Futurdesign 2013: otto proposte d’avanguardia per la casa del futuro

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Il SAIE3, salone internazionale della filiera di produzione del serramento e delle finiture di interni ed esterni presieduto da Claudio Sabatini che si svolge quest’anno per la prima volta presso il quartiere fieristico di Bologna dal 28 febbraio al 2 marzo, presenta un ricco programma di iniziative collaterali dedicate a progettazione, architettura e design.
Le incursioni creative completano idealmente le aree commerciali e sono evidenziate dall’efficace allestimento su pannelli neri, che creano la percezione di uno “spazio altro” e predispongono il visitatore ad un approccio più lento e meditativo.
Questi spunti affrontano tematiche diverse e compongono un tessuto continuo di rimandi concettuali e percettivi fino ad arrivare al padiglione 36, interamente dedicato alla nuova edizione di FuturDesign, la cui presenza è anticipata e contestualizzata da una videoinstallazione che documenta le opere proposte nelle precedenti edizioni.
Il progetto, realizzato e promosso dal gruppo Sabatini a cura di Laura Villani, indaga ipotesi alternative di un possibile futuro dell’abitare attraverso progettazioni site specific di spazi domestici o contact create da alcuni protagonisti della cultura internazionale incaricati di esprimere il loro personale punto di vista attraverso la suggestione di un ambiente che manifesti il loro modo di intendere il presente e i suoi probabili sviluppi.
La casa ideale diventa dunque prioritaria nell’ipotizzare un nuovo concetto di qualità della vita che può trovare risposte filosofiche, poetiche, concettuali e realistiche nelle creazioni degli otto artisti interpellati, ciascuno dei quali è associato ad una parola chiave (talento, tenacia, tempismo, tolleranza, totem, tenerezza, terra, testa) tratta dal libro di Beppe Severgnini Italiani di domani. 8 porte sul futuro che fornisce così un impianto anche narrativo all’esposizione.
Si entra dunque nel padiglione 36, le pareti nere traslucide ci avvolgono in un’atmosfera senza tempo, l’attenzione è catalizzata dalla successione degli allestimenti costruiti all’interno di spazi uguali che ricordano un palcoscenico teatrale e creano una successione di tableaux vivants deserti in cui la presenza umana è percepibile anche se virtuale.
Incontriamo per primo un omaggio di Bologna a Lucio Dalla con la riproposizione di “Ci vediamo a pranzo da me”, installazione realizzata dall’artista a FuturDesign nel 2001: un lungo tavolo apparecchiato con pane e vino è sovrastato da un’immagine fotografica raffigurante una rivisitazione moderna dell’Ultima Cena in cui gli apostoli e Gesù hanno le sembianze di giovani uomini con il volto di Stefano Cantaroni, talento scoperto da Dalla e autore dello scatto.
Attraverso la simbologia semplificata di cibi primari come pane e vino e l’allusione al sacro, la cena viene vista come fondamentale rito laico, momento di raccolta della coscienza e della memoria tramite la quale da sempre gli uomini celebrano gli avvenimenti importanti della vita, forma integrante dello stare con gli altri che sarà propria anche della casa del futuro.
L’essenzialità dell’intento e della realizzazione producono un impatto emotivamente forte, amplificato dal fatto che la stessa immagine dell’Ultima Cena fu utilizzata per accompagnare il feretro di Lucio Dalla nella camera ardente allestita un anno fa a Palazzo D’Accursio.
La seconda ambientazione, proposta da Giulio Cappellini architetto e art director, riflette la sua personale cifra fatta di minimalismo e inventiva: una stanza con pareti rosse piene di energia decorate con una linea di fiori applicati racchiude arredi bianchi elementari ma non seriali, abitati dai libri presenti ovunque. E` il suggerimento di una vita piena ed essenziale, in cui la varietà non sia esteriore ma intrinseca e provenga dalle irrinunciabili componenti di cultura e natura che per l’autore interpretano al meglio il concetto di rifugio e quindi di casa per l’uomo. Il futuro abitativo è ottimista, è speranza che la tecnologia venga utilizzata per semplificare e lasciare più tempo e spazio a ciò che realmente conta.
Marco Lodola immagina la casa del futuro come un’evasione luminosa e danzante intitolata “Il futuro non è più quello di una volta”, citazione tratta da un aforisma del poeta simbolista Paul Valery.
L’ ambiente buio valorizza i festosi arredi illuminati al neon che interpretano in chiave pop la vita del futuro, mantenendo come filo conduttore il tema della danza e l’allusione al musical che contraddistinguono da anni lo stile dell’artista. Anche la sua abitazione privata infatti, una casa-studio ricavata da un ex edificio industriale a Pavia, è un laboratorio di installazioni e idee in cui pochi mobili essenziali convivono con grandi tele e sculture tridimensionali.
La metafora sottintesa, che solo il buio permette di vedere la luce, diventa un pensiero ottimista verso le trasformazioni del futuro che ci sapranno sorprendere.
Andrea Branzi, architetto, designer e storico, con “Vertical home” propone un’alta parete verticale su cui le principali funzioni residenziali e operative della casa sono organizzate attraverso una macro-scaffalatura abitabile in rosso. Gli spazi risultano confortevoli, suggeriscono l’idea di arrampicarsi e di trovare la propria nicchia nel mondo: alla base di questa creazione troviamo un’idea di convivenza integrale in cui l’umano, l’animale, il sacro, il lavoro siano in equilibrio tra loro secondo ritmi armonici. Ne risulta un concetto di qualità in grado di amalgamare la componente culturale, spirituale, fisica e metafisica dell’uomo, un invito a rallentare e riflettere, a collocare ogni cosa al suo posto, come suggerisce la filosofia orientale da cui egli spesso trae ispirazione.
Guillermo Mariotto, stilista di origine venezuelana, crea “Lontano nel futuro: i dinosauri sono estinti o solo addormentati?” , un’ambientazione soffice e onirica in cui le fanciullesche sagome dei rettili primordiali si rivestono di stoffe raffinatissime. E` un invito a tornare alle origini per comprendere meglio noi stessi e il nostro presente, la suggestione di una creatività viscerale in grado di trovare spontaneamente le risposte che ci servono, per un’auspicabile realtà in cui la tecnologia sia strumento per vivere secondo natura e non imponga le sue modalità agli esseri viventi.
Karim Rashid, designer, presenta “Hybrid architecture”, un video in computer grafica che mostra lo stesso ambiente da vari punti di vista: si tratta di un futuristico luogo di incontro, una forma conchiusa e ondulata che genera elementi di arredo come tavolini, divani e bancone dai colori lisergici e cromati.
Le superfici curve e colorate di Rashid esprimono il suo entusiasmo di cambiare il mondo progettando ogni genere di arredi per renderlo un luogo pieno di esperienze in grado di ispirarci, con una forte componente artificiale che esalti le nostre sensazioni e ci immerga in una sensualità totale.
Quello immaginato dall’artista è un futuro erotico e liberatorio, in cui l’uomo, sollevato dalle necessità pratiche dallo sviluppo della scienza, ha modo di giocare e dedicarsi a se stesso.
“La terra vista dallo spazio” è il titolo della video installazione del gruppo Telespazio a cura di Viviana Panaccia responsabile della comunicazione, realizzata nell’ambito del programma Love Planet Earth che studia possibili vie di salvaguardia dell’ambiente e di sviluppo sostenibile.
Si tratta di un volo virtuale su alcuni luoghi della terra spettacolari e compromessi da un utilizzo senza scrupoli, come oceani, deserti, foreste e megalopoli: l’intento è ricordarci che la casa del futuro è proprio il nostro pianeta e che le sue condizioni dipendono dalle azioni che compiamo oggi.
L’ultima stanza, “Anatomy of architecture” di Daniel Libeskind conclude il percorso con una riflessione radicale sul concetto di architettura sviluppata a partire dal De perspectiva pingendi di Piero della Francesca. In un ambiente bianco con elementi neri che ricordano motivi tribali, l’architetto colloca capovolta la testa raffigurata dall’artista rinascimentale nei suoi schizzi, realizzandola tridimensionalmente in grande scala e riportandone gli stessi punti di riferimento, da cui partono sottili fili luminosi che si riuniscono all’estremità opposta come un cono prospettico.
La testa umana è da sempre utilizzata come misura nelle opere pittoriche e architettoniche, significa proporzione e connessione con la terra, è un emblema della realtà; la prospettiva perfetta è un sogno umanistico nato dall’uomo coniugando l’idea scientifica dei numeri con la percezione di un universo cosmico. Le trasformazioni tecnologiche hanno cambiato la dinamica dello spazio e del tempo, l’occhio dell’uomo è sempre uguale dal punto di vista fisiologico, ma è profondamente cambiato il suo modo di guardare. Il design del futuro, come afferma Libeskind presente in prima persona all’inaugurazione della mostra, deve saper guardare profondamente dentro il mondo, trovare la sua identità nella mente e nelle emozioni umane, rifiutare il formalismo per essere davvero significativo.

Mario Ceroli Faccia a faccia

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Ancora per pochi giorni sarà possibile visitare presso il Mambo di Bologna la personale di Mario Ceroli, artista eclettico, classe 1938, che cominciò a far emergere il suo personalissimo linguaggio nei primi anni Sessanta in rapporto dialettico con le principali avanguardie del periodo senza aderire interamente a nessuna. Formatosi all’Accademia Romana, dopo una produzione iniziale espressa attraverso la ceramica e i suoi tempi lunghi sotto la guida del maestro Leoncillo, la svolta creativa e linguistica avvenne quando si impadronì del materiale che si rivelò in grado di rispondere al meglio alle sue intenzioni creative: il legno nel suo aspetto industriale, sotto forma di tavole e travi solitamente destinate all’edilizia o all’imballaggio.

Le tavole di legno epurate dalle irregolarità biologiche erano anzitutto immediatamente disponibili ad accogliere le sagome espanse dei suoi disegni attraverso il taglio con la sega elettrica, permettevano  una veloce realizzazione dei suoi progetti adattandosi al suo concetto scultoreo additivo, che ricava la terza dimensione da una progressiva stratificazione di materiale, e risultarono efficacemente affini alle grandi dimensioni di stampo architettonico della sua ricerca.

Conseguenza naturale di questa scelta fu la cifra stilistica che ancor oggi maggiormente lo identifica: la riduzione seriale dei volumi a silhouette, che sottintendeva una precisa presa di posizione a favore di principi rigorosi e costruttivi contro le irrazionali tendenze dell’informale allora in auge. Uno dei temi centrali della sua ricerca è infatti l’uomo, nobilitato dalla sua capacità di dare ordine alla natura, vitale anche quando soccombe alle sue fragilità, essere culturale complesso comunque figlio dell’umanesimo, confuso nel caos della vita, in costante tensione tra il tentativo di essere individuo e l’aspirazione ad avvicinarsi al Divino.

Questa mostra, pensata dall’artista come un’unica opera scultorea e architettonica in cui interagiscono progetti realizzati in diversi periodi, trova il giusto respiro negli spazi della Sala Ciminiere del Mambo, spesso paragonata ad una basilica per la sua planimetria e per l’altezza dei suoi soffitti, particolarmente adatta ad accogliere il gigantismo e lo slancio verso l’alto delle creazioni del maestro.

L’allestimento è potente, entrando siamo sottilmente sollecitati dall’odore che il legno tagliato continua ad emanare anche a distanza di anni, procediamo in un percorso dall’andamento spezzato che l’artista ha volutamente concepito quasi per sbarramenti, tranelli ed inciampi, che ci costringono a considerare le opere nella loro pesante fisicità, a circumnavigarle per prenderne pienamente possesso.

Primavera (1968) è un parallelepipedo formato dall’accostamento di travi di legno dalla punta aguzza, uguali per dimensione ma diversificate dalle venature naturali, su cui l’artista in fase di allestimento si fa fotografare nella posizione dell’uomo vitruviano: è un invito, utile per proseguire, a guardare verso l’alto e allo stesso tempo fornisce la principale chiave di lettura al suo operato, la riflessione sull’uomo  che nella sua duplice natura di operaio e teorico riesce a plasmare il mondo circostante.

Alle pareti della stessa stanza sono fissati i Progetti per le case (2012), proiezioni geometriche realizzate tramite barre di ferro forgiate in cui si rende omaggio ad altri artisti, come Mondrian, Mirò, Malevic e Morandi che, prima di lui, rappresentarono la vita resa ordinata dall’astrazione, sintetizzandone i peculiari linguaggi con pochi tratti. Il concetto di “casa” presente nel titolo manifesta l’intenzione di Ceroli di ridurre all’essenza l’intera ricerca di ciascuno, senza riferirsi ad un’opera in particolare; il ferro si presenta essenziale nella sua nudità, con ganci e punti di saldatura a vista, rendendo evidente il processo di lavorazione.

La seconda sala si apre con una serie dedicata ai quattro elementi Terra, Fuoco, Acqua e Aria (1972), quattro quadrati di legno con cornice aggettante all’interno dei quali sono scolpite a grandi lettere, sempre nel legno, alcune parole. Per ciascuna le prime due sono l’elemento che ritroviamo nel titolo seguito da un punto cardinale, mentre le altre sono il risultato di libere associazioni mentali: si tratta quindi di una serialità senza regola, che trova la sua ragione di essere arte nella collocazione all’interno di una cornice ed il suo ordine ancora una volta nella forma, tramite l’impaginazione rigorosamente centrata che organizza pensieri e idee senza intaccarne la libertà.

Incontriamo poi Progetto per la pace (1969), in cui 365 altissime bandiere di seta bianca pieghettata sono conficcate nella sabbia creando una selva con le loro aste di legno, tanto che per vederle interamente dobbiamo volgere lo sguardo verso l’alto. La scansione del tempo diventa quindi in questo caso scansione dello spazio perché la completezza dell’opera è data da una bandiera al giorno che si incarica di testimoniare la pace; è commovente la precarietà delle bandiere piantate in un elemento così instabile, che conferisce inclinazioni leggermente differenti alle aste lunghe e gracili, ma l’insieme è grandioso, satura il campo visivo come una promessa fiduciosa nonostante l’incertezza.

Lì accanto il Raccoglitore di miele (1991) si arrampica su un’asta ricurva che arriva fino al soffitto per raggiungere un favo di filo spinato, mentre in Alzabandiera (2007) tre uomini salgono i pioli di  una grande scala tendendo ciascuno la mano sinistra contenente uno dei tre colori che compongono la bandiera italiana sotto forma di pigmento puro. L’uomo si qualifica come tale nell’atto di compiere una fatica per raggiungere un obiettivo e l’artista esprime la sua difficile posizione di medium laico di romantica memoria tra le aspirazioni divine e la partecipazione sofferta alla vita del popolo di cui si fa portavoce.

Troviamo poi La battaglia: alla bandiera ridente straccio e il più povero ti sventoli (1978), che deve il suo titolo ad una citazione di Pier Paolo Pasolini: da una quinta di travi appoggiate alla parete escono ed entrano cavalli e uomini di legno armati di lance spuntate con l’estremità avvolta in brandelli di stoffa stinta, al centro un cavaliere guarda il suo cavallo, mentre un altro destriero rampante è associato all’unica bandiera spiegata di colore rosso. In questo caso Ceroli riflette sulla quattrocentesca battaglia di S. Romano di Paolo Uccello, reinterpretando la verticalità di aste e bandiere e il movimento dei cavalli con le sue silhouettes lignee, esprimendo così un concetto di arte intesa come persistenza e lenta trasformazione di idee stratificate nella cultura. Anche qui le maestose anatomie dei cavalli prendono il sopravvento sull’essere umano, il movimento è bloccato in un attimo infinito e ordinato, su tutto regna lo stesso silenzio.  E` una visione grandiosa, un’apologia della battaglia per la sopravvivenza che affratella tutte le creature: i cavalli di legno hanno costole a vista, non sono più i pasciuti destrieri dei cavalieri rinascimentali, le aste sono inutilmente rivolte verso l’alto nel tentativo di allontanare una minaccia invisibile, la bandiera rossa, che pende floscia in assenza di aria, è in muta relazione con quelle bianche dell’opera precedente collocata al centro della stanza.

In La Cina (1966) l’artista compone un esercito in cui sagome di uomini e donne collocati ad intervalli regolari, divisi per sesso, spogliati dall’uniforme, identici, marciano a gruppi di quattro infilzati da una barra metallica a vista. Il gruppo delle donne marcia per primo, ancora una volta è un esercito inoffensivo nella sua nudità e nello spessore sottile delle sagome, ma se guardiamo con attenzione scopriamo che un uomo e una donna appartenenti a quest’insieme cadenzato hanno i tratti del volto dettagliati: sono Adamo ed Eva dei nostri giorni, portatori del germe della differenziazione, attivisti di una resistenza possibile.

Nella stanza più sacra, quella che corrisponderebbe al presbiterio se la Sala delle Ciminiere del Mambo fosse davvero una basilica, Ceroli colloca alcune opere che raccontano la civiltà nel suo duplice aspetto di costruzione positiva e distruzione.

Il pavimento è occupato da Le bandiere di tutto il mondo (1968), un tappeto di canali di zinco accostati e riempiti con pigmenti di colori puri  in polvere alternati con alcuni materiali che appartengono al mondo del lavoro e della vita, come paglia, vetro, sassi, trucioli lignei e metallici, gommalacca, coperto da una lastra di vetro. Ognuno è separato dagli altri, le quantità ed i colori sono equilibrate e nell’insieme creano un arcobaleno di colori che sembra quasi un ponte, sono un’apologia dell’uomo che servendosi dei materiali offerti dalla natura ha lentamente costruito le sue scoperte conferendo un ordine positivo al caos.

Accanto a questo, però, un monito inquietante: sul vetro si specchia Apologize Hiroshima (1995), un paesaggio carbonizzato dipinto su una tavola di legno appesa alla parete, curva come un orizzonte esploso, davanti alla quale è sospesa una grande palla nera irregolare, affiancata dalla sagoma di una testa umana che urla dal terrore e da tre cani bianchi in silhouette che osservano impassibili. Non c’è più ordine, il fuoco è diventato strumento di distruzione, mostruoso rovescio della medaglia del progresso umano.

Ci avviamo all’uscita attraversando una stanzetta che diventa quasi sacello interamente occupata da Groma (1990), in cui l’artista appende ad altezze differenti quattro sculture che ripetono la forma ingigantita del peso di piombo che garantiva la precisione dello strumento citato nel titolo, utilizzato dagli antichi romani per tracciare sul territorio allineamenti tra loro ortogonali. Il concetto di ordine viene qui monumentalizzato, associandolo ad una celebrazione dei materiali della scultura: i quattro pesi infatti sono realizzati con marmo bianco e nero, bronzo e legno, tutti egualmente nobilitati al di là del loro valore intrinseco nel rendersi disponibili alla creatività dell’artista.

Proseguendo, la strada ci è quasi sbarrata da Centouccelli (1967), una triplice gabbia per polli in cui è imprigionata la sagoma di un uomo nero, seduto nella posa del pensatore: sembra in attesa, volontariamente recluso dietro le reti che misurano lo spazio, non vuole uscire prima di aver districato i suoi pensieri, ma noi lo possiamo raggiungere attraverso tre aperture allineate per provare a guardare il mondo da dietro la rete.

L’ultima opera è Faccia a faccia (2012), che dà anche il nome alla mostra: una serie di scale a pioli di legno è appoggiata alla parete, quella al centro è rivestita di piccole porzioni di vetro che la rendono luminosa  e riflettente; dietro di essa due sagome molli, aliene sono disegnate con tratto incerto sul muro nell’atto di uscire da una triplice porta e proiettano le loro sagome allungate sul pavimento. Ai lati, i due poli dell’essenza umana rappresentati da un ritratto di Leonardo ritagliato da una tavola bianca e da un volto scimmiesco e nero con occhi di brace ricavato da un materiale che questa volta non fa nulla per mascherare le sue asperità.

Usciamo con una domanda problematica sul futuro dell’arte e della vita, su quali possibili linguaggi riusciremo a creare per esprimerci e conoscere perché, come ci dimostra Ceroli con la sua retrospettiva, avere un vocabolario di segni ci rende padroni di noi stessi, permettendoci di misurare, valutare e costruire con coscienza.