Vanni Spazzoli Nuovi e antichi racconti

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La galleria L’Ariete di Bologna presenta nelle ampie sale seicentesche dei Magazzini del Sale di Cervia la personale di Vanni Spazzoli, solitario artista forlivese che dagli anni ’60 racconta il suo mondo interiore su grandi carte lavorate a terra poi composte e incollate alla tela.
La cifra stilistica è inconfondibile: il segno nero, compatto, perentorio e talvolta violento individua potenti icone brut che diventano assolute protagoniste dello spazio che occupano, eventualmente relazionandosi con le loro simili in maniera paratattica mentre il colore, quando c’è, campisce le superfici con pennellate di carattere espressionista.
La gestualità richiama la virulenza dell’Action Painting, in particolare gli spessi segni neri assertivi di Kline o l’uso del colore puro che sembra sporcare la tela con insistiti e sofferti passaggi come nell’opera di de Kooning .
La figurazione abbreviata e irriverente sembra in bilico tra spunti di Transavanguardia e Graffitismo e pur avendo radici nelle volute sgrammaticature che caratterizzavano lo scenario artistico degli anni Ottanta, il suo intento è lontano da qualsiasi presa di posizione stilistica. Come afferma il curatore della mostra Claudio Spadoni, la regressione diventa per Spazzoli uno strumento per conoscere diversamente, per confrontarsi con le proprie paure e con la complessità del vissuto riducendo tutto ai minimi termini.
I segni e le immagini che abitano la sua memoria formano un crogiolo spaventoso a cui l’artista reagisce con una pittura che ha vocazione di catalogo interiore, creando riquadri in cui le ossessioni ritornano continuamente su se stesse, sole e ingigantite oppure accostate l’una all’altra senza apparente nesso logico. La mostra di Spazzoli ai Magazzini del Sale è un inventario che si legge con il ritmo di una filastrocca i cui frammenti compongono un percorso potenzialmente infinito. La ripetizione fa scaturire spontaneamente le analogie tra i brani di un inconscio scomposto nei suoi pericolosi elementi costitutivi ed è il primo passo verso l’appropriazione e l’esorcizzazione dell’inquietudine.
La deformazione quasi infantile delle figure genera un universo di personaggi impertinenti che sbeffeggiano l’osservatore, teneramente malefici nella loro semplicità, a loro modo indifesi nell’essere costretti all’assoluta bidimensionalità dall’artista che li immobilizza sulla carta, li incolla alla tela e li appende al muro.
Il lavoro di Spazzoli si esprime per grandi cicli tematici che approfondiscono un soggetto replicandolo in ogni variante che l’istinto suggerisce fino a quando si esauriscono le forze ma non le potenzialità, lasciando l’impressione che sia impossibile approdare ad una catalogazione esaustiva.
Anzitutto le Donne: a prima vista si fatica a riconoscere nell’addensarsi delle violente pennellate nere i corpi femminili proni, giacenti in improbabili pose inarcate o ripiegati su se stessi. E’ una corporeità grumosa senza confini precisi, complicata, poco dignitosa, che rimanda ad un essere umano ridotto alla bestialità primordiale. Osservando meglio, nel groviglio di segni si riconoscono abbozzi di membra flaccide e la smorfia ancestrale del volto che urlando ci spaventa con la sua paura. Lo sfondo grigio fiorito di spruzzi contribuisce a creare un’impressione di disfacimento e decomposizione; il pittore infatti associa questi nudi al tema artistico di matrice rinascimentale “la morte e la fanciulla”, che nel celebre lied di Shubert prende la forma di un dialogo in cui una giovane, già toccata dalla Morte, la supplica inutilmente di lasciarla andare.
Troviamo poi le Bambine, con i piccoli corpi maligni ancora eretti ed in qualche modo integri, reginette di un mondo violento che ferisce l’occhio con l’allegria allucinata dei suoi colori. Il nero di contorno diventa particolarmente insistente nell’individuare la smorfia stupita e dispettosa dei volti infantili, che sgranano gli stessi grandi occhi impotenti e stupiti delle donne rivoltate su se stesse della serie precedente. L’essere umano sembra avere un unico destino di paura che ingigantisce man mano che il passare degli anni lo rende più consapevole ed è forse proprio il manifestarsi di questa candida debolezza che nell’interpretazione di Spazzoli potrà riscattarlo dalle sue piccole cattiverie.
A volte le cose più banali possono spaventare moltissimo: è questo il tema della serie Il magazzino dei ricordi, in cui l’artista raffigura oggetti e situazioni della quotidianità e della storia dell’arte isolandoli dal loro contesto d’appartenenza. Uccelli appollaiati con il becco appuntito, api dal grosso pungiglione, aerei sgangherati in volo, gocce di pioggia come lame taglienti, cani randagi ringhiano, cavalli di mariniana memoria si ribellano al cavaliere, fiori aguzzi, colore gettato sulla tela, maschere grottesche da uomo nero, una maestra digrigna i denti in cattedra. La paura di morire è un cavallo imbizzarrito che sembra sul punto di travolgere l’osservatore con un balzo, La paura di volare è un aereo giocattolo al limite dello smembramento guidato da un fragile omino rosso, altre paure non hanno nome e a volte non si capisce nemmeno che cosa generi così tanto spavento. Questi intensi riquadri d’ossessione innescano un processo di identificazione partendo proprio dalle componenti più ineffabili e irrazionali dell’emotività in cui ognuno viene individuato dalle proprie specifiche paure attinte dal mare comune delle pulsioni umane. Un’affermazione scomoda e radicalmente sincera: io esisto perché sono immerso in una realtà che mi spaventa e sono vivo grazie al mio terrore di morire.
L’ultima serie, Divieti, è quella più raffreddata e criptica in cui l’artista raffigura simboli astratti o quotidiani rendendoli inoffensivi tramite una pittura ancora più semplificata e apparentemente rassicurante, dove anche il colore sembra stare al suo posto trattenuto dai contorni delle figure o confinato in uno dei riquadri composti sulla tela. Ogni divieto è isolato, accostato agli altri senza gradazioni di importanza o di intensità, sinistramente muto nel suo alludere a proibizioni incomprensibili.
Il fluire della vita è ostacolato da paure e limiti che spesso sono più forti dell’individuo e ne condizionano le azioni: la ribellione sta nella pittura, capace di individuare questi elementi di interruzione, renderli evidenti con la sua catalogazione istintiva e in qualche modo farseli amici descrivendoli come personaggi di un antico racconto che continuamente si rinnova.
Le culture popolari tramandavano di generazione in generazione formule apotropaiche in cui le parole allontanavano influssi maligni e cattiva sorte, allo stesso modo le sequenze di immagini di Spazzoli sono efficaci nel regalarci una provvisoria quanto agognata liberazione dalle nostre pulsioni più profonde.

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