Ulrich Erben Luci e ombre (costruzione-decostruzione)

Ulrich Erben Luci e ombre

La Galleria Studio G7 dedica gli ultimi mesi del 2013 a Luci e ombre, una nuova personale di Ulrich Erben, artista tedesco classe 1940, storico rappresentante della Pittura Analitica sviluppatasi in diverse declinazioni nazionali a partire dagli anni Settanta. Il movimento era nato come reazione di alcuni gruppi di artisti alla dittatura concettuale allora in voga che sosteneva il definitivo superamento e l’imminente cessazione della pratica pittorica: i suoi esponenti erano accomunati dalla volontà di salvaguardare la pittura e legittimarne l’esistenza assecondando i metodi analitici dei suoi detrattori. La linea analitica dell’arte esaminava i meccanismi insiti nell’atto del dipingere e le relazioni tra i suoi elementi fondanti (superficie, supporto, colore, segno) utilizzando le stesse procedure con cui i colleghi concettuali stavano nel frattempo indagando  l’estetica del reale. La pittura abbandonava ogni referente esterno per diventare il soggetto di se stessa in base all’assunto che l’azione dell’artista e la sua traccia sulla tela fossero in grado di attestare il concetto dell’opera nella sua forma più pura, talvolta conservando qualche fremito emotivo.

Il lavoro di Ulrich Erben fin dai primi paesaggi e nature morte esprime il suo interesse per le relazioni tra geometria e natura e per la compenetrazione tra spazialità fisica e illusoria dell’opera d’arte. L’antologia di lavori presentata alla mostra bolognese ha il suo fulcro in Licht object, riproposizione di un importante intervento ambientale da lui eseguito per la prima volta  nel 1972 al Kunstverein di Colonia e successivamente ripetuto in differenti sedi espositive. In un angolo della sala è sospesa una grande tela bianca schermata da un sottile tessuto teso davanti ad essa in modo da occupare l’intero spazio tra le due pareti: l’illuminazione proveniente dal retro incrocia la luce frontale attraverso questo duplice diaframma, generando una candida spazialità scalare che trasforma realmente le coordinate ambientali del luogo che interpreta. L’installazione sviluppa in termini architettonici il concetto sotteso alle celebri tele monocrome che hanno contraddistinto l’opera del maestro tedesco fin dagli esordi, quando nel 1968 eseguì il primo quadro bianco dipinto di bianco. Nei monocromi infatti gli strati di pittura depositati sulla tela alludono alla sovrapposizione di altrettante superfici che creano molteplici livelli di profondità senza ricorrere all’illusione prospettica, mentre le incalcolabili differenziazioni del bianco innescano una ricca gamma di impressioni infinitesimali. Il colore è inteso come presenza e svincolato da ogni intento referenziale; richiamandosi alle ricerche del predecessore Mark Rothko, le stesure cromatiche di Erben si influenzano reciprocamente e creano campi energetici che interagiscono con la luce atmosferica e la trama della tela di supporto esaltandone le qualità. Questa pittura raffinatissima è incentrata sull’investigazione delle problematiche percettive e rivela il delicato equilibrio tra intuito e precisione che distingue il suo approccio all’esperienza visiva. Alla fascinazione per luce e colore si sovrappone infatti l’astrazione geometrica perché solo attraverso la complementarietà di questi due elementi l’immagine riesce a trovare il proprio spazio di esistenza.

Ogni opera è conseguenza di un procedimento di consapevolezza mentale che dichiara costantemente se stesso scandagliando la struttura del linguaggio visivo, è il risultato di una costruzione che partendo da una riflessione sintattica sulle categorie elementari del dipingere arriva a sfiorare l’imponderabile.

Nei due lavori Senza titolo del 1978 esposti in mostra, per esempio, Erben con un pennello largo realizza una campitura di bianco che occupa approssimativamente la metà inferiore del foglio su cui poi traccia una linea a matita che ne individua la metà esatta. L’opera d’arte è viva e può trasformarsi nel tempo indipendentemente dal suo autore: con il passare degli anni la porzione carta finlandese in origine bianca lasciata scoperta si è scurita assumendo i toni di un marrone aranciato che visivamente spinge il bianco della pittura  in primo piano verso l’osservatore.

La stessa carta finlandese, questa volta ancora di tonalità lattea perché più recente, è utilizzata per la serie delle Nuvole del 2012: al centro del foglio l’indeterminatezza di una campitura irregolare di colore tenue viene contrastata tramite il suo inserimento in un solido impianto spaziale costituito dalle figure geometriche tracciate a matita con cui si relaziona. La volumetria infatti per l’artista si costruisce attraverso la linea, che ha il potere di definire lo spazio perché può esplicitare la direzione alle sue linee di forza, stabilire rapporti tra grandezze altrimenti indefinite e individuare la posizione relativa tra più elementi figurativi.

I due poli opposti di costruzione e decostruzione si trovano riuniti nel Senza titolo del 1976: una lastra rettangolare di alluminio è fissata alla parete in modo da risultare parallela ma lievemente distanziata; dopo averne deciso la posizione l’artista la dipinge di nero spruzzando il colore che si deposita anche sulla parete retrostante secondo contorni indefiniti. Attraverso l’apparente semplicità di queste operazioni viene superato il limite bidimensionale con la materializzazione di più piani scanditi in profondità dallo spazio che li separa: il riquadro nero reale si ripete nella perfezione della sua ombra scura proiettata sul muro ed il rigore di entrambi viene esaltato dal contrasto con l’alone di pittura casuale che li inquadra visivamente.

L’essenza del concetto di decostruzione si ritrova in natura nell’immaterialità delle nuvole, definite da Leonardo da Vinci come “volumi senza superficie”. Riflettendo sull’intuizione leonardesca l’artista negli ultimi lavori guarda e fotografa cieli nuvolosi lasciandosi ammaliare dalle forme immateriali che fluttuano nell’atmosfera. Partendo dalle immagini fotografiche realizza una serie di tempere al centro delle quali campeggia una grande nuvola sensualmente rappresentata come multiforme addensamento di colori freddi, sospesa su un labile piano orizzontale tracciato a matita che ne suggerisce la spazialità.

Gli aspetti fondamentali della poetica di Ulrich Erben, fedele nella sua lunga carriera ad un linguaggio in grado di coniugare sensibilità e calcolo senza irrigidirsi in sterili teoremi, sono efficacemente documentati in questa piccola ma esemplare retrospettiva da visitare lentamente per poterne apprezzare le sottigliezze visive e concettuali.

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