui sta dipingendo. La bizzarra e arbitraria interpretazione con cui l’artista ritratto trasfigura la realtà che ha di fronte crea un irresistibile corto circuito tra l’immagine fotografica e le parole del titolo, facendo scaturire nessi imprevedibili. In Fallocentric at work ad esempio il pittore ritrae la ragazza che si scopre il seno come un bullo nerboruto fiero dell’esuberanza del proprio bicipite, arrotondato come le curve della donna. In European design tre ragazze inginocchiate protendono gli splendidi fondoschiena verso l’artista che li raffigura come altrettante prese di corrente, identiche a quella che realmente compare sulla parete di fondo. Oppure in Figurative painting la ballerina e l’orso leziosamente accostati sul set diventano per il pittore graziose statuette di porcellana dipinte con perizia iperrealistica.
La fervida fantasia di Maiofis ed il suo impeccabile senso estetico gli consentono dunque di sintetizzare concetti complessi in immagini indiscutibilmente ammalianti, mentre la sua sottile ironia arriva dritta al cuore del problema trasmettendone con naturalezza tutte le sfaccettature. Il paradosso dell’esistenza è raccontato attraverso le debolezze profonde dell’Uomo ed i suoi vizi culturali, in un vivido affresco che suggerisce interrogativi a cui l’artista non vuole dare risposta.

Yerbossyn Meldibekov L’identità nomade

My brother is my enemy 2000 digital ph ed. 1 di 5

Vivo in un Paese dove tutto cambia rapidamente: cambiano i valori, gli eroi, la lingua, l’alfabeto …”

(Y. Meldibekov)

 

In occasione di Arte Fiera a Bologna la galleria Nina Due presenta una serie di opere dell’artista kazako Yerbossyn Meldibekov, classe 1964, noto a livello internazionale dopo aver esposto alla 51° Biennale di Venezia l’immagine My brother, my enemy. Il celebre scatto fotografico che ritraeva due volti affrontati con una pistola in bocca divenne quasi l’emblema del Padiglione dell’Asia Centrale, simbolo dissacrante del confronto spesso violento tra le nuove realtà nazionali generate dal collasso dell’Unione Sovietica.

L’artista si serve di una variegata gamma di mezzi espressivi (video, performance, fotografia, scultura e installazione) tramite i quali focalizza la turbolenta situazione politica del suo Paese che nel 1991 ottenne l’indipendenza dopo 75 anni di occupazione sovietica, piombando nel caos economico, politico e sociale. Il paradosso dell’identità culturale e l’aleatorietà della memoria storica sono il filo conduttore della sua ricerca, che esplora le pieghe del linguaggio visivo ufficiale di regime mettendone a nudo ossimori e incongruenze. La riappropriazione delle proprie radici passa attraverso la citazione della storia locale con i suoi eroi e gli stereotipi culturali che identificano l’Asia centrale come un arido teatro di storie violente, interrogandosi poi su un possibile futuro ancora da costruire.

I primi lavori sono caratterizzati da una radicale brutalità comunicativa, come la performance Hypermuslim dove Meldibekov si circoncide per la seconda volta ribadendo la propria cultura islamica o come le immagini fotografiche della serie Pol Pot, che mostrano uomini e donne alla gogna, schiacciati da un cumulo di pietre o sepolti in terra fino al collo. L’arte di protesta incamera la violenza della repressione ribaltandola sullo spettatore con crudele immediatezza, accomunando l’umanità intera in un grido di rabbia contro la mancanza di libertà personale, che si può idealmente estendere anche a pregiudizi, limiti religiosi o norme di comportamento indotte dalle convenzioni sociali.

L’impiego di materiali grezzi come legno, pietra e sabbia e ancor più di animali o parti del loro corpo offre una visione diretta della realtà che ne interpreta i fatti secondo un’ottica apparentemente barbarica, compiendo in verità una raffinata smitizzazione di mitologie o leggende che hanno ormai perso il loro potere fondante. Il Gattamelata nella pelle di Gengis Khan ad esempio è un paradossale monumento equestre formato da un basamento sul quale le zampe (vere) di un cavallo si posizionano elegantemente come quelle del celebre destriero donatellesco, sfera compresa, ma sono tragicamente arti smembrati privi del corpo a cui appartenevano. I canoni estetici rinascimentali quindi attraverso il sacrificio dell’animale si fondono con la mitologia kazaka in onore di colui che riuscì ad unificare le tribù mongole conducendole alla vittoriosa conquista di gran parte delle terre asiatiche. L’assenza del cavaliere diventa inoltre metafora del rifiuto di rappresentare il corpo nella cultura nomade e dell’impossibilità di assegnare un volto rappresentativo ad un passato tanto complesso.

La riflessione sul significato del monumento continua nella serie Album di Famiglia, un progetto realizzato in collaborazione con il fratello Oris. Dopo aver ritrovato numerose vecchie foto che ritraevano parenti ed amici di famiglia, Meldibekov decide di immortalarli nuovamente, a distanza di anni, nello stesso luogo in cui avevano posato la prima volta. Negli anni ’70 era tradizione farsi fotografare di fronte alle statue di Lenin o degli altri personaggi del regime per celebrare importanti avvenimenti familiari: entrare in contatto con questi emblemi di stabilità e forza era considerato propiziatorio per la fortuna delle persone ritratte. Nell’intenzione degli artisti e dei loro committenti, mentre gli uomini invecchiano e muoiono, i monumenti rimangono invariati; non hanno avuto questo destino le gigantesche effigi del potere erette in Kazakistan, che si sono rapidamente avvicendate negli stessi luoghi e spesso sugli stessi piedistalli, cancellando ad ogni cambio di governo la pretesa eternità dei predecessori. Nelle fotografie più recenti infatti i familiari dell’artista si dispongono davanti all’obiettivo esattamente come nella prima foto in bianco e nero, ma il monumento sullo sfondo è sempre differente. L’intersezione delle loro piccole storie private con la Grande Storia relegata in secondo piano rivela in modo inequivocabile la vacuità del linguaggio visivo con cui il potere politico comunica con il pubblico facendo emergere la famiglia come reale emblema di stabilità in un mondo votato all’impermanenza. Secondo Meldibekov in questi lavori è il tempo stesso a compiere l’operazione artistica, generando una storia di utopie dimenticate, incidenti e parole vane che lui formalmente  si limita a documentare.

Il palese pessimismo delle prime tappe del suo percorso artistico viene gradualmente sostituito da un approccio più ironico che si rivela altrettanto efficace, come si può ad esempio vedere nelle Granate, lattine di cibo trasformate in bombe rudimentali, o nelle Ceramiche, una sequenza di piatti decorati con le immagini di cammelli, elefanti e bufali che portano sul dorso le più sofisticate armi da guerra. La satira sull’immagine di facciata del potere nella sua disperata ricerca di una credibilità da cui ripartire ritorna nella serie Mutations-Self Portraits, in cui l’artista recupera la pratica artistica della scultura celebrativa appresa durante gli studi al Dipartimento di scultura monumentale dell’Istituto d’Arte di Almaty, dove aveva imparato uno stile ufficiale ormai anacronistico. Meldibekov realizza infatti nostalgici busti bronzei in cui lui stesso si ritrae nelle ironiche vesti di un ministro del regime, deformando poi i propri connotati replicando lo stile di Giacometti o ibridando il suo volto con quello di Patrice Lumumba, leader del Movimento Indipendentista del Congo che perse la vita nella sua battaglia politica. Queste intersezioni paradossali stigmatizzano la continua metamorfosi di una simbologia nazionale che ogni volta viene data per definitiva, evocando gli eroi del passato nel tentativo di confermare la credibilità storica delle nuove forme di governo.

La sfaccettata produzione artistica di Yerbossyn Meldibekov realizzata fino a questo momento è un potente affresco contemporaneo dell’Asia Centrale nel post-nazionalismo sovietico, fortemente impegnata nella costruzione delle proprie identità nazionali che passa attraverso la difficile conciliazione di comunismo, islam e paganesimo. Le sue metafore visive, che sanno essere aspre, delicate, colte, immediate, sottilmente ironiche o dichiaratamente umoristiche, raccontano storie d’oltrecortina attraverso le forme e i colori della sua costante instabilità.