Vittoria Chierici Sailing away to paint the sea

Sailing away to paint the sea

La passione di Vittoria Chierici per il mare non è improvvisa: già nel 2006 si era imbarcata su una nave della marina mercantile del New Jersey per realizzare un documentario incentrato sulle figure dei marinai e sulle loro vite a bordo. Nell’estate del 2012 invece decide di avventurarsi lei stessa in mare aperto, percorrendo la rotta chiamata The great circle, la traiettoria più breve tra l’Europa e le Americhe lungo il cinquantesimo parallelo a nord, che parte dal porto industriale di Amsterdam e arriva a Cleveland attraversando il mare del Nord, l’English Channel, l’Oceano Atlantico, il fiume San Lorenzo e i grandi laghi Ontario ed Erie collegati tra loro dalle sette chiuse del canale Welland.
Nello spazio euclideo ogni cerchio è esattamente un “grande cerchio” di una sfera; in geografia, assimilando la Terra ad una sfera, tutti i meridiani e l’equatore sono cerchi massimi, mentre in navigazione viene chiamato “circolo massimo” la distanza più breve tra due punti della superficie terrestre. Sulla sfera celeste anche l’orizzonte astronomico è un grande cerchio.
Il viaggio di Vittoria: un’immersione totale in uno spazio matematico e mitico che diventa realtà incommensurabile, senza confini, cercare l’altrove sulla terra ripercorrendo l’antica strada verso il nuovo mondo già vecchio, l’Oceano solcato dalle caravelle dei colonizzatori europei, dagli emigranti con il sogno americano in valigia, il grande mare in cui scomparve l’artista Bas Jan Ader negli anni ’70 in search of the miracolous.
Un’operazione pioneristica, accuratamente pianificata a terra: l’artista, estranea alle convenzioni commerciali delle gallerie e irremovibile nel difendere la propria autonomia operativa, contatta personalmente un gruppo di amici e collezionisti disposti a finanziare in anticipo il progetto acquistandone una quota corrispondente ad un quadro ancora da dipingere. L’imbarco su una nave mercantile sicura, dotata dei più moderni sistemi tecnologici, lunga e stretta per poter percorrere anche le vie fluviali dell’entroterra, robusta, costruita in ferro per non soccombere alla forza del mare aperto.
Quindici giorni di navigazione (dal 22 giugno al 28 luglio) in cui lavora incessantemente con ogni mezzo dalla sua postazione, un piccolo tavolo di legno collocato a poppa sul ponte B, da cui fotografa, filma, dipinge spinta dalla necessità della diretta, di non tralasciare nulla, di un’accuratissima documentazione realistica ed emozionale da entomologa di sfumature. Nel suo blog racconta il senso di libertà provato con l’esperienza di un orizzonte dalla curva perfetta, sempre percepibile, la sicurezza di sentirsi piccola nell’immenso perdendo coscienza dell’arrivo e della destinazione, il ritorno alla realtà sancito dalla ferraglia delle grandi chiuse una volta iniziata la navigazione fluviale con le sue meccaniche e artificiali intermittenze.
“Sailing away to paint the sea”, il progetto espresso oltre che esperito: l’artista si confronta direttamente con il proprio mestiere e mette in campo tutti i linguaggi a sua disposizione per trasportare anche noi su quella barca in mezzo all’Oceano.
Anzitutto l’interpretazione attualizzata del plein air: Vittoria realizza una sequenza di tele di piccolo formato (25 x 30 cm) al centro delle quali stampa una fotografia che raffigura un’inquadratura acquatica, ciascuna differente per luminosità, colore, ondulazione, qualità specifica (marina, fluviale, lacustre), odore, profondità, trasparenza o talvolta dialogo con il cielo sovrastante. Una serie potenzialmente infinita e apparentemente priva di giudizio critico, che sembra generarsi secondo il principio additivo del sapere di stampo medievale oltre che dalla moltiplicazione esponenziale delle immagini divenuta una delle caratteristiche della contemporaneità dopo la diffusione di massa della fotografia digitale. Il giudizio è infatti sospeso, o meglio si esprime manifestando la naturale impossibilità di assegnare un valore estetico o emotivo che non sia parziale o superficiale all’elemento primordiale da cui la vita ha origine.
L’analisi invece è lucida e continua, non si lascia spaventare dall’immensità dello spazio e dalla titanicità dell’impresa: ciascuna di queste immagini fotografiche è inquadrata da un largo margine occupato da interventi pittorici che, pur evocando una gestualità istintiva, restituiscono l’esatta impressione di ciò che si vede nella foto. Un’espressione dunque che utilizza una diversa cifra di realisticità, dall’impatto aumentato, nudo, dopo la scomparsa degli accidenti della visione fisiologica su cui si basa la fotografia di reportage. Un’astrazione che decodifica l’essenza , un catalogo di astrazioni che coraggiosamente si confrontano con il loro referente diretto e tradiscono la percezione soggettiva dell’artista senza perdere la loro peculiare scientificità.
Un gioco rabdomantico nel procedimento con cui vengono realizzati: per prima cosa Vittoria stampa l’immagine fotografica sulla tela, poi la copre con mascherature per poter dipingere liberamente un soggetto celato, destinato a svelarsi di nuovo solo quando l’operazione è conclusa.
Un gioco ironico: la pittrice individua il suo campo d’azione nello spazio tradizionalmente riservato alla cornice, negando ogni tipo di categorizzazione, divertendosi ad enfatizzare una baldanzosa negazione della pittura di paesaggio di ottocentesca memoria a cui forse ammicca il primo quadro della serie, una riproduzione di Le bord de mer à Palavas di Courbet circondato dalla pittura di Vittoria.
Un ritorno a casa: la Chierici, da anni residente a New York, in febbraio è in Italia per presentare il suo lavoro prima ai Frigoriferi Milanesi poi nella sua città natale, Bologna, presso il centro La Cultura Italiana con due mostre di brevissima durata prima che i quadri vengano consegnati ai finanziatori del progetto con cui si ricongiungeranno in un appuntamento al buio.
Un vernissage atipico, l’unica occasione di vedere intera una serie destinata fin dall’inizio allo smembramento, che grazie alla sua completezza riesce a restituire l’insieme, l’Oceano tutto intero, e l’intento di codificare e astrarre l’incommensurabile in una sequenza di unità spazio-tempo- acqua di cui l’artista si rende partecipe sismologa. Un allestimento essenziale, la semplice giustapposizione all’interno di una stanza, rende queste tavole quasi dei frammenti di narrative art con una storia sottintesa a cui non servono parole.
Un work in progress: i films girati sulla nave, che riprendono i paesaggi acquatici in movimento, il lavoro dell’artista e le sue interazioni con l’equipaggio saranno montati professionalmente per ricostruire un video-giornale di bordo, collaborando con il film maker David Roy e con il compositore Maurizio Pisati. Alla presentazione bolognese la Chierici proietta una breve anteprima di questa parte del progetto, trasformando la mostra in un evento anche performativo con la partecipazione di Marco Dalpane, pianista che scrive ed esegue musica dal vivo per il cinema muto. Le note del suo pianoforte interpretano la voce delle acque in una composizione originale creata sulla suggestione delle opere visive dell’artista, verso una sintesi di linguaggi che per qualche minuto riesce a trasfigurare completamente la stanza sobria in cui ci troviamo, senza bisogno di altro.

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