Alessandro Saturno Martinelli L’io liquido

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La galleria Adiacenze propone L’io liquido, personale di Alessandro Saturno Martinelli, giovane pittore napoletano che vive e lavora a Bologna. All’ingresso il visitatore è invitato a salire su una passerella di legno che collega la strada su cui affaccia la galleria allo spazio dell’arte e guida il suo percorso imponendo al tempo stesso una precisa distanza per la fruizione dei dipinti appesi alle pareti.
Lo spazio espositivo e le opere iniziano a dialogare a partire proprio da questo pontile sospeso su uno strato di acque solide costituito da brandelli di stoffe tinte che l’artista ha utilizzato per sfumare il colore sulle tele e che ne hanno quindi assorbito e conservato le tonalità tenui. La loro presenza nell’allestimento è un estremo proseguimento della pittura che contribuisce a creare un ambiente ovattato ed avvolgente.
Il mare di stracci identifica un luogo di transizione all’interno del quale ogni sovvertimento di stato è possibile e allude al processo di liquefazione dei limiti fisici che è la caratteristica più evidente della pittura di Martinelli, popolata da soggetti indecisi tra più possibilità, integri ma al limite del rimescolamento interno.
L’artista concentra la sua riflessione sul concetto di identità e dipinge grandi figure le cui innegabili sembianze umane si presentano come organismi elementari dove ogni parte del corpo appare dissociata dalla propria funzione pratica: gli occhi sono cavità velate incapaci di vedere l’esterno, le bocche fessure irregolari che immaginiamo emettere suoni indistinti, gli arti tronchi e privi di muscoli non sono in grado di afferrare qualcosa o sviluppare movimenti finalizzati ad uno scopo.
La pittura condotta con olio e acrilico è diafana, non si serve del disegno perché non parte da un’idea precostituita ma fa nascere le forme direttamente sulla tela, i contorni di alcuni elementi presentano una sorta di raddoppiamento ad intensità diminuita, rafforzando l’idea di gestazione e metamorfosi insita nelle immagini. E` una rappresentazione del corpo magmatica ma fredda, opposta all’istinto; i canoni estetici della tradizione figurativa rimangono percepibili in stato di latenza mentre i colori pastello, giocati sulla gamma cromatica del grigio azzurro rosa viola perdono ogni valenza rassicurante per esprimere uno stato primordiale, aprioristico rispetto alla volontà ed alla carne.
L’immaginario dell’artista ha recepito profondamente alcune suggestioni della storia dell’arte, come le estreme torsioni del barocco napoletano o le scomposizioni fluidificanti di Francis Bacon, ma la sua personale figurazione del corpo ne ignora volutamente proprio carne e pelle, la principale sostanza costitutiva e l’involucro ricco di fascinazioni tattili che la racchiude.
Il reale non è come lo vediamo e la sua ricerca parte proprio da una riduzione ai minimi termini del concetto d’ identità inteso come confine e ordine, minato alle basi dall’esistenza nonostante tutto di questi corpi diversi ma irrimediabilmente umani, forme ectoplasmatiche di una pittura amniotica che rifiutano sia l’estremo smembramento che la ricomposizione definitiva.
La vita è un dato di fatto biologico, è indefinibile, si impoverisce se viene costretta all’interno di categorizzazioni che ne limitano le possibilità di accadere, è lenta, informe e ostile al possesso. La presa di coscienza può avvenire solo uscendo dall’io coinvolto da desideri e sovrastrutture e accettando il divenire perpetuo.
Gli esseri dipinti da Martinelli sono ciechi e labili ma estremamente resistenti nella liquidità della forma, sono armonici perché lo slabbramento delle loro strutture di contenzione permette un continuo mescolarsi e congiungersi della dimensione fisica con quella immateriale. L’assenza di definizione porta ad una diversa forma di integrità organica e viscerale senza cadere nella trappola dell’incarnazione.
Se non c’è carne non c’è nemmeno ferita e sobbollimento, la sostanza flaccida è sempre disposta a rovesciarsi su se stessa, a dilatarsi e scomporsi a seconda degli accadimenti, è in uno stato di perenne gestazione in cui la morte coincide con la rinascita. Senza l’ossessione dell’individuazione nulla è tragico, la metamorfosi si compie spontaneamente prendendosi il tempo necessario; in questi grandi monocromi le figure affiorano lentamente dallo sfondo formato dalla stessa sostanza fluida, solo leggermente più rarefatta, che potrebbe generare infinite altre aggregazioni vitali di membra.
Martinelli porta alle estreme conseguenze la sua lettura del mondo applicandola a qualsiasi soggetto, è per lui una maniera di ristabilire la pluralità del reale attraverso un’apparente degradazione che smantella le false certezze tramandate per inerzia. Citiamo a questo proposito Sulla via di Damasco, in cui al centro di un paesaggio azzurrino appena accennato campeggia un essere generato dalla fusione del cavallo con il cavaliere disarcionato dal violento accecamento ad opera della luce divina. Il suo aspetto è deforme ma l’essenza dell’accadimento miracoloso appare evidente anche nei dettagli aneddotici che contrappongono la tranquillità dell’animale all’agitarsi scomposto dell’uomo. Trattandosi di pittura la sostanza sta nella forma, ma è liberata dalla costrizione di dover ingannare l’occhio per assomigliare a ciò che dovrebbe essere secondo canoni precostituiti e tranquillizzanti.
Se non si vogliono certezze assolute sparisce anche il dubbio, la verità emerge come dato di fatto senza orpelli estetizzanti, come fenomeno che racchiude in sé le molteplici possibilità insite nel divenire.
In La fine è l’inizio pigri agglomerati di colore si addensano delicatamente attorno ad un naso e ad un occhio ancora dolcemente inconsapevole per individuare un volto, volutamente indecisi su quali sembianze far prevalere tra le tante che si intravedono nel fondo fertile e vagamente acquitrinoso. E` la malinconia silenziosa della nascita nel momento in cui coincide con il dissolvimento della morte, entrambe segnate dalla stessa solitudine. E` una concezione accidentale della soggettività, che accade per differenziazione fortuita nel mare dei fenomeni che scorrono da un indistinto all’altro.
Il margine inferiore della tela è lasciato bianco ed è attraversato da alcuni spruzzi e colature di colore provenienti dalla zona sovrastante; questi residui suggeriscono in modo ancora più forte la suggestione organica insita nell’idea di vita, anche quando si tratta come in questo caso di un’esistenza liminare nel mondo degli archetipi.
Estremamente suggestiva e pertinente alla collocazione che ne enfatizza le suggestioni è l’ultima opera, Apnea, che occupa solitaria il piccolo ambiente sotterraneo della galleria, illuminata da una luce fioca. Una creatura primordiale nuota nell’azzurro del fondo servendosi dei suoi arti improbabili, respira il liquido amniotico del colore che la avvolge rivolgendo all’esterno un serafico sorriso, mentre gli occhi sono coperti da palpebre che probabilmente non si solleveranno mai.
Il mondo raffigurato da Martinelli non ha una dislocazione precisa, può essere nelle viscere della terra, nell’aria, nell’immaginazione come nel tessuto della nostra stessa realtà e tramite la sua pittura l’invisibile diventa momentaneamente immanente.

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