Giancarlo Bononi La trinacria e altri miti

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Giancarlo Bononi, fotografo pubblicitario e di moda, nelle sue mostre mette al servizio dell’arte la perfezione tecnica acquisita in anni di esperienza. La trinacria e altri miti è il titolo della sua personale attualmente in corso presso la galleria H2O Art Space, in cui interpreta alcuni miti dell’antichità classica rivisti attraverso il medium fotografico e il filtro mentale dei principali topos pittorici e letterari. I suoi scatti sono concepiti come se fossero quadri di figura, in cui la tecnica di stampa impercettibilmente traslucida e la profondità vibrante degli sfondi neri sui quali si stagliano i personaggi ricordano le velature della pittura ad olio. Ogni presenza trova la giusta collocazione e posizione secondo gli antichi canoni della composizione, le carni assorbono la luce che scolpisce i volumi dei corpi e la rilasciano lentamente diventando un’ulteriore fonte luminosa. I panneggi che enfatizzano le forme hanno colori cangianti allusivi alla preziosità dei tessuti, le cui pieghe taglienti si increspano di striature luminose proprio come nella grande pittura del Cinquecento italiano.
I modelli incarnano un ideale di bellezza assoluto. I loro corpi, guidati dalla sapiente regia del fotografo, occupano lo spazio in modo da crearne le linee di forza, si piegano obbedienti in pose complesse che richiamano i canoni manieristi senza tradire alcuno sforzo, ogni loro gesto è perfetto e strettamente necessario. Il tempo sembra sospeso in una dimensione latente che trasfigura l’umanità dei soggetti mentre anche i residui di contemporaneità inscritti nei corpi , come tatuaggi, fisionomie e acconciature, contribuiscono a rendere immanente l’ineffabilità del mito, a dimostrare la persistenza della sua efficacia anche ai giorni nostri. Il mito è all’origine della nostra civiltà, è archetipo che continua a plasmare il nostro inconscio, è vitale generatore di bellezza. Lo spettatore viene avvolto da una sensualità apollinea in cui l’ordine e l’armonia del corpo ritratto nel pieno della giovinezza e del vigore incarnano il concetto classico di divinità, intesa come immortale sublimazione della perfezione umana.
La trinacria è interpretata da una donna che piega gambe e braccia in modo da suggerire le tre punte equidistanti tra loro ed il senso di rotazione che caratterizzano il simbolo presente sulla bandiera siciliana; Ercole addormentato su un ceppo mascherato da stoffe pregiate viene accarezzato dalla luce che si sofferma su ogni dettaglio del suo fisico muscoloso, nell’oblio del sonno è indifeso come l’Amore dormiente di Caravaggio e si offre al trionfo dello sguardo dello spettatore. Io è raffigurata di spalle mentre si concede all’abbraccio di Zeus trasformatosi in nube, il cui biancore sembra velare le nudità della ninfa come nel celebre dipinto Correggesco; Saffo possiede il corpo dell’amata vergando sul suo corpo versi passionali con una penna intinta nell’inchiostro mentre Dafne sfugge al desiderio di un invisibile Apollo trasformandosi in alloro e guarda malinconica l’irrigidirsi delle sue membra da cui cominciano a spuntare le prime foglie verdi.
Il lavoro di Bononi riesce a rivelare e comunicare l’amore per la mitologia e la pittura restituendo intatta la vitalità delle antiche favole con la ricerca di un’interpretazione colta e spontanea al tempo stesso. La costruzione delle sue immagini persegue un difficile equilibrio tra riconoscibilità delle fonti iconografiche e valorizzazione delle potenzialità del medium fotografico evitando la ridondanza di una semplice trasposizione. L’artista infatti è altrettanto appassionato della contemporaneità di cui è partecipe, come si evince forse più chiaramente da una serie di lavori precedenti esposti in mostra.
Maddalena sensuale e penitente sotto un pesante trucco da popstar ripensa ai suoi peccati dopo aver sparso sulle tavole di legno del pavimento il suo tesoro di nocciole e canditi che compongono una splendida natura morta; un Davide androgino recide con una cesoia la vita di Golia rappresentata da un turgido grappolo d’uva il cui succo riempie una bacinella dorata posta su un drappo scarlatto che allude al sangue.
Questi scatti, in cui un unico protagonista esprime il suo dramma emergendo dall’ombra grazie alla potente luce che lo investe sarebbero forse piaciuti a Caravaggio per l’anticonvenzionalità dei modelli che interpretano i personaggi biblici, indossando con orgoglio gli attributi della cultura suburbana da cui provengono. La sapienza compositiva del fotografo si avverte nell’orchestrazione di scatti con più figure, come nel suo Parnaso, allegoria dell’ispirazione artistica. La montagna sacra dimora del dio Apollo e delle Muse rivive sulla scena del settecentesco teatrino di Villa Mazzacorati in un particolarissimo convivio che riunisce le protettrici del teatro, della poesia e della musica, splendide nudità adorne degli strumenti delle arti che presiedono, attorno a LaLa McCallan, Diva en travesti dall’ugola d’oro nel suo ricercato costume. La sua grandezza è enfatizzata dall’uomo che dietro di lei si serve di una scala a pioli per raggiungere la sommità della sua acconciatura, il parrucchiere bolognese Marco Orea Malià paludato in abiti ottocenteschi che assiste la sua protetta rivendicando la dignità creativa della sua professione. La luce calda e soffusa amalgama gli elaborati dettagli che caratterizzano i vari personaggi e riesce ad armonizzare antichi e nuovi miti presentandoli in un unico spazio senza tempo in cui l’arte è libera di esprimersi in tutte le sue accezioni.
Chiude la serie il ritratto della famiglia Misseri, concepito come un tableau vivant in cui ogni membro trova posto attorno ad una tavola imbandita di squisitezze visive: i personaggi interpretano se stessi guidati dalla regia del fotografo, coinvolgendo lo spettatore nella catena dei loro sguardi che termina rivolgendosi all’esterno. Anche in questo caso è evidente il richiamo alla pittura barocca e ai suoi stilemi, a cui si aggiunge la citazione cinematografica del film di Peter Greenaway “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante”, con il capofamiglia che indossa la vistosa cravatta rossa del Ladro. L’illuminazione tagliente scolpisce ogni particolare di oggetti e persone, i colori vividi catturano lo sguardo: il risultato è un’immagine ipnotica, straniante ed aggressiva, ancora una volta inclassificabile secondo canoni temporali precisi.
La fotografia di Bononi infatti riesce sempre a trattenere il tempo, tutto si svolge in una perenne contemporaneità che racchiude e dichiara il proprio passato nella ricerca di una bellezza impertinente che trova ovunque le sue fonti d’ispirazione.

Alberto Giulio Gioia Luminescenti apparenze

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In occasione di Artelibro 2013 la Galleria Spazio Testoni presenta un’installazione site-specific ideata dall’architetto Alberto Giulio Gioia che rimarrà visibile fino alla nona edizione della Giornata del Contemporaneo il 5 ottobre. Luminescenti apparenze si visita al buio: gli spazi espositivi della galleria sono interpretati e scanditi da elementi modulari trattati con un pigmento fotosensibile che trattiene la luce naturale e la rilascia nel tempo rendendo le superfici fluorescenti in assenza di altre fonti luminose. Il visitatore è invitato ad attraversare i locali di un’ipotetica abitazione in cui ogni componente si presenta nel suo aspetto più essenziale: alle pareti della prima sala sono appesi riquadri identici a distanze regolari mentre fili sottilissimi sostengono dall’alto il piano orizzontale del tavolo che sembra sospeso nel vuoto; nella stanza successiva differenti tonalità fluorescenti applicate direttamente al muro compongono un motivo a scacchiera che allude all’ambiente domestico ed alle sue scaffalature. Proseguendo si incontra un piccolo vano il cui pavimento sembra trattenere i passi di chi lo percorre con sottili variazioni della propria emissione di luce, per approdare all’ultima sala abitata dalle parole luminose delle poesie di Elisabetta Gnudi che indugiano sulla parete anche dopo lo spegnimento del videoproiettore, accompagnate dalle note della suite per violoncello di Bach.
Il vocabolario compositivo concettuale utilizzato da Gioia, che rimanda ad un’idea di ordine e di azzeramento delle apparenze, rivela la propria natura profondamente sensuale solo spegnendo la luce, quando diventano percepibili le diverse gradazioni e tonalità di fluorescenza degli oggetti. L’incontro fortuito degli elementi geometrici nello spazio, portatori della loro nuda funzionalità nel candore diurno, al buio diventa un campo energetico vivo e pulsante che include il visitatore sollecitandone l’interazione. Con l’ausilio di una torcia elettrica infatti chiunque può tracciare sulle superfici fluorescenti un segno della propria presenza che continuerà ad emettere luce anche in seguito conservandone il ricordo, creando un percorso emozionale completamente soggettivo ed istintivo. Quello che viene suggerito è un modo di vivere ed abitare che intende l’architettura come avvolgimento suggestivo, come riflesso diretto delle azioni ed emozioni umane. La casa del futuro conserva tracce luminose del passaggio di chi la abita, plasma un ambiente d’affezione in cui la memoria genera autonomamente le proprie creazioni. Le impressioni fuggevoli ricevono una forma tangibile che viene dilatata nel tempo, lentamente s’accendono e svaniscono prolungate da un residuo fluorescente che rende contemporaneamente percepibili i due opposti: permanere e svanire.
Una casa minimale plasmata esclusivamente dalla memoria corporea di chi la vive si rivela inaspettatamente naturale, un ambiente permeabile alle emozioni come una sorta di specchio interiore che sembra trattenere il tempo e renderlo più lento. Le luminescenti apparenze invitano a movimenti rilassati e armonici che suggeriscono la possibilità di assimilare anche i gesti della vita quotidiana all’euritmia di un brano musicale o di una poesia, il cui benefico influsso si protrae nel ricordo.
L’installazione di Gioia propone un’architettura in grado di costruire uno stile di vita fondato sulla qualità, una visione del mondo inteso come esperienza e ricerca dell’essenziale, una casa ideale illuminata dal sole che di notte si accende della propria energia.