Virginia Mori Stanze a dondolo

Virginia Mori

Bambine silenziose, stupite, tristi, irritanti, impaurite, bambine incolpevoli nella loro crudeltà spontanea, bambine che sembrano trapassare con lo sguardo ciò che vedono, collegiali educate strette nelle loro divise nere, signorinelle di un mondo in bianco e nero: sono loro le protagoniste delle favole noir di Virginia Mori, esposte alla Blu gallery nella personale Stanze a dondolo e altre storie e raccolte nell’omonimo testo illustrato. L’artista romagnola, che vive e lavora a Pesaro, vincitrice di importanti riconoscimenti per l’illustrazione e l’animazione, disegna le sue tavole servendosi esclusivamente della penna biro, attraverso la quale realizza contorni, campiture, tratteggi e sfumature con una sensibilità tale da far dimenticare l’essenzialità dei mezzi che sceglie di utilizzare.

Il graduale intrecciarsi di segni sottili che costruiscono le figure, come l’atmosfera cupa e carica di oscure minacce potrebbero avere un illustre precedente nelle litografie con cui Gustave Doré illustrò a metà Ottocento i racconti di Perrault e le favole di La Fontaine. Allo stesso modo gli ambienti raffigurati da Virginia Mori sono impreziositi da dettagli di grande realismo, la sua penna si sofferma su ogni particolare descrivendo accuratamente i piccoli oggetti che arredano queste visionarie case di bambola. Proprio quando l’apparente fedeltà al dato visivo si scontra con le logiche imprevedibili del suo immaginario creativo, lo straniamento soverchia la razionalità e sue le esili figurette colpiscono al cuore.

Ritornano a galla fraintendimenti e paure infantili, per affrancarsi dai quali in età adulta lo scotto da pagare è la perdita definitiva di quella vitalità fluida in cui tutto è possibile perché la realtà è intessuta di sogno. Le favole esistono dall’origine della civiltà, rispondono al bisogno umano di racchiudere dubbi, pensieri e contraddizioni in una storia popolata da esseri di diversa natura che generazioni di narratori hanno animato con le loro parole. Le bambine di Virginia sono mute ma riescono a suscitare lo stesso rapimento incondizionato con cui i fanciulli si lasciano incantare dalle fiabe, vivono in un mondo spesso dominato da leggi spietate, senza che ci sia alcuna morale a giustificare le violenze che si infliggono a vicenda o che semplicemente accadono ai loro corpi.

Le piccole protagoniste, con i capelli lisci accuratamente pettinati e i vestiti in ordine, non sembrano soffrire per le inaspettate mutazioni e mutilazioni che subiscono, accettano con occhi pieni di stupore che le loro gambe si moltiplichino sotto la gonna, che la lingua si trasformi in un dispositivo meccanico a cucù, che la mano offerta all’amica ciondoli dal polso per l’allentarsi della molla che la sostiene. A volte perdono letteralmente la testa o vengono risucchiate dalla poltrona o dal grammofono di casa, senza che questo alteri la loro imperturbabilità. Le case eleganti e retrò in cui abitano possono diventare trappole micidiali, come quando la testiera del letto diventa una ghigliottina o il coperchio del pianoforte si richiude sulle dita della piccola musicista intenta ai suoi esercizi, mentre un inspiegabile panno rosso scende a terra ondulato come la lingua di un serpente. La tappezzeria a grandi motivi floreali che riveste le pareti sussurra spettrali presenze alla fantasia suggestionata, ogni mobile potrebbe celare un pericolo e le ombre si allungano con trama da ragnatela, benché create da una luce puramente mentale.

Un’altra ambientazione ricorrente nella serie Stanze a dondolo è la scuola per signorine frequentata dalle ragazzine: in questo caso le insidie non stanno nell’arredamento ma soprattutto nelle compagne di classe, pronte a fare gestacci dietro la schiena in una foto di gruppo, a sventolare le teste scarmigliate delle amiche durante l’ora di ginnastica come se fossero le vistose nappe colorate agitate delle ragazze pompon. Quando si fa sera, nei dormitori del collegio le bambine sono assalite da incubi sotto forma di lupi che si infilano sotto le coperte o di giganteschi orsetti di peluche che le rapiscono portandole chissà dove, mentre le compagne si affollano attorno all’intruso tentando inutilmente di fermarlo, a loro volta facili bersagli in preda alla costernazione.

La paura diventa coniglio e le orecchie appuntite di questo animaletto nero possono sbucare ovunque, pronte a moltiplicarsi tra l’erba, ad infilarsi nelle teste delle ragazze oppure a spuntare colpevoli dietro il tronco di un albero sullo sfondo di uno scenario insanguinato. I conigli accerchiano la propria vittima impotente, diventano un alibi di violenza per la ragazzina impegnata a soffocare la sua compagna di stanza con un cuscino, accerchiata da altre bambine in costume da conigliette. Due ragazze dividono a metà un coniglio esibendone lo scheletro ma probabilmente anche questa presa di posizione non servirà a nulla perché nell’erba alta in cui affondano le gambe potrebbero nascondersi infiniti potenziali conigli.

Nonostante l’ambientazione quasi dickensiana di queste immagini, le storie di Virginia Mori sono assolutamente contemporanee, come rivela la disarmante ironia che ne sdrammatizza il tono fosco. Non si può infatti fare a meno di sorridere guardando un’assurda ascensione in cui una bambina si libra nell’aria seguita da uno stuolo di coniglietti, quando un’altra viene trafitta da una freccia che ha intenzionalmente ignorato la mela posta sulla sua testa come bersaglio o mentre una di loro si appresta ad ottenere una spremuta dal volto dell’amica pericolosamente accostato allo spremiagrumi.

Se per alcuni aspetti queste tavole sono accostabili a certi autori del Pop Surrealism, come Mark Ryden o Ray Cesar, se ne distinguono per il tratto elegantissimo e la pulizia formale, oltre che per l’assenza della dimensione ammiccante che solitamente accompagna questo genere di raffigurazioni. I volti indifesi e i gesti pericolosamente maldestri dei suoi personaggi conservano intatta la loro ingenua efficacia pur essendo delicatamente evocativi, governati da una cifra stilistica inconfondibile che rielaborando spunti di diversa origine riesce ad avvicinare la dimensione più fragile e segreta dell’Io.

Caroline Le Méhauté Silent

Négociation 36

La Galleria Spazio Testoni inaugura il nuovo anno con Silent, prima retrospettiva italiana di Caroline Le Méhauté, giovane autrice francese che vive e lavora tra Marsiglia e Bruxelles, scoperta da Paola Veronesi in occasione della fiera Art Brussels mentre era in residenza presso la famiglia Servais.
Il lavoro di quest’artista conduce alle pieghe più segrete dell’esistenza attraverso l’esplorazione del suo misterioso mondo silente, popolato da creature indefinibili animate da una vitalità schiva e tenace. È una mitologia di entità introverse disposte ad allentare le loro difese solo con chi è disposto a mettere in gioco la propria vulnerabilità personale, rinunciando a certezze acquisite e giudizi affrettati. Ogni scultura è contrassegnata dallo stesso titolo, Négociation, associato ad un numero che la identifica, per sottolineare come la realtà artistica sia basata su un patto di fiducia e comprensione reciproca stipulato in primo luogo tra l’artista e la fisicità dei materiali e successivamente tra le opere e lo spettatore invitato a custodirne il valore.
Caroline Le Méhauté trae ispirazione e forza da un rapporto privilegiato con l’ambiente naturale indagato nella complessità dei suoi equilibri, emulato come generatore di forme, fonte dei tesori materici che vengono rielaborati e manipolati durante la gestazione delle opere. I suoi lavori (disegni, sculture e installazioni) sono infatti accomunati dalla ricorrente presenza di cera, piume, metallo, spugne e soprattutto fibra di cocco sbriciolata che riveste la maggior parte delle opere più recenti. La fibra di cocco simbolicamente ricollega la terra, a cui assomiglia per colore e consistenza, all’aria in cui matura il frutto da cui è ricavata, che cresce sulla sommità di una palma tropicale dal lungo tronco. L’esperienza artistica è vissuta come sperimentazione di fenomeni fisici, onirici e poetici, come rimescolamento della sostanza del mondo che scava all’interno delle cose per estrarne nuove combinazioni di significato. Ogni opera funziona autonomamente come dispositivo di pensiero che innesca una catena di associazioni di idee potenzialmente rivolta all’infinito, cattura lo sguardo e i sensi con una bellezza feconda che ricorda l’opulenza barocca, galvanizza con la sua presenza lo spazio in cui vive, tramite il quale si relaziona con i suoi simili e con il visitatore.
L’opera d’arte è efficace quando suscita reciprocità, è un incontro che avviene hic et nunc, come suggerisce Négociation 36: due tubi in PVC ricoperti di fibra di cocco sorgono dal terreno come se fossero periscopi e ogni volta che vengono installati assumono nel titolo le esatte coordinate spaziali della posizione che occupano. È una scultura curiosa che sembra osservare il mondo circostante e allo stesso tempo fa intravedere la possibilità di esplorare con lo sguardo il regno sotterraneo da cui proviene. Il desiderio di sapere è il primo motore dell’artista, che nel suo lavoro vuole scoprire le origini dell’esistente e le sue ragioni, cercandole anzitutto nella terra e attraverso la terra, fertile elemento primordiale alla base di quella che si potrebbe definire la sua mitologia cosmica.
L’essenza della vita è misteriosa, forte e fragile; quest’intuizione fa nascere Négociation 31, Prendre l’air: sottili fili di ferro allineati sporgono dalla parete sostenendo all’estremità opposta altrettante spugne imbevute di inchiostro nero. Ogni elemento è isolato, reagisce al soffio con un delicato movimento che sprigiona una sottilissima polvere nera, si collega idealmente agli altri componendo una sorta di aerea colonna vertebrale disposta a danzare all’unisono. Il nero delle spugne contrasta fortemente con il bianco della parete retrostante e proprio nel grigio dell’ombra, risultato della fusione dei due toni opposti, ogni spugna si sdoppia incontrando la proiezione delle sue vicine fino a sovrapporsi ad esse. Sono realmente assieme solo nell’ombra, dove possono comunicare tramite accenni discreti e sensuali, vivendo un’unione transitoria come la vita stessa.
Nell’incertezza sull’esistenza del divino, l’artista crede in ciò che è tangibile, ancora una volta la terra che sembra racchiudere il segreto della creazione: Négociation 57, Grow, grow, grow è un cerchio di fibra di cocco sul pavimento il cui centro impercettibilmente si solleva e ricade su se stesso, mosso da un lieve respiro che potrebbe anche essere un timido tentativo di comunicare con l’esterno. Ciò che sospira la terra rimane un mistero, avvertibile solo da chi si oppone all’illusoria evidenza delle apparenze prendendosi il tempo necessario per una conoscenza ravvicinata.
Come suggerisce Bachelard , tramite un angolo il vuoto viene riempito ed abitato: Négociation 38, De la coulée-l’angle fa pulsare il nudo spazio di una stanza con un intervento minimale, l’accumulo di lastre di cera azzurra nel punto d’incontro tra due pareti e il pavimento, apparentemente sedimentatesi da una colata turchese proveniente dall’alto. Lo spazio del piccolo, l’angolo in cui l’istinto di sopravvivenza individua un luogo sicuro, rimanda all’immensità degli icebergs raffigurati negli acquerelli, superfici turchesi che troveranno la morte proprio nel mare, il nero elemento sottostante in cui sono destinati a sciogliersi.
In arte è vivo ciò che secondo un pensiero affrettato e individualistico non lo è affatto: l’artista dimostra questo assioma personale in Négociacion 36, Extended fields. Un cubo modellato con una manciata di torba raccolta in Irlanda sull’antichissimo monte Benbulben è collegato a due casse acustiche che emettono un suono grave, trasposizione musicale della voce delle viscere della terra, che gradualmente diventa acuto, trasformandosi nel rumore che le registrazioni NASA attribuiscono al magnetismo terrestre. Questa composizione musicale, da ascoltare in cuffia di fronte ad una cassetta di legno sul fondo della quale sono proiettate le immagini di un cielo nuvoloso in vorticoso movimento, trasporta il visitatore in un viaggio senza tempo dal centro del globo alle incalcolabili distanze del sistema solare.
Il paese delle meraviglie costruito da Caroline Le Méhauté è composto da un’inesauribile raccolta di mirabilia che reggerebbe il confronto con le principesche Wunderkammer dei secoli passati; ciascuno degli oggetti straordinari da lei creati diventa strumento per sperimentare una relazione di intimità con il mondo alla ricerca della sognata corrispondenza tra l’immensità dello spazio universale e la profondità del mondo interiore.

Maziar Mokhtari Yellow Apocalypse

Mokhtari, Yellow Sofa

La galleria Oltredimore presenta Yellow Apocalypse, titolo dell’ultimo lavoro di Maziar Mokhtari, giovane artista iraniano attualmente residente a Roma, finalista del Talent Prize 2013.
Il progetto nasce come conseguenza ed evoluzione della serie Palimpsest realizzata a partire dal 2010, work in progress costituito da mosaici fotografici e video installazioni che raccoglievano immagini dei muri della sua città natale Isfahan, registrandone i cambiamenti e immortalando l’occasionale passaggio di persone davanti ad essi. Ancora una volta lo sguardo di Mokhtari si concentra sui muri cittadini, che nel corso del tempo si stanno progressivamente ricoprendo di un’unica tonalità giallo zafferano: all’alba di ogni nuovo giorno gli addetti al decoro urbano al servizio del governo cancellano con vernice gialla le scritte inneggianti alla rivoluzione che compaiono durante la notte. L’occultamento ideologico dei messaggi di libertà innesca così un inarrestabile processo di trasformazione della qualità estetica dell’ambiente urbano, la cui nuova identità di città monocroma è sempre più strettamente connessa proprio alla rivoluzione che si tenta di negare dissimulandone l’evidenza. Negli scatti del fotografo l’intensità del giallo risulta talmente pervasiva da saturare i sensi in una sorta di silenzio chiassoso, che risuona la poesia visiva del dissenso incitando l’osservatore ad esplorarne la sostanza con la forza dell’immaginazione.
Il colore del sole e del deserto si appropria della città ammantandola di una luce dipinta che nasconde la fatiscenza degli edifici e soggioga lo sguardo con il suo regale fulgore. Lo spesso rivestimento cromatico sembra annullare ogni riferimento spazio-temporale, rendendo ciascun luogo potenzialmente adatto ad ospitare il teatro di oggetti su cui è incentrato il ciclo di opere che compongono questa serie. Le diverse murature uniformate dal giallo si trasformano dunque in fondali scenografici per monologhi silenti recitati da oggetti prelevati dalla realtà quotidiana locale che l’autore posiziona di fronte all’obiettivo dopo averli dipinti dell’unico colore ammesso nel suo mondo enigmatico.
Ogni immagine fotografica si concentra su un unico soggetto ripreso a distanza ravvicinata con inquadratura centrale; il muro modella lo spazio circostante, è limite invalicabile che nasconde l’orizzonte e nega qualsiasi forma di esistenza che provi ad oltrepassarlo, è l’unico riferimento dimensionale e relazionale possibile.
La parete esterna di una fabbrica di farina in disuso ritratta in Former flour factory, ad esempio, sfida lo sguardo dell’osservatore a percorrere tutta la sua superficie addentrandosi nelle cavità, soffermandosi su finestre murate, vetri in frantumi, intonaci scrostati e anfratti bui per riuscire a trovare un esiguo scampolo di cielo che conferma l’assenza di vie di fuga in questa suggestiva topografia dell’abbandono.
Paykan 48 ritrae la popolare auto dalla caratteristica forma allungata prodotta a partire dagli anni ’60 da Iran National sullo sfondo di una parete crivellata da esplosioni di fuochi artificiali artigianali; il telo giallo con cui è coperta si accorda con la metà inferiore del muro dipinto con lo stesso colore. Dello spettacolo pirotecnico avvenuto in un passato imprecisato rimangono solo le ferite e anche il veicolo nazionale protagonista di ottimistiche campagne pubblicitarie e testimone di innumerevoli vicende umane è ormai immobile.
Mokhtari mette in posa i suoi soggetti come un pittore, costruisce le immagini perseguendo l’equilibrio assoluto nei rapporti tra le forme e nelle gradazioni di luce e proprio quest’ossessiva aderenza all’oggettività di ciò che sceglie di rappresentare trasfigura i suoi ritratti di cose in brani di pura pittura digitale.
La realtà gialla si mimetizza nell’iperrealismo: è questo che forse accade in Yellow sofa, dove un lenzuolo sottile come i panneggi bagnati della statuaria classica lascia trapelare le forme arrotondate di un divano retrò impreziosito dal bassorilievo di pieghe che lo ricopre. Anche quest’apparizione si staglia contro la superficie di una parete gialla alla quale è appeso uno stendardo occultato dallo stesso colore che cattura la luce dove l’aria lo rigonfia. L’armonia si impone sovrana, cancellando ogni referenzialità ed ideologia.
In Manifesto giallo un manichino paludato con un lenzuolo che ricorda un’antica toga gira le spalle all’obiettivo per rivolgersi ad un cartello monocromo che pende da un muro di mattoni; lo stesso personaggio in Yellow pilgrim sta di guardia di fronte a un cancello chiuso dalle intricate geometrie portando al collo una locandina muta. In queste composizioni sospese tra sacralità e ironia l’unica certezza è l’impenetrabile mistero giallo che le avvolge, rivisitazione attualizzata dei celebri enigmi surrealisti.
L’intimità casalinga viene velata prima di presentarsi all’esterno: in Yellow chair una sedia coperta da un lenzuolo giallo è esposta contro l’ennesimo muro giallo. I lembi inferiori del panno sono rimasti bianchi e il muro è rigato dalle tracce di umidità che provengono da una ventola di aereazione; l’emersione delle imperfezioni della vita in questa realtà apparentemente artificiale contribuisce a rimarcare l’allarmante assenza di esseri umani che accomuna gli scorci urbani ritratti.
Il viaggio fotografico a Isfahan si conclude con il video Apocalisse gialla, una passeggiata virtuale lungo i muri cittadini che si succedono davanti alla macchina da presa come se fossero un’unica infinita barriera silenziosa, nell’abbagliante splendore giallo che ne attenua le differenze.
L’Apocalisse di Mokhtari rivela una bellezza orgogliosa più forte della rovina dei luoghi a cui appartiene scongiurandone la sparizione, testimonia la tenacia degli uomini che continuano ad amare ed abitare la loro città, ricongiunge passato e presente in una dimensione senza tempo affidata all’eternità dell’arte.