Cesare Galluzzo La metodica del filo

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L’associazione culturale bolognese Adiacenze, che periodicamente mette a disposizione di giovani artisti i propri spazi chiedendo loro libere creazioni inedite, presenta una personale di Cesare Galluzzo, vincitore dell’ultima edizione del Premio Nocivelli.La sua poetica si avvale di materiali provenienti dall’edilizia che attraverso il suo intervento si caricano di inusitate potenzialità comunicative ed evocative: sono gli strumenti della civiltà tramite i quali l’uomo si ambienta nel mondo creandosi uno spazio artificiale nel tentativo di dare ordine al caos e di costruire un paesaggio vivibile conforme alle proprie esigenze. Il gesto dell’artista è rigoroso e delicato, è una scrittura minimale che si mantiene inalterata nel disegno come nella terza dimensione concretizzata dagli allestimenti, è un lavoro di purificazione paziente ed istintivo che scandisce il pieno ed il vuoto liberandoli dalle imperfezioni, approdando ad una realtà essenziale, intensa nelle sensazioni che provoca. La metodica del filo propone un percorso percettivo attraverso installazioni che rimandano ad architetture esistite, attuali o possibili, concrete nella loro fisicità che travalica ogni scala dimensionale e al tempo stesso leggere ed evocative, perfettamente abitabili e modificabili dallo sguardo e dalle emozioni dello spettatore. Elementi modulari realizzati con materiali poveri come legno, gesso e cemento trovano la loro forma definitiva proprio tramite un filo di canapa che di volta in volta si rende tessuto connettivo, definisce distanze e geometrie, diventa struttura portante o narrazione, dialoga con la luce creando una rete sottile di ombre che moltiplicano l’opera. Il filo da tempo immemorabile è simbolo di legame e di continuità, è una guida per ritrovare la strada nel labirinto della vita, rappresenta il lavoro e l’abilità manuale nel suo intrecciarsi ed annodarsi, può comporre una rete per catturare prede e segnare un confine: nell’opera di Cesare si incarica di rappresentare il vissuto umano, fatto di un delicato equilibrio tra ragione, emozione e mondo esterno. Emerge un’idea del costruire come sovrapposizione e accostamento di moduli la cui  giusta collocazione garantisce la sussistenza dell’insieme che diventa organismo. Ogni frammento è indispensabile e insostituibile perché la rigorosa geometria di queste composizioni coincide con la soluzione più naturale. All’idea di natura rimandano anche i colori opachi, che spesso sono quelli dei materiali stessi lasciati a vista, e la loro tattilità leggermente ruvida pur nella perfezione della forma. Le prime opere che accolgono il visitatore in mostra sono quelle denominate Domus, una serie di composizioni volumetriche a pianta circolare e sviluppo a gradoni che sembrano evocare le costruzioni templari di un’antica civiltà, montagne sacre forate al centro come i ponteggi di un pozzo petrolifero, ma anche torri postmoderne di una città ideale del futuro. Cesare qui utilizza un lessico minimalista silenzioso ed essenziale fatto di unità primarie con un risultato tutt’altro che freddo in quanto l’enfasi sulle relazioni interne crea un campo di forze che sottrae all’impersonalità queste strutture elementari e le rende espressive, proiettandole nella vita. In Adicere si alternano sei parallelepipedi di gesso e cemento al centro dei lati di un esagono impercettibilmente tracciato a terra, mentre un filo di lino si tende a partire dal fulcro e conquista lo spazio circostante creando ulteriori sfaccettature geometriche, trattenendo i solidi nella loro posizione ed evocando un ideale impacchettamento della struttura. La composizione analizza perfettamente ogni valenza di significato della parola latina utilizzata come titolo: collocare, che riporta al gesto creativo di scegliere una precisa posizione nello spazio ai vari elementi, aumentare, che rimanda alle figure geometriche individuate dal percorso del filo, e lanciare, che allude alla tensione di quest’ultimo. Doctum doces è composto da sottili strutture di legno a telaio dalla forma allungata il cui contorno ricorda alcuni modelli di finestra che si sono succeduti nella storia dei palazzi nobiliari e degli edifici religiosi. Il vuoto al centro di ciascuna è attraversato da fili di canapa con differenti andamenti ed esse sono addossate alla parete con una lieve inclinazione in modo da sovrapporsi parzialmente l’una all’altra. Questa posizione e il gioco di ombre che ne deriva riesce a suggerire l’idea della profondità nonostante la quasi assoluta bidimensionalità dei vari elementi. L’effetto è incalzante, suggerisce l’idea di un affollato cimitero cosmopolita in cui le lapidi siano sul punto di ribaltarsi verso l’osservatore. A fianco, o meglio al di sopra di queste installazioni saldamente ancorate al terreno, alcune strutture mobili pendono dall’alto. Realizzate con materiali organici che dichiarano se stessi nei colori naturali  lasciati a vista e nell’aspetto grezzo delle superfici, sono assicurate al soffitto da fili quasi invisibili e sembrano sospese nel nulla. Il filo di canapa si annoda attorno a leggeri elementi lignei componendoli in geometrie ripetute e regolari, definendone le pause e bilanciando l’equilibrio dei pesi . Il profilo e l’orientamento di queste installazioni generatrici di ombre suggeriscono l’idea di una porta o di uno schermo da oltrepassare e richiedono un rapporto attivo allo spettatore che è sollecitato a modificare la propria posizione nello spazio per rendersi protagonista di attraversamenti ogni volta diversi. Particolarmente suggestivo Dove l’acqua sa di sabbia, in cui ci si può sentire al centro di leggere strutture allungate tubolari, formate dall’incontro del filo con i dischetti di legno, che ricordano vagamente un allevamento in sospensione di frutti di mare e la cui ombra proiettata sulle pareti li fa assomigliare a creature acquatiche ancora più impalpabili. Il legno, il filo, i nodi rimandano all’idea del paziente operare umano che nelle varie civiltà si è creato gli strumenti per vivere e lavorare. L’affascinante piano inferiore della sede espositiva, che si pensa potesse essere un’antica cisterna, è riservato alle opere che portano al culmine il progressivo intensificarsi delle suggestioni sensoriali e dell’appropriazione emozionale dello spazio nel percorso suggerito dall’artista. Salire cadere è una selva inespugnabile di fasci di fili d’acciaio di altezza crescente verso il centro, ostile alla penetrazione  come un fuoco metallico, che sembra proteggere o imprigionare il suo cuore di legno composto da piccoli pezzettini disposti come i petali di una rosa. Attraverso una grata che ci impedisce di accedere all’ultimo vano possiamo osservare a distanza L’eco e l’abisso, in cui due cordoni che sorreggono e distanziano tasselli di legno di diverso colore scendono dall’alto al centro di un cerchio composto da parallelepipedi identici. Può essere un pozzo, fondamentale per ogni insediamento umano delle origini o un megalitico cerchio magico a guardia di una scala verso il cielo, in ogni caso ricongiunge la geometria mentale della pura costruzione alla vitalità piena di desiderio della condizione naturale. Le cattive maniere, modo in cui Cesare definisce le sue textures di segni di grafite più liberi rispetto all’apparente impersonalità in cui si nasconde nelle realizzazioni tridimensionali, suggellano la fine del percorso con due addensamenti di tratti incrociati apposti direttamente sulla parete bianca che siglano lo spazio artistico come le croci di consacrazione nelle chiese medievali.

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